Era soddisfatto. Capitava poche volte ormai, l’orgasmo non gli procurava più quel piacere delle prime volte. Forse perché erano passati millenni dal primo rapporto sessuale che aveva avuto con una donna. Anche all’epoca era stato uno stupro. Difficilmente le donne si innamoravano di un tipo come lui. O almeno così pensava. In realtà alle femmine piace il bel tenebroso, l’uomo dannato. Ma lui non si era mai occupato di mode o di tendenze. Aveva visto questa bella sedicenne per strada. Quei capelli biondi ricci e il seno già florido a quell’età, l’avevano attizzato come poche volte era successo. L’aveva rapita con la velocità di un vento del deserto e portata in un luogo appartato. L’avevo violentata per ore prima di riuscire ad ottenere il vero piacere. Ora non sapeva cosa farci di quel pezzo di carne nuda, svenuta per l’atrocità che era stata commessa al suo corpo e alla sua anima. Decise di lasciarla in vita. Una così bella creatura doveva vivere, soprattutto dopo aver assaggiato il seme di un essere superiore quale lui era. Tanto probabilmente sarebbe morta durante la gravidanza. Non aveva figli, non perché non li volesse, ma perché tutte le femmine con cui aveva copulato, erano morte. Troppo potere pensava, ma sapeva bene che morivano anche per le atrocità che avevano in grembo. Mostri creati dai suoi geni corrotti. Pensò che poteva tornare a trovare la ragazza fra qualche giorno, aveva sempre un altro buco da esplorare.
Gli eventi della Rivoluzione d’Ottobre lo colsero impreparato. Come lo era stato per la Rivoluzione Francese. Lo zar era decaduto e con lui tutti i progetti che aveva coltivato da secoli con la Madre Russia. Ormai quel paese non era più una sua priorità. Si trasferì quindi a Monaco, spirava un’aria di violenza e paura in quelle lande. Un’aria che ben ricordava. Si invece scordò della bella ragazza dai capelli biondi. Tanto sapeva che non avrebbe mai potuto far nascere un suo erede. Nessuna poteva. Questa storia ci fa capire come anche un immortale può errare. Qualche mese dopo in uno scantinato infestato dai topi di San Pietroburgo, venne alla luce il “mostro”. Così orrendo che la madre morì di crepacuore quando lo vide. Anche chi era nel locale, la nutrice, la nonna del pargolo, morirono, ma loro non per cause naturali. Fu il neonato. Un singolo impulso al cervello. Un ictus di massa. Non voleva avere spettatori della sua nascita che fossero in vita per raccontarla. O peggio ancora, parenti umani. Lui era Dark King. L’unico suo consanguineo era suo padre. Lot Destr, meglio conosciuto come l’Imperatore Nero.
Vi propongo qui il racconto che avevo inviato al contest della Ragazza Drago ma che poi non ha partecipato al contest, ancora non so per quali motivi.
Il drago verde smeraldo planò verso la piccola radura in cerca di cibo, infatti era assai affamato, la selvaggina in quel periodo scarseggiava a causa dell’inverno rigido. Aveva adocchiato qualcosa che stava correndo verso gli alberi dell’antica e oscura foresta che era la sua dimora da millenni. Scese in picchiata sull’essere che aveva un invitante colore scarlatto e lo imprigionò nel suo becco coriaceo. La sua preda cercò di dimenarsi e stava per riuscire a sfuggire alla sua presa, ma alla fine, la inghiottì in un sol boccone. Dall’aspetto gli era sembrato uno di quei diavoli che alle volte si avventurano in superficie, alto, tozzo, corna ricurve sulla testa allungata, ali e coda appena abbozzate. Rimase disgustato dal sapore di zolfo dell’animale che aveva appena mangiato. Aveva bisogno di acqua, per cercare di far sparire quel sapore dalla sua bocca. Volò verso il lago dove si abbeverava sempre e che sapeva non essere del tutto ghiacciato come gli altri specchi d’acqua della zona. Atterrò affondando le zampe nella ghiaia della riva, allungò il collo e bevve molti sorsi di acqua gelida. Contemplò con ammirazione lo scheletro della viverna che emergeva dalla superficie del lago. Quella mezza specie di tacchino volante aveva cercato di mangiarlo. A lui. Un drago. Non aveva avuto alcuna difficoltà a rompergli il collo. Poi aveva banchettato con la sua carne per giorni. Avrebbe voluto condividere quel lauto pasto con altri suoi simili, ma ormai era l’unico della sua specie rimasto in vita. Le lotte fratricide, le battaglie con le idre e le viverne, la mancanza di cibo, li avevano sterminati. Tornò alla realtà quando sentì un lancinante dolore provenire dal suo stomaco. Quella dannata preda. Gli stava dando più problemi che soddisfazioni. Vide che qualcosa stava emergendo dal suo stomaco. La carne si lacerò, le scaglie ossee che formavano la sua coriacea pelle volarono via insieme a un fiotto di sangue e di intestini. Qualcosa emerse dallo squarcio che si era creato nel suo corpo.
Ossa che si sbriciolavano, carne che veniva masticata e lacerata. E tutto fu luce e frastuono. In pochi attimi, passò dall’oscurità cavernosa del corpo del drago all’aria aperta del lago. Una brezza leggera lo investì, portandogli l’odore ferroso del sangue che lo ricopriva. Guardò l’animale che aveva osato mangiarlo.
“Tu non sai chi sono io!” urlò “Sei solo chiacchiere e distintivo!” disse l’essere schiaffeggiando il muso del drago. Si accorse che era già morto, ma continuò lo stesso con il monologo, l’egocentrismo non gli permetteva di fermarsi.
“Io sono Mad Dog, il Demone Ribelle! Sono io a mangiare gli altri! E’ la seconda volta che mi capita ‘sta cosa alla Man in Black. Mi hai fatto venire sete…” esclamò il demone staccando di netto la testa al drago. Bevve avidamente il fiotto di sangue che sgorgò dal colonna vertebrale dell’animale.
“Sono venuto qui per un’importantissima missione! Devo salvare dall’estinzione l’ultimo drago verde di questa realtà… Chissà dove si nasconde…” il diavolo non riuscì a finire la frase. Guardò la testa dell’animale che aveva appena ucciso, la prese in mano. Le scaglie erano verdi, smeraldo. Un profluvio di bestemmie e parolacce, quali e quante mai quel mondo aveva sentito, turbarono la quiete invernale del lago. Reggendo ancora la testa in mano, imitando Amleto, il demone esclamò:”Mangiarti o non mangiarti, questo è il problema! Dovrò anche trovare una buona scusa per quanto è successo. Potrei dare la colpa ad un gambero gigante… si farò così!” concluse Mad Dog accingendosi a consumare il suo lauto pasto.
Questo è un racconto che ho iniziato a scrivere subito dopo il terremoto che ormai due mesi fa ha colpito L’Aquila… non l’ho finito… non credo che lo farò a breve, quindi eccolo così…
Respirava a fatica, gli lacrimavano copiosamente gli occhi, nelle orecchie aveva ancora il rombo della terra che tremava, in bocca il sapore della bile misto al sangue. Si era svegliato immediatamente, aveva capito, cosa stava accadendo. Per tutti i mesi precedenti quelle dannate scosse non si erano fermate, il suo timore era diventato una dura realtà. Aveva cercato di raggiungere i genitori e la sorella, per scappare, prima che tutto gli crollasse sulla testa. Non aveva fatto in tempo. Non ricordava cosa fosse accaduto, sembrava che qualcuno avesse premuto il tasto rewind del videoregistratore, un secondo prima stava correndo verso la camera della sorella, un secondo dopo era incastrato sotto cumuli di vita famigliare. Sentiva il sangue scorrergli sulla guancia, sentiva il suo sapore metallico in bocca. Pensò che sarebbe morto lì sotto le mura della sua stessa casa. Gli arrivavano dei suoni confusi e dopo quello che gli sembrarono essere solo pochi secondi dal crollo, si sentì sollevare, estrarre, delicatamente ma allo stesso tempo violentemente dalle macerie. Si ritrovò in un parco, insieme a tutta la sua famiglia, mentre intorno cascavano le costruzioni. Poté intravedere per pochi attimi una figura bianca sfrecciargli davanti, così veloce che originò una folata di vento. Passarono solo pochi secondi e davanti ai suoi occhi c’era un’altra famiglia, smarrita, confusa, proprio come loro. La figura si fermò per un momento.
“Qualcuno verrà ad aiutarvi presto.” disse il ragazzo, poteva avere la sua età o poco più. Indossava un completo militare bianco con un basco viola. Scomparve subito dopo averli rassicurati così come era arrivato.
E qualcuno arrivò. Alzò la testa verso il cielo oscuro della notte mortifera e scorse una moltitudine di elicotteri, alcuni enormi con due pale, altri strani, degli ibridi tra un elicottero ed un aereo. Non riusciva a contarli per quanti erano, occupavano tutto il cielo sopra L’Aquila. Nello stesso momento sentì un penetrante odore di zolfo che imputò al terremoto appena avvenuto. I mezzi interamente bianchi, risaltavano sulla notte color pece, un unico simbolo viola, una specie di triangolo, si poteva intravedere sulle loro fiancate.
“Qualcuno direbbe che La Cavalcata delle Valkyrie sarebbe la musica più adatta a questa scena… ma io dico che anche la soundtrack di Transformers ci andrebbe bene, vero?”
Una voce come mai aveva udito, gutturale, che gli ricordava il rombo assordante del terremoto che aveva appena sconvolto la sua vita. La sua mente non riusciva ad elaborare tutti questi avvenimenti, il sisma, il salvataggio inaspettato, gli elicotteri. Ebbe un mancamento. Si sentì sorreggere da forti braccia, muscolose, irte di scaglie acuminate che gli graffiarono la pelle. Una folata di sabbia gli arrivò direttamente in faccia facendolo rinvenire. Per poco non svenne di nuovo. Aveva davanti un essere con la faccia di sciacallo, era il dio della Morte degli Egizi, Anubis.
“Non siamo qui per giocare Mad Dog, devi recarti subito ad Onna, dalle rilevazioni del satellite, è completamente distrutta, Tom Goron si sta già recando sul posto insieme ad una squadra di Imperiali, io andrò verso l’ospedale. Impero è andato alla Casa dello Studente.” disse il Dio senza alcuna traccia di emozioni nella voce. Guardò freddamente il ragazzo, con occhio clinico, poi si mise ad esaminare velocemente le poche persone presenti, constatando che, a parte qualche sbucciatura e contusione, stavano tutti bene. Uno dei grandi Chinnok atterrò vicino a loro, vomitando all’esterno, un’ambulanza e un centinaio di soldati.
“Portate coperte e thè caldo. Vedete chi ha bisogno di cure mediche. Il resto di voi vada ad ispezionare quelle case che sono crollate. Dobbiamo salvare il maggior numero di persone prima che arrivi la Protezione Civile!” disse Anubis prima di trasformarsi in sabbia.
Sta per iniziare l’estate, quest’anno come l’anno scorso, non andrò in vacanza ma mi terrò da parte i soldi per andare a Lucca a novembre e forse fuori verso Capodanno. La mia vita, oltre il lavoro, è riempita dalla fumetteria, anzi dalle, dalle presentazioni, dagli eventi di cosplay. Ci sono tante cose in ballo, dopo il fallimento del Monterotondo Fantasy, di cui però ora è assolutamente prematuro parlare. Inoltre ho appena fatto il famoso megaordine di libri su IBS che arriveranno fra un mese, vista la difficile reperibilità di alcuni tomi. Ed ancora devo finire Estasia 3. Non ho avuto tempo. Non ho la forza di prendere in mano nemmeno i fumetti in questo periodo. Comunque ho deciso di postare un racconto non finito, doveva essere per il contest della Ragazza Drago. Era una fanfiction su Atil Dolkin, poi ho ripiegato, come sapete, su Mad Dog. Se qualcuno di voi vuole continuarlo è libero di farlo…
Il mio nome è Atil Dolkin. O almeno lo era. Non so più nemmeno quale sia. Molto tempo fa ero venerato come un eroe dal mio popolo, ero un modello da seguire per i più giovani, ero il salvatore della patria. Ma non mi bastò. Volevo avere più potere, la bramosia e l’avidità invasero il mio animo, corrompendolo. Sulle mie mani scorre il sangue di milioni, se non miliardi, di persone innocenti. Ho ucciso chi amavo nella convinzione, errata, che fossi nel giusto. Ho compiuto atti così spietati che ancora oggi, dopo tutti questi anni, la notte è funestata da incubi. I morti mi vengono a trovare per ricordarmi tutti i miei errori. Il potere corrompe l’anima ad un livello così profondo che vi potrebbe sconvolgere. Sono stato esiliato per ciò che ho fatto, maledetto dalla stessa mia gente che un tempo mi adorava. Costretto ad errare di dimensione in dimensione dell’Omniverso cercando di redimermi. Non ho un più una patria, una casa, qualcuno da cui tornare. Ho errato così tanto che ormai ogni diversità non è più una novità ma nulla mi aveva preparato all’incontro con una ragazzina insicura di nome Sofia. La incontrai per caso nelle vicinanze della città dei Cesari, in un’antica dimora sulle rive di lago di cui avevo dimenticato il nome. La villa era circondata da un bosco fittissimo ed inquietante, come quelle cupe foreste che si trovano nel tempi passati nel Nord dell’Europa. Mi ricordava i boschi dell’Austria dove avevo affrontato orde di zombie, di orchi e di altri mostri partoriti dalla malsana mente di Lot Destr, il mio più antico nemico. C’era qualcosa di strano nell’aria, una sorta di energia di cui non riuscivo a percepire esattamente l’origine. La ragazzina mi guardò stupita come se avesse visto un fantasma. Le lessi nella mente senza volerlo. Aveva paura, non pensava che uno come me potesse penetrare la barriera. Compresi che mi aveva scambiato per qualcun altro, qualcuno sicuramente non buono. Non posso darle torto. Non facevo più caso al look e al mio aspetto. Sembravo uno straccione puzzolente. La barba lunga e incolta, i vestiti laceri e lerci. Non ero certamente un bel vedere, soprattutto per una ragazzina timida e paurosa. Si accorse della mia intrusione. O per meglio dire, qualcos’altro dentro di lei si accorse dell’intrusione. E rispose. Un intrico di liane e rami mi avvolsero in un stretta mortale. Erano partiti da quella ragazzina macilenta. Dalle sue mani. Non volevo combatterla. Ero capitato lì per caso, non avevo alcun interesse a continuare nella lotta. Le sue difese psichiche erano pressoché inesistenti, riuscì nuovamente ad intrufolarmi nella sua mente. Potei sentire tutta la possanza dello spirito che aveva dentro. Si faceva chiamare Thuban ed era una sorta di drago. Se ci sono degli esseri viventi che più di ogni altri odio sono proprio i draghi. Ho i miei buoni motivi per odiarli, ma cercai di metterli da parte, almeno per quell’occasione….
Come sapete nel blog della Ragazza Drago è in corso un contest per vincere una copia del secondo libro della saga scritta da Licia. Purtroppo la Licia si è sbagliata, scrivendo nel suo blog che bisognava scrivere una fanfiction. Siamo due rincoglioniti. Io e lei. Lei perché non si è accorta che bisognava scrivere un racconto normale, io perché ho visto il suo post, l’ho letto, ma non ho recepito il messaggio in cui diceva che non bisognava scrivere una fanfiction sulla Ragazza Drago. Donc ma anche yep io la fanfiction l’ho scritta ed ora ve la beccate qui!
Un venticello fresco spirava dal lago, facendo frusciare le foglie degli alberi. Si stava godendo quel momento di pace, mentre i capelli si arruffavano e le veniva la pelle d’oca ad ogni respiro dell’aria notturna. Erano passati pochi giorni dalla terribile battaglia contro gli sgherri di Nidhogg per salvare la sua più cara e unica amica. Solo grazie alla sua forza di volontà e all’immenso potere che era racchiuso in lei, era riuscita nell’impresa. Sapeva che presto tutto sarebbe cambiato, aveva vinto soltanto una battaglia ma la guerra contro quella dannata viverna era lungi dall’essere finita. Prima che tutto mutasse, voleva assaporare un po’ di tranquillità, per rinfrescare la sua anima. Chiuse gli occhi e si distese sull’erba soffice per assaporare al meglio questi attimi, quando sentì un urlo gutturale provenire da qualche parte sopra di lei. Aprì gli occhi e scattò in piedi. L’urlo si fece più distinto. Qualcosa di rosso atterrò scompostamente davanti ai suoi piedi, l’impatto la fece ricadere a terra e creò un piccolo cratere alzando, in aria, polvere e terriccio. Passarono alcuni secondi di quasi assoluto silenzio, poteva solamente sentire il battito forsennato del suo cuore. Poi, ci fu un profluvio di bestemmie e parolacce, così tante e variegate, che mai aveva sentito in vita sua. Bastò un battito di ciglia e davanti ai suoi occhi sbalorditi c’era un diavolo rosso, tozzo e alto, con lunghe corna ricurve, zampe possenti, artigli affilati e due occhi gialli, come quelli gatti, che la guardavano in maniera indagatrice.
“Che hai da guardare con quella faccia da ebete? Ah certo, sono sicuro che non hai mai visto un demone così sexy come me. Mi presento, il mio nome è Mad Dog e sono il Demone Ribelle!” disse l’essere con una voce che somigliava a quella della lava che scorre in fiumi dopo l’eruzione di un vulcano. Per quanto all’apparenza quell’essere sembrava mostruoso, Sofia non era per nulla allarmata dalla sua presenza, non lo sentiva nemico. E sapeva che anche Thuban aveva la sua stessa idea.
“Non sono nel Mondo Emerso vero? Questo posto sembra tanto la Terra. Quello sembra il Lago d’Albano per esempio. Ci ho fatto una scorpacciata di idre, una volta, in quel lago, che non ti dico. Uauh, che bei ricordi!”
“Il Mondo Emerso quello dei libri di Licia Troisi?” chiese perplessa la ragazza.
“Si. Le Cronache per la precisione. Stavo andando a trovare quella bonazza di mezzelfo di nome Nihal. Sai, io sono un suo fan, ma ho imboccato la realtà sbagliata… Comunque tu non ti sei presentata….”
“Il nome è Sofia…” rispose timidamente la ragazza.
“Sofia?” esclamò stupito Mad Dog che socchiuse lievemente gli occhi osservando meglio l’umana, la sua attenzione si concentrò su uno strano neo azzurrino che campeggiava sulla sua fronte. Il demone spalancò gli occhi dalla sorpresa.
“Sono nel libro La Ragazza Drago della Licia! C’è quella stra-mega-bonazza di Nida! Dimmi hai già salvato quella tua amica ginnasta?” urlò il demone scuotendo violentemente Sofia.
“Si perché?” balbettò la protagonista del libro.
“Nemmeno questa soddisfazione. Volevo provare a sedurre Nida e poi l’avrei mangiata… ‘sta realtà fa proprio schifo. E se penso che il destino di questa dimensione è affidato a una ragazzina piagnucolona e imbranata come te che è la copia sputata della mia autrice preferita, per inciso Licia Troisi, beh mi passa la fame! Ora devo andare, avrei voluto parlare di più con te, ma ho le battute contate, sto partecipando a un contest su internet… credo che mangerò chi l’ha inventato… anche perché mi accorgo che non dovevamo scrivere una fanfiction. Credo mangerò Licia! Addio!” disse il demone scomparendo in una vampata di zolfo lasciando la povera Sofia a bocca aperta.
Come sapete domenica sono tornato dal quinto e forse ultimo Cos-Party svoltosi a Parma. E per la prima volta ho partecipato con un mio cosplay. Prima e ultima volta. E’ stata una bellissima esperienza, ma non sono un cosplayer, mai lo sarò. Non mi sono mai imbarazzato tanto in vita mia salendo su quel palco, ed avendo fatto una figura assai magra, non ripeterò assolutamente l’esperienza. Comunque vi lascio alla foto in cui sono sicuramente venuto meglio, scattata dal mitico Max.
Comunque non vi devo sorprendere che non voglia fare altri cosplay. L’avevo già detto più volte, l’ho fatto solo per Alessia e per gli organizzatori del Cos-Party. Ma questo non vuol dire che non porterò il costume a qualche presentazione di Licia o di Fra. Potete trovare le altre foto e i video su Facebook.
Non gli piaceva molto andare in moto, lo considerava un mezzo per i plebei, ma date le circostanze, gli serviva qualcosa di veloce in grado di attraversare facilmente e velocemente le fogne della città verso il regno dei disgustosi ghouls. Il suo casco era un prodigio della tecnica, collegato direttamente ai satelliti della sua compagnia e al computer centrale dell’Oberon Building, che aveva fatto riattivare poco prima uscire per andare a salvare la cacciatrice. Ora poteva, quindi, ricevere ogni genere di informazione dell’ambiente circostante. Fu solo grazie a quell’apparecchio e ai suoi sensi ipersviluppati di vampiro che sentì arrivare l’onda d’urto dell’esplosione. Il pavimento delle fogne si sgretolò per poi crollare in una gigantesca voragine senza fine. Stakes era stato velocissimo e appena il suolo si era disintegrato, aveva abbandonato la motocicletta e aveva usato la sua telecinesi per planare nel mezzo della voragine. Anche senza le informazioni che vedeva davanti ai suoi occhi, aveva capito che in quel punto c’era stata un’esplosione di una potenza inaudita. Doveva essere stata quella Sarah, per cercare di uccidere il Golem. Eppure aveva spiegato a Pickett che bastava cambiare le lettere del nome del mostro per farlo tornare ad essere un ammasso di argilla informe. Perché quell’idiota di ghoul non l’aveva fatto? Perché cazzo aveva complicato tutto? Sentiva che il golem non era morto, sentiva che quel dannato essere elementare che aveva evocato era ancora vivo. Si doveva ricomporre e dopo quell’esplosione, ci avrebbe messo molto tempo. Doveva trovare quella cacciatrice prima che lo facesse il gholem e prima che quell’idiota di dampyr nuclearizzasse il resto della città per eliminare il suo mortale nemico.
Gli era crollato tutto addosso. Letteralmente. Il soffitto era crollato e lo avevo travolto. Era riuscito a rifugiarsi in una nicchia del muro delle fogne e miracolosamente era sopravvissuto. Infatti, anche un vampiro come lui, poteva morire se rimaneva intrappolato sotto quei pesanti macigni. Quel che rimaneva della volta del cunicolo che stava percorrendo poco prima ora lo intrappolava dentro quella rientranza del muro che l’aveva salvato dal crollo. Provò a spostare uno dei macigni ma era tutto inutile. Il masso non si mosse di un millimetro e rimase nella sua posizione. Doveva escogitare un piano prima che il suo corpo finisse le scorte di sangue. Si ricordò di una delle tecniche imparate dal suo amico Dracula, in Romania. Espandere la mente, era la prima cosa da fare. Poi pensare al proprio corpo come qualcosa di volatile, come ad un gas che potesse passare tra le minuscole fessure della roccia. Doveva pensare di essere in superficie, sotto i raggi argentei della luna. Aprì gli occhi. Era fuori. Il vento gli accarezzava la pelle fredda e gli scompigliava i capelli rossi. Sentì una voce nella sua testa. Morrigan. La sua amata Morrigan. La donna, umana, che aveva stregato il suo cuore non morto.
“Qualcosa di antico si è ridestato. Lo sento. Deve essere fermato. Il nostro ordine ti darà tutto l’aiuto possibile. Le mie consorelle di New York ti aspettano. Sai dove trovarle. Che la Madrea Oscura, la divina Hekate Aidonaia, vegli su di te e su tutte noi.”
Era riuscito a salvarsi, miracolosamente. Per fortuna aveva progettato il suo studio in maniera perfetta. Una scappatoia di emergenza proprio accanto alla scrivania. E si era ritrovato nella merda, sia metaforicamente che letteralmente. Era atterrato sugli escrementi di un cane ma soprattutto aveva perso il controllo della sua città. Il suo attico era andato distrutto. L’unica cosa buona era che lo credevano morto. Tutti. Era un bene. Aveva bisogno di sangue, urgentemente. Per quanto si fosse salvato, l’esplosione aveva lambito la sua pelle e bruciato parte dei suoi vestiti. Aveva consumato molto sangue per guarire dalle ustioni. Non doveva farsi vedere, non doveva far supporre a nessuno che era ancora vivo. La fortuna era dalla sua parte, un barbone dormiva nel vicolo. L’uomo si era svegliato quando lo aveva sentito atterrare qualche secondo prima. Lo guardava in maniera strana. Non era così usuale vedere qualcuno, vestito in giacca e cravatta, con gli abiti consumati dal fuoco, atterrare in un vicolo, illeso. Nubi si avventò sull’uomo con una velocità fulminea. Il barbone non ebbe nemmeno il tempo di gridare che il vampiro gli ruppe il collo. Gli rubò i vestiti e buttò, con riluttanza, i suoi costosissimi abiti dentro un cassonetto. Lasciò il cadavere dell’uomo lì per la strada, senza succhiargli il sangue. Lui era Ludovico Nubi, non poteva bere il sangue di un pezzente. Ora doveva andare dove sapeva lui. In un posto dove avrebbe trovato un buon computer e scorte di sangue illimitate. Doveva andare dalla sua creatura. Dal miglior sistema informatico che avesse mai creato. E se qualcuno avesse fatto storie, c’era sempre la sua Beretta laccata in oro che avrebbe risolto la situazione.
Le parti precedenti le potete trovare cliccando su “Blogracconto” qui sopra.
“Per il diluvio universale, cosa cazzo è successo?” gridò Victor quando sentì il palazzo tremare violentemente a causa di un’esplosione di cui aveva sentito solo l’agghiacciante boato. Subito dopo si mise in funzione, assordante, il sistema di allarme. Si accesero le luci di emergenza che indicarono ai numerosi dipendenti le vie di uscita più veloci. Una tempesta di gocce d’acqua iniziò ad inzuppare i folti e lunghi capelli biondo cenere del vampiro.
“Dannazione, anche questa!” grugnì esasperato il non morto alzando lo sguardo verso i bocchettoni del sistema antincendio. Probabilmente l’esplosione aveva mandato in tilt ogni apparecchiatura del palazzo e, quindi, anche il sistema antincendio, pensò Victor. Non si capacitava di aver potuto permettere che succedesse un tale disastro. Lui avrebbe dovuto evitarlo. Era l’addetto alla sicurezza del basileus Nubi, doveva pensare all’incolumità del suo padrone, che probabilmente, era morto. Aveva infatti intuito che l’esplosione era avvenuta all’ultimo piano o comunque negli ultimi piani del palazzo. Se la deflagrazione era avvenuta qualche piano sotto all’attico c’era ancora qualche possibilità che il basileus fosse vivo, forse intrappolato dall’incendio che sicuramente si era sviluppato dopo l’esplosione. Prima però di fare congetture, doveva andare a vedere con i propri occhi qual era la situazione e cercare di scoprire l’origine del disastro. La speranza che Lu, come lo chiamava confidenzialmente lui, fosse vivo, era minuscola, ma come diceva un proverbio degli umani, la speranza era anche l’ultima a morire. Raggruppò una decina di vampiri che stavano evacuando verso il piano terra dell’Oberon Building e li divise in quattro gruppi. Il primo gruppo sarebbe sceso fino al pieno terra per controllare la situazione con la polizia e i pompieri e far salire solo le “loro” squadre di vigili del fuoco, cioè dei pompieri legati alla loro organizzazione da vincoli di sangue e che quindi dovevano obbedire ciecamente ai loro ordini. Se qualche umano non indottrinato avesse scoperto, accidentalmente, la loro vera natura, sarebbe stato un affare veramente molto brutto. Il secondo gruppo si sarebbe occupato di controllare i server e il computer centrale, di mettere al sicuro tutti i dati e di evitare intrusioni di estranei. Il terzo gruppo si sarebbe appostato al quindicesimo piano e non avrebbe fatto salire nessuno che non fosse dell’organizzazione. Infine il quarto gruppo guidato dallo stesso Victor sarebbe andato verso i piani più alti. C’era voluto quasi un quarto d’ora per coordinare tutti i gruppi, si trovavano ora su un corridoio del sesto piano che era stato evacuato da pochi secondi. Stavano per separarsi quando, all’improvviso, tutte le luci si spensero. Per fortuna, pensò Victor, grazie alle loro abilità vampiriche innate, potevano vedere al buio come alla luce. Operare nell’oscurità non era un problema per loro. Quindi riuscì a vedere benissimo chi si trovava ora davanti ai suoi occhi neri come la pece. Un vampiro era come comparso dal nulla, vestito con un completo rosso carminio. Impugnava saldamente alla mano destra, uno spadone a due mani, di foggia assai antica, che teneva rivolto con la lama verso il pavimento, quasi come fosse un vecchio con il suo bastone.
“Stakes” sibilò Victor quasi sputando le parole.
“Ti ricordi di me. Sono lusingato. La vostra fine sarà breve e indolore.” disse il vampiro guardando il fisico possente, da orso, e la folta ma curata barba di Victor. Gli altri vampiri risposero a Stakes sfoderando le loro pistole mentre l’addetto alla sicurezza del basileus fece crescere i suoi lunghi e affilati artigli. Tutto ciò che successe dopo accadde in pochi secondi. Lo spadone si mosse come se avesse avuto vita propria saettando nel corridoio e decapitando con estrema facilità ogni vampiro, tranne Victor. La carne di quei non morti, che era nota per la sua robustezza in confronto alla flaccida carne degli umani, era diventata come burro fuso al contatto con l’arma di Stakes.
“Dalla tua faccia sbigottita ti starai chiedendo – come ha fatto? – Devi sapere che in questi miei anni di forzato esilio ho notevolmente migliorato le mie capacità telecinetiche. Inoltre ho appreso qualche trucchetto magico, in previsione di incontri come questo.” disse quasi ridendo il non morto che continuò dicendo:”Cosa aspetti? Un invito forse? Non userò la spada se è questo che ti preoccupa.”
Lo spadone a due mani cadde pesantemente sulla moquette ormai fradicia e imbrattata dalla polvere che rimaneva dei corpi di vampiri che erano stati appena decapitati. Con un urlo gutturale da far tremare le pareti, Victor si lanciò all’attacco contro il suo temibile avversario. Stakes chiuse gli occhi e quando sentì la presenza degli artigli dell’altro vampiro a qualche millimetro dal suo corpo, riaprì di botto le palpebre. Una forza invisibile lanciò Victor dall’altra parte del corridoio facendo andare a sbattere contro la porta di un ascensore che si deformò all’impatto. Il vampiro cercò di rialzarsi, ma la stessa forza misteriosa lo sospinse in alto bloccandolo sul soffitto. Stakes si avvicinò con passi lenti e studiati, impartendo il maggior dolore possibile alla nullità che stava combattendo. Attraverso la sua telecinesi stava facendo stritolare il corpo di Victor sapendo che questa pratica non l’avrebbe comunque ucciso ma lo avrebbe ferito gravemente. Arrivò quasi sotto al vampiro proprio quando si sentì lo scrocchio di un osso della gambe sinistra che si frantumava. Stakes lasciò andare la presa della telecinesi e il vampiro cadde sonoramente sul pavimento.
“Sono stanco di giocare con te. Lo dico a malincuore, non mi hai fatto divertire più di tanto. Sparisci, non ti voglio più rivedere, nel nuovo ordine di cose che imporrò in questa città, per quelli come te, non c’è alcun posto!” disse Stakes voltando le spalle al suo avversario. Victor cercò di alzarsi, ma cadde pesantemente in ginocchio, a causa del gamba fratturata che stava, seppur lentamente, guarendo.
“Ah, quando dicevo che non avrei usato la spada, beh mentivo!” urlò Stakes senza voltarsi, ridendo sguaiatamente.
Victor poté solo sgranare gli occhi prima che la spada a due mani gli trapassasse il collo, mettendo fine alla sua esistenza di non morto.
“Ed ora manderò qualcuno ad occuparsi di quella Sarah… quell’abominio deve essere distrutto… potrebbe minare la mia salita al potere, vero Victor?” disse Stakes girandosi verso quello che rimaneva dell’addetto alla sicurezza di Nubi. “Ah, è vero, ti ho ucciso.” disse contrariato il vampiro che raccolse la sua arma sussurrando:”Potrebbe essere molto piacevole scontrarsi con quella cacciatrice, se solo ne avessi il tempo…”. Stakes scosse il capo dolente e si avviò verso i piani superiori per ripulirli dagli altri vampiri che erano al servizio del defunto basileus. Aveva voluto sbrigare personalmente questa faccenda, così da consolidare il suo prestigio e la sua potenza in città, ma anche per un suo gusto sadico di porre fine a non-vite così inutili.
La lunga coda dei suoi capelli di un rosso quasi carminio veniva smossa dal forte vento che spirava quella notte. Sentiva le sirene accorrere sul luogo del disastro. Poteva vedere dalla sua postazione, un edificio poco lontano dall’Oberon Building, lo sfacelo che aveva causato l’esplosione, le fiamme che avevano invaso l’attico. Erano passati alcuni minuti dalla deflagrazione e dei ricordi di un passato lontano tornarono ad affollare la sua memoria, facendolo andare indietro nel tempo di più di una decade. Si ricordò di quando lui e Norman avevano affrontato Matt Stakes. Proprio in quell’attico. Quella volta il facoltoso vampiro inglese aveva fatto esplodere il suo prezioso studio all’ultimo piano pur di vincere. Quella volta se non fosse stato per il provvidenziale arrivo di Nubi, sarebbero morti. Il basileus era riuscito a contattarlo, in Canada, alcuni giorni prima, lo aveva pregato di raggiungerlo, non sapeva per cosa, non aveva voluto rivelarlo. Anche se non poteva sopportare quel vampiro così vanaglorioso e spocchioso, aveva constato che era uno dei pochi amici, forse l’ultimo, che ancora aveva. Ed ora Nubi era probabilmente morto, ucciso da un suo vecchio nemico. Aveva visto passare qualche secondo prima un elicottero, sulla cui fiancata, c’era scritto a caratteri cubitali e militareschi “M.S.A.I.”, acronimo di “Matt Stakes Army Industries”. Aveva subito capito cosa era successo e si sarebbe vendicato. Lui era Connor O’Donnel, il più famoso vampiro dell’Irlanda ma soprattutto il non morto che in tutto il Nord America, era il più abile nel maneggiare una katana. Il vento era aumentato di intensità e muoveva convulsamente il suo cappotto di pelle nera. Saltò giù dal tetto dell’edifico con un balzo felino e atterrò perfettamente in strada senza fare il minimo rumore. Era tempo di vendicarsi, la lama della sua katana si sarebbe bagnata del sangue di Stakes, se non quella notte, nella prossima. Non si uccidevano gli amici di Connor O’Donnel senza pagare il fio della vita, ma soprattutto non perdonava a Stakes di avergli impedito di sfottere personalmente Nubi per lo stupido appellativo, basileus, che si era dato.
La porta dell’ascensore si aprì silenziosamente. Un uomo entrò, con passi felpati, nell’attico di un maestoso grattacielo della Grande Mela. Ammirò con disgusto tutta l’opulenta ricchezza che quel luogo emanava, dall’immensa libreria traboccante tomi antichi e pregiati, ricoperti di polvere alla pendola interamente rivestita di oro luccicante. Dovunque posasse lo sguardo vedeva solo oggetti pacchiani e di pessimo gusto. Lo vide, era dietro la robusta scrivania di legno nero, di spalle, stava guardando, attraverso le vetrate che circondavano interamente l’attico, la città notturna brulicante di vita. Nella mano destra teneva una coppa di cristallo, probabilmente boemo o veneziano, ricolma di un liquido rosso, assai scuro.
“Passa il tempo, amico mio, ma tu sei sempre dall’altra parte della scrivania, mentre io sto sempre da questa parte.” disse l’uomo girandosi verso la persona che era appena entrata nel suo attico.
Non era cambiato molto, era solamente più pallido di dieci anni prima. I lunghi capelli corvini erano legati in una coda. La faccia era lunga e stretta con degli occhi piccoli e vivaci, di un nero tenebroso, il naso era anch’esso stretto e lungo. I canini erano bianchi, lucidi e sporgevano dalla piccola e sottile bocca del vampiro. Indossava un completo gessato bianco, di qualche stilista italiano, non indossava una camicia, ma bensì una maglia nera. Da quando l’aveva conosciuto, quasi quindici anni prima, Ludovico Nubi aveva sempre indossato quegli orribili completi.
“Qualcosa però è cambiato, Lu, quando entrai qui per la prima volta, dieci anni fa, c’era un altro dietro quella scrivania.”
“Caro Norman, sono cambiate molte cose dalla tua sparizione dopo i fattacci di Dublino…” disse Nubi scrutando scrupolosamente quel suo vecchio amico. Era basso come se lo ricordava, molto più basso di lui, ma assai più muscoloso. Un nanetto ostico. Portava ancora una barba incolta accompagnata da dei capelli altrettanto incolti. Sembrava più un ghiottone che un vampiro anche perché i suoi vestiti erano più stracci che vestiti veri e propri. Anzi, pensò Nubi, sembrava un barbone. Come sempre era sembrato. E oltretutto puzzava di fogna come sempre era puzzato.
“Hai avuto più notizie di Connor?” chiese a bruciapelo Norman cogliendo alla sprovvista l’altro vampiro.
“Lo sento a volte, è stato in Cina, in Africa a cercare chi sai tu, in Romania… in molti posti… ci siamo anche rivisti qualche volta. Tu dove sei stato Norman? Se così ti fai chiamare ora…”
“Dovunque e da nessuna parte.” chiosò alzando le spalle il non morto.
“Sempre elusivo. Non cambi mai. Io invece sono cambiato, credo che lo saprai, ora sono il nuovo basileus di questa città!” disse Nubi invitando l’ospite a sedersi su una delle belle e comode poltrone in pelle nera che si trovavano davanti alla sua scrivania.
“Basile che?” chiese Norman sedendosi davanti a Nubi.
“E’ greco, razza di idiota, vuol dire “re”. Lo preferisco a “principe”. E’ più cool.”
“Io non ho studiato il greco… ma so che tu non avevi questa posizione l’ultima volta che ci siamo visti. Anzi non eri nulla, eri una nullità, senza carattere, eri un vile, manovrato da tutti a loro piacimento. Eri un piagnucolone. Ti devo rivelare che sono rimasto sorpreso quando sono tornato in città e ho scoperto che tu eri il nuovo capo di questo buco di fogna!” disse ridendo il vampiro.
“Ti capisco, nemmeno io avrei puntato un dollaro su di me dieci anni fa, ma le cose cambiano. La morte della mia amata Adriana mi ha profondamente cambiato. Il fatto che mi abbiano tolto per mero capriccio, il mio unico amore terreno e che abbiano distrutto la mia industria di armi, mi ha fatto crescere un grande rancore dentro il mio cuore non morto. Mi hanno manovrato come un burattino nei loro sporchi giochi – disse il vampiro con voce irata e continuò – Mi sono vendicato di tutti. Finché non sono diventato così potente da essere il nuovo capo di questo buco di fogna…” concluse Nubi indicando la città fuori dalle vetrate.
“E l’organizzazione di vampiri di cui fai parte, non ha fatto nulla per fermarti?” chiese perplesso Norman grattandosi la lunga barba.
“Quale organizzazione? Non esiste più, l’ho decapitata in un sol colpo e per mia fortuna non era come un’idra!” gli rispose il vampiro facendo l’occhiolino al suo vecchio e defunto amico.
“Idra? Cosa c’entra?” disse ancora più perplesso Norman.
“Sei proprio un bastardo ignorante. L’idra è un mostro mitologico dell’antica Grecia, aveva molte teste, chi dice nove, chi tredici e aveva una proprietà particolare cioè quella di rigenerare ogni testa che le veniva tagliata. Anzi ne crescevano altre due al posto di quella morta. Dovresti leggere qualche libro, Norman, sai sono molto più utili di quei tuoi artigli di cui vai tanto fiero.” disse Nubi indicando le mani dell’altro vampiro.
“E come hai fatto ad eliminare tutti quei vampiri così potenti?” gli chiese Norman con una punta di agitazione nella voce.
“Purtroppo Norman ora non ti posso rivelare questo mio piccolo segreto, sono il signore di questa città e di molto altro, come ben potrai capire ho dei compiti da assolvere. Se passerai domani ti racconterò tutto quello che vuoi.” disse Nubi che poi si alzò dalla sedia e si avvicinò alla scrivania. Il vampiro continuò a parlare guardando negli occhi Norman. “Ma ho una cosa da restituirti, me la lasciasti dopo quello che avevi combinato a Dublino, la tua pistola preferita, la Beretta laccata in oro.”
Il vampiro aprì un cassetto della sua scrivania e prese una Beretta, interamente ricoperta d’oro e si diresse quindi verso l’amico ancora seduto sulla comoda poltrona.
“Ti ringrazio di avermi custodito questa splendida pistola, era da tempo che la volevo rivedere.” disse Norman la cui voce era sempre più nervosa e agitata.
“Era ciò che volevo sentire.” urlò Nubi con un sorriso diabolico puntando la pistola verso l’antico amico. Partì un colpo e la gamba destra di Norman si staccò di netto dal resto del corpo all’altezza del ginocchio. Un urlo che si sarebbe detto disumano riecheggiò nella stanza. Il vampiro era a terra senza più una gamba, il volto contratto dal dolore e dalla rabbia. Non era più Norman, anche se il fisico era simile ma il volto era assai diverso. Corti capelli neri e dei baffetti sormontati da un naso grande e grasso e da delle folte sopracciglia.
“Ti stai chiedendo come ti ho scoperto? Sono tanti i motivi primo fra tutti Norman non usava pistole, non mi considerava un amico e soprattutto l’ho ammazzato con le mie mani anni fa per tutto quello che mi aveva fatto, per tutte le volte che mi aveva sfruttato, umiliato… ma ora dimmi, chi ti manda? Chi vorrebbe la mia fine? Qual è la tua missione?” chiese Nubi puntando la pistola alla testa dell’altro non morto.
“Molti… ma non ti dirò chi mi ha mandato… quello che ti posso dire è che con le tue chiacchiere hai decretato la tua morte, se mi avessi ucciso subito, sapendo che non potevo essere il tuo vecchio compagno di sventure, forse saresti sopravvissuto! Per quanto riguarda la mia missione la potrai intuire anche da solo!” disse ridendo come un pazzo il vampiro che aveva impersonato Norman che si strappò la maglia che aveva addosso. Legata al torace aveva una sofisticata bomba con due cilindri pieni di due strani liquidi diversi che si stavano miscelando.
“Merda! Un fottuto kamikaze!” urlò Nubi lanciandosi verso la sua scrivania.
“Come in Die Hard!” riuscì a dire il vampiro prima che la bomba deflagrasse distruggendo completamente tutto quel piano del grattacielo. Un altro vampiro, da un altro grattacielo poco lontano, ammirò quella gigantesca esplosione che fece tremare la Grande Mela fin alle sue fondamenta. Il vampiro guardò il calice di cristallo pieno di sangue che si rispecchiava nella vetrata, lo osservò intensamente e poi lo bevve tutto di un sorso. Era tempo di festeggiare, con la caduta di Nubi le cose sarebbero cambiate in città. Tutti dovevano sapere che Matt Stakes era tornato e che era lui il nuovo basileus della città. Penso al primo ordine che avrebbe dato: sarebbe stato sicuramente quello di rimettere a nuovo il suo grattacielo che quel pezzente di Ludovico aveva usurpato. Anzi, probabilmente prima era meglio trovare un nuovo nome, basileus faceva schifo, se ne rendeva conto anche lui. Doveva pensare ad un nuovo nome per rappresentare la sua potenza in città. Decise quindi di adottare la carica di Zar ma non perché gli piacesse quella terra ricca di petrolio e di freddo ma perché gli ricordava un personaggio dei fumetti che adorava leggere. Quel personaggio era un criminale, lo Zar del crimine di New York. Così lui sarebbe stato lo Zar dei vampiri e degli umani di New York. Guardò il suo viso riflesso dalla vetrata del grattacielo e pensò a tutti quegli stupidi cliché sui vampiri, tutta roba per film o per giochi di ruolo da nerd. Guardava ancora il suo viso mentre sentiva le sirene dei mezzi di soccorso che accorrevano verso l’Oberon Building. Guardava ancora il suo viso, sbarbato e curato, mentre vedeva quella che ora era la sua città, notturna, essere sconvolta da una distruzione che portava ventate di cambiamento.
L’unico rumore che sentiva, in quella notte gelida e solitaria, era quello del ticchettio, veloce e sicuro, delle sue dita sulla piccola tastiera del mini laptop che si era appena comprato. Stava scrivendo un nuovo post per il suo blog. Un racconto dell’orrore influenzato dal grande scrittore Edgar Allan Poe. Era arrivato al punto in cui l’ignaro e sprovveduto protagonista del racconto, uno scrittore anch’egli, apriva la cantina in cui si trovava l’orrore uscito dall’abisso che l’avrebbe ghermito e portato con se nell’oltretomba. Si fermò. Gli era parso di sentire un rumore sordo e lontano, come di qualcuno che bussasse al portone della sua abitazione. Lo imputò al sonno che stava sopraggiungendo. Lasciò perdere. Decise di continuare nella scrittura. Passò solo qualche secondo ed un rumore ancora più forte e deciso, lo fece distogliere dal suo lavoro. Questa volta era provenuto dalla porta della sua stanza, che se la stanchezza non l’aveva inganno, si era mossa impercettibilmente quando i colpi erano arrivati. Allora, si alzò e brandendo un cacciavite che aveva lasciato sul tavolo quando prima aveva smontato un computer, andò ad aprire la porta. Gli occhi gialli, felini, del suo gatto, lo squadrarono dall’alto in basso. L’animale mosse la testolina a destra e a sinistra, voglioso di coccole ed entrò nelle stanza ronfando contento. Il ragazzo si rilassò e decise che era ormai troppo stanco per continuare a scrivere. Voleva dormire. Il sonno di Morfeo era calato rapidamente su di lui. Si distese sul letto ancora vestito dopo aver spento la luce. Non sapeva quanto tempo fosse passato, potevano essere come due secondi, come due anni, quando sentì un opprimente peso sul petto. Non riusciva a respirare. Aveva le membra intorpidite. Aprì timoroso gli occhi. Vide due occhi gialli che lo scrutavano perdifi e vogliosi. Gli tornò alla mente la leggenda delle Succubi romane, che si posavano sui petti degli uomini, durante la notte e succhiavano tutta l’essenza vitale delle loro vittime. Aveva una paura fottuta. Riuscì a raccimolare tutte le sue energie residue e accese la luce. Sopra il petto, trovò il gatto che dormiva docile, raggomitolato in posizione fetale. Le sue paure erano infondate. Si diede dello stupido per aver solamente pensato alla Succube. Anche se si sentiva, stranamente, stanchissimo, cercò di rimettersi a dormire, ma degli orrendi incubi funestarono i suoi sogni. Qualcosa di spaventoso stava strisciando sul suo corpo, un essere polipesco fatto di gelatina che si insinuava in ogni suo orifizio, fino a soffocarlo. Questa volta non accese la luce, perché avrebbe dovuto farlo? Era solo la sua immaginazione. Nient’altro. Quando la mattina arrivò, annunciata dal cinguettio felice dei passerotti e dalla luce del sole che filtrava dalle persiane, cercò di alzarsi. Non ci riuscì. Non riusciva più a muoversi. Aprì gli occhi. Delle pupille feline ocra lo scrutavano divertite. La donna, interamente nuda, era straordinariamente sensuale. Sedeva direttamente sul suo petto e lo guardò con aria volitiva. Si passò la lingua sulle labbra e se le morsicò leggermente. Poi tutto fu luce e frastuono. Si svegliò di soprassalto, sudato fradicio, spossato come dopo una corsa chilometrica. Era ancora notte. Sentì una folata, gelida, di vento provenire dall’esterno. La finestra era spalancata, guardò fuori. Un gufo reale volteggiò sopra la sua testa, stagliandosi contro la luna quasi alla mezza. Un brivido gli corse su tutta la schiena. Quella notte non si addormentò più.