Il racconto di Natale di Mad Dog: I Viaggi di Gulliver

Come ogni anno ecco qui il racconto di Natale made in Mad Dog (che brutta immagine sinceramente!). Questa volta il libro parodiato è “I Viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift. Passo la parola, se così si può dire, al demone cornuto. Buona lettura!

MUAHAHAHAHAHAHAHAH Sono Mad Dog il demone ribelle, così ribelle che mi mangio il kebab con il cioccolato… bianco! Si quello più industriale e zozzo che c’è! Quest’anno vi voglio racconto una storia, la vera storia dei viaggi di Gulliver non quella scritta da Swift. Che, tra parentesi, non è che era molto sano di mente. Dovevate conoscerlo, era davvero un bel tipino eh… un vero rompicoglioni! Però non è mica colpa mia se poi è tipo impazzito, no, io non c’entro nulla mica gli ho fatto vedere in anteprima di qualche secolo una puntata del Grande Fratello, no, no, fossi matto! Comunque dicevo, ecco il racconto di quest’anno… dovete sapere che nella città toscana nota per un certo evento legato ai fumetti e a tutte le cose da nerd c’era un certo scrittore conosciuto come Luca Tarenzi…

Mad Dog presenta:

I Viaggi di Gulliver

 

Non ricordava cosa fosse successo, a momenti non ricordava nemmeno chi fosse, sapeva solo che dopo una lunga, o almeno gli sembrava così, dormita, ora non riusciva più ad alzarsi. C’erano come dei legacci, sottili e forti, che lo tenevano ancorato sulla spiaggia su cui era coricato. Sentiva le onde del mare che si frangevano sulla costa poco lontano e sentiva, distintamente, delle vocine che parlottavano. Non capiva nulla, era una lingua a lui sconosciuta. Man mano che si svegliava completamente iniziava a ricordarsi il suo nome. Si chiamava Luca Tarenzi ed era uno scrittore. Si trovava a Lucca ma non ricordava bene per quale motivo e non capiva assolutamente come era possibile che si trovasse, immobilizzato, su di una spiaggia. Le ultime ore della sua vita era confuse e nebulose. Cercò di parlare ma anche le sue labbra erano cucite. Rabbia, dolore e panico crescevano nel suo animo. Poi c’era anche il fatto che doveva andare urgentemente al bagno. Aveva deciso di provare a liberarsi quando sentì qualcosa camminargli sul corpo ed arrestarsi sul suo petto. Con tutte le forze che aveva riuscì a sollevare quel tanto che bastava la testa per vedere cosa c’era. Si aspettava qualche insetto ma invece quel che vide lo lasciò attonito. Erano delle persone, piccole, minuscole. C’era una donna, vestita alla moda, con un completo che avrebbe fatto invidia a molte ministre europee, dei soldati scortavano questa figura ed avevano le loro pistole spianate contro di lui. Capì di trovarsi nella mitica Lilliput. La sua mente vacillò ma riuscì comunque ad ascoltare quello che diceva la donna che guidava quella sorta di delegazione. All’inizio non capì nulla, poi dopo qualche secondo comprese le parole di questa persona evidentemente invitata da chi governava Lilliput.

“Ormai il traduttore universale che abbiamo iniettato un’ora fa dovrebbe aver fatto effetto. Chiuda una volta gli occhi se mi capisce” – disse la donna e Luca obbedì immediatamente – “Bene, vedo che ha un barlume di intelligenza e riesce a comprendere quello che dico. Le ripeto quello che avevo detto prima mi chiamo Fedred Des Tizios sono la Segretaria degli Affari Privati del Sommo Valberici, Imperatore di Lilliput. Sono qui a parlare con lei per ordine di Sua Maestà Imperiale. Come vede ho anche indossato questo bellissimo vestito creato partendo da un mio disegno. La prego anche di volersi appuntare mentalmente l’indirizzo del mio blog se avrà tempo e modo di seguirlo durante la sua breve permanenza da noi…. – e la donna diede l’indirizzo del suo spazio blog – Ora mi duole informarla che, e capirà perfettamente, la nostra economia è in recessione. Quei dannati social network hanno ucciso i blog. Il nostro paese vive di blog. Ormai molti nostri cittadini sono andati ad abitare a Blefuscu, il regno dei social network e il nostro paese, la povera Lilliput, ormai è declino. Ma tutti quei traditori moriranno presto, il nostro esimio sovrano ha escogitato un piano per sconfiggerli per sempre. Purtroppo questo piano, per riuscire a pieno, e sono sicura che capirà la nostra situazione e ci aiuterà nella nostra impresa, beh prevede la sua morte…”

Lo stress fu troppo. Luca con uno strattone si liberò di alcuni dei legacci che lo tenevano fermo riuscendo a liberare la mano destra e con molto dolore riuscì anche a liberare le labbra che erano state attaccate tra loro in maniera sommaria. Urlò con tutte le sue forze cercando nello stesso tempo di alzarsi. Non aveva considerato la natura assai particolare dei lillipuziani. Il suo urlo arrivando a coprire bande super-soniche causò un effetto indesiderato nella delegazione dell’Imperatore Valberici. Fece esplodere la testa a tutti anche alla Segretaria degli Affari Privati. Luca, schifato, con una mano cercò di togliersi i resti dei lillipuziani rimasti sul suo petto ma prima di riuscire a farlo cadde addormentato. L’esercito di Lilliput schierato poco lontano, vedendo la situazione, aveva sparato delle raffiche di missili con dentro così tanto sonnifero da stendere anche un gigante come quello che si erano ritrovati sulle loro coste.

Dopo un periodo di tempo che gli sembrava abbastanza lungo, si riprese dall’incoscienza. Ora si trovava al chiuso in quello che gli sembrava un grande hangar. Grande per gli standard di Lilliput, poteva a mala pena stare seduto senza toccare il soffitto. Aveva fame e trovò del cibo già pronto e bevande a volontà. Il sapore era abbastanza schifoso, ma almeno aveva lo stomaco pieno. I lillipuziani avevano pensato proprio a tutto e su di un lato dell’hangar c’era una latrina. Ora che ci pensava bene la sua situazione era molto strana e si sentiva un po’ in colpa per i piccoli abitanti di Lilliput che aveva, involontariamente, ucciso. Passò qualche ora, poi la porta dell’hangar venne aperta ed una immensa delegazione entrò. Erano tutti nobili, era evidente dai loro vestiti strambi e costosi. In testa al gruppo si trovava un individuo che, per quanto poteva vedere, aveva una folta barba grigia, portava un vestito riccamente decorato ed aveva uno scettro in mano. Dietro di lui c’erano altre due figure, uno che per stazza eguagliava quella del primo venuto, e l’altro che anche lui aveva un’aria un po’ pienotta ma non come gli altri due. Si mangiava bene a Lilliput. O almeno lo facevano i nobili.

“Io sono il Sommo Valberici, Imperatore di Lilliput!” esclamò il primo venuto e la sua voce Luca la poté sentire direttamente nella sua testa. “Per evitare incresciosi incidenti, ti è proibito parlare, comunicheremo telepaticamente. La nostra società o Gulliver”  – e a Luca questo termine veniva tradotto in italiano come “O tu che hai la barba lunga e la porti male” – “E’ molto avanzata, sicuramente più della tua rozza creatura. Devi sapere che abbiamo messo un dispositivo alla tua caviglia sinistra, se proverai a scappare o a fare del male a me o a qualunque abitante della mia terra, morirai in maniera atroce. Ti verrà iniettato un potente veleno. Ora che ho la tua attenzione ti vorrei parlare del mio paese Lilliput” – e questa parola lo scrittore la sentiva tradotta come “Bloglandia” – “Abbiamo alcuni problemi da un po’ di anni. Un tempo eravamo la nazione più forte del mondo. Un tempo grazie ai nostri blog controllavamo anche la ribelle Blefuscu. Poi quei dannati inventarono i social network ed iniziò il nostro rapido declino. Tutti i nostri più grandi ingegneri, scienziati, architetti, idraulici sono andati nell’isola di Blefuscu. Ormai qui rimaniamo solo noi, i nobili e i poveracci che non possono affrontare l’impresa di traversare il mare. Quindi ci serve il tuo aiuto. Pensavamo di ucciderti e utilizzare il tuo scheletro per farne un robot ma… dopo la tua dimostrazione di forza abbiamo pensato bene di costringerti ad esaudire i nostri desideri. Ho bevuto molta grappa stanotte prima di giungere a questa sacra decisione. Ora lascio la parola al Grande Tesoriere del regno Eleas Applenap e al Supremo Ammiraglio della Flotta Skyrim Tanabrus.”

I pensieri di Luca erano i più disparati, non sapeva cosa fare, se ridere o piangere. Questi omini erano fuori di melone come pochi.

“Purtroppo” iniziò il corpulento Eleas “le nostre finanze peggiorano sempre di più. Rimangano pochi blog attivi che possiamo tassare e pochi producono della vera ricchezza. Anzi molti di questi stanno pensando di passare al nemico! Tradimento!”  – ed indicò un altro dei nobili che venne prontamente preso dai soldati e giustiziato sul posto senza tanti complimenti – “Quell’uomo, era evidente un traditore, aveva un completo di Versacce che non si poteva permettere. Sicuro aveva imbrogliato sulle tasse. Nessuno può imbrogliare me! Comunque se non troviamo dei soldi al più presto non si potrà tenere la settimanale caccia alla cortigiana di corte che piace tanto al nostro Imperatore… – e la faccia del Sommo Imperatore si riempì di lacrime appena ebbe udito queste parole – e non si potrà più fare la leggiadra festa in maschera da maiali che teniamo mensilmente. Per non parlare del problema delle mutande d’oro. Se continua così il Sommo Imperatore ne dovrà comprare solo una nuova al giorno!” ed il povero Tesoriere si mise a piangere su un fazzoletto tempestato di diamanti.

“La nostra flotta purtroppo” – cominciò il Supremo Ammiraglio che indossava un impeccabile completo da ammiraglio con tanto di cappello strambo… si avete presente quelli da… ammiraglio ecco – “è in declino. Le spese militari sono state le ultime che il nostro Sommo Sovrano ha dovuto limitare. Prima abbiamo dovuto togliere tutti i servizi non essenziali a noi nobili come la Salute Pubblica, l’Istruzione, le Opere di Carità… ma ora anche noi militari soffriamo questa crisi. Quindi il mio consiglio è quello di distruggere Blefuscu e sottomettere i suoi abitanti al nostro volere. Distruggeremo la rete dei social network ed imporremo a tutto il mondo la nostra piattaforma di blog. Il Rimedio Universale sarà l’unica via di comunicazione mondiale! Tu Gulliver ti occuperai di attaccare il porto principale… noi staremo a distanza aspettando la tua vittoria!”

L’Imperatore, Eleas e Tanabrus si misero a ridere in una maniera che oserei definire… da scienziati pazzi dei film horror o per farvi capire meglio, stupidi umani, direi che risero come fa un certo demone cornuto molto sexy e lussurioso. MUAHAHAHAHAHAHAHAH. Alla risata dei tre si unirono anche tutti i nobili ed i soldati presenti nell’hangar.

“Gulliver – disse ora il Tesoriere – quelli che vedi qui sono tutti i veri nobili rimasti sull’isola, siamo noi che governiamo con il nostro pugno di ferro Lilliput. Tutti gli altri sono andati a Befuscu. Siamo rimasti solo noi qui. Siamo tutti delle Blogstar molto famose e ricche. E saremo noi a dominare il mondo… abbiamo anche progetti per il tuo di mondo. Secoli fa un altro della tua schietta arrivò sulla nostra terra e portò distruzione e morte. Questa volta useremo le tue doti per…”

Eleas non riuscì a finire il suo discorso che tutti i presenti sentirono nella loro mente la voce di Luca dire solamente un potente e deciso “No!”.

“Giammai vi aiuterò!” continuò lo scrittore di Godbreaker.

“Come osi ribellarti a me il Sommo Grappettomane di Lilliput! A morte, ritorneremo al piano del robot ci serve solo il suo scheletro, uccidetelo Supremo Ammiraglio!” esclamò Valberici arrabbiato come non mai da questa dimostrazione di libero arbitrio. Non era abituato al fatto che qualcuno disubbidisse ai suoi ordini diretti… beh tranne i traditori. Con quelli sapeva come trattare li costringeva a leggere tutti i suoi post filosofici (che tutti a Lilliput pretendevano di leggere ma nessuno lo faceva realmente) per ventiquattro ore di fila. Alla fine si uccidevano tutti! Però non aveva capito ancora perché.

Skyrim Tanabrus spinse il bottone che avrebbe attivato la loro arma e il veleno, veloce e silenzioso, entrò in circolo nel corpo di Luca che sentì solo una leggera puntura sulla caviglia. Lo scrittore si preparò ad una morte lenta e dolorosa… ma nulla accadde. Si sentiva bene. Anzi meglio di prima. Probabilmente, si disse, tutte le bevute con Adriano Barone l’avevano reso immune ai veleni. Resosi conto della situazione decise di passare all’azione. Si alzò in piedi e senza molto sforzo distrusse il tetto dell’hangar. Emettendo versi degni di Godzilla (almeno pensava che questo fosse l’atteggiamento migliore da utilizzare) si mise  a distruggere tutto quello che trovava. Il Supremo Ammiraglio non trovò scampo e venne schiacciato da una sua scarpa mentre l’opulento Eleas cercò di salvarsi usando il suo ultimo IMegaPod della Appule (che conteneva anche una macchina per fare il caffè e una spada laser), purtroppo il raggio laser era ben misera cosa per Luca che prese il Tesoriere e lo lanciò a chilometri di distanza. La mira di Luca (o la sfortuna di Eleas vedete voi) fu perfetta. Il nobile di Lilliput finì infilzato sulla guglia più alta della Basilica della Sacra Grappa. L’Imperatore ormai rimasto solo venne prontamente preso dallo scrittore che lo mangiò con un sol boccone. Il Sommo Valberici se ne andò postando grazie al suo smartphone un ultimo suo post filosofico che ovviamente non lesse nessuno. Il titolo era “Il Comunismo dell’Imperatore Valberici nell’era del declino post-social network a Lilliput. Considerazione sparse”. Dopo aver finito il suo sterminio di Lillipuziani, Luca si trovò in una situazione alquanto pericolosa. Cosa fare? Gli venne in mente sola una soluzione ai suoi problemi. Andare a Blefuscu e vedere se il sovrano di quel regno, visto il favore che gli aveva fatto sterminando la nobiltà di Lilliput, poteva aiutarlo a tornare a casa. Quindi si recò a Blefuscu, non gli servì nuotare, il fondale era così basso che riuscì a camminare e ad arrivare presto sull’isola vicina a Lilliput. Appena arrivato nel paese dei blefusciani di trovò circondato da gente festante, infatti tramite il web si era sparsa la voce della morte del governo di Lilliput e del malvagio dittatore Valberici. Tutta la gente che vide aveva almeno uno smartphone in mano, c’era chi lo filmava, chi faceva foto, chi postava qualcosa sui social network. Venne ricevuto dal sovrano di queste terra direttamente nel prato della Reggia di Faccia Libro. Il sovrano era un uomo magro, con una corta barbetta e gli occhiali. Indossava un abito nero elegante, giacca, cravatta e pantaloni con una camicia bianca. L’uomo prima di parlare usò uno dei suoi numerosi smartphone poi si rivolse verso Gulliver.

“Il sono il Grande Furchì, sovrano di Blefuscu e ti do il benvenuto a… scusa hanno commentato un mio status su Faccia Libro devo rispondere – e il sovrano si mise di nuovo ad usare uno degli smartphone poi continuò – ti do il benvenuto a Blefuscu e ti ringrazio per aver liberato Lilliput dal crudele governo di… ah, scusa devo fare almeno una foto all’ora per postarla su Istogramma fai cheese! – e il piccolo uomo scattò una foto al faccione di Luca – ci mettiamo l’effetto seppia che ci sta sempre bene e vai! Fatto. Dicevo. Bravo che hai sistemato Valberici e tutti i suoi nobili. Siamo fieri di te. Stiamo mandando aiuti ai nostri cugini lillipuziani e li aiuteremo nella transizione… devo assolutamente abbandonare i blog. Sono morti! Ma dimmi… cosa… oh scusa, ho avuto un cinguettio di rimando su Cinguettare, devo rispondere assolutamente! – dopo che il sovrano ebbe di nuovo usato uno dei suoi smartphone riprese a parlare – dicevo cosa ti serve? Ti possiamo aiutare in qualche modo? Per tornare a casa per esempio?”

“Si, avete un modo per farmi tornare a casa?” chiese, anzi pensò, speranzoso Luca che sinceramente trovava sia la società di Lilliput che quella di Blefuscu molto inquietanti.

“Forse i miei scienziati hanno qualcosa che ti può aiutare, tu aspetta qui io torno nella mia reggia…” – prima di rientrare il Grande Furchì aggiunse, rivolto a se stesso – “Mi stavo dimenticando di fare check-in sul parco della Reggia su Quattropiazze! Lo faccio subito!”

Il gigante che ormai era noto a tutti come Gulliver dovette aspettare qualche ora poi il sovrano tornò e gli disse che il giorno dopo sarebbe tornato a casa. Forse. I suoi scienziati avevano progettato un sistema per viaggiare tra mondi differenti. Pensavano infatti che Luca provenisse da un altro mondo, parallelo al loro e che con la loro macchina potevano farlo tornare a casa. Il giorno dopo di primo mattino tutto era pronto, in un grande campo fuori dalla capitale di Blefuscu era stato allestito quello che somigliava ad un gigantesco Stargate. Luca, che dopo aver passato ormai alcuni giorni in queste piccole isole e che le trovava davvero brutti posti dove vivere, senza pensarci troppo, si buttò nel portale. Non capì quanto durò il viaggio. Se furono pochi secondi o una lenta eternità. Sapeva solo che ora si trovava in un campo di grano. Il problema era che gli steli di grano erano alti come sequoie. Luca stava maledicendo la sfiga, era cascato dalla proverbiale padella alla brace. Non poteva andare peggio di così… la legge di Murphy però è chiara. Se qualcosa può andare peggio, andrà peggio. Ed infatti dal campo di grano sbucò una bambina occhialuta. La bambina, che era alta per Luca una ventina di metri, incuriosita da quello strano insetto lo prese delicatamente con una mano e lo portò vicino ai suoi occhi.

“Che carino!” esclamò la ragazzina assordando il povero scrittore italiano.

“Mettimi giù… ragazzina!” urlò Luca esasperato da tutti questi avvenimenti.

“Sai parlare! Che bello! Che strano animale che sei… io mi chiamo Glumdalclicia ma tutti mi chiamo Licia. Il signore dell’anagrafe era ubriaco quando scrisse il mio nome… tu come ti chiamo scricciolo d’uomo?”

“Lu… ehm volevo dire Gulliver” urlò il povero scrittore per farsi sentire da quella grande piccola bambina gigante.

“Ti porto subito a casa mia Gulliver!” esclamò contenta la ragazzina portandosi dietro quello strano essere che infilò prontamente nella tasca della sua blusa blu.

Il viaggio, assai breve, per Luca non fu molto traumatico e presto si trovò nuovamente alla luce del sole dentro una casa delle bambole. Il viso gioviale di Licia lo sovrastava, la ragazzina aveva preso una piccola spazzola da bambola ed iniziò a spazzolargli i capelli e la barba. Quando questa operazione fu finita, senza pensarci due volte, la carceriera di Luca lo denudò lasciandolo in mutande per poi mettergli dargli un vestito da nobile. Preso ovviamente da una bambola. Lo scrittore si guardò allo specchio e per poco non si riconobbe! Era davvero cambiato. Sembrava quasi un’altra persona. Tipo uno di quelli che poteva entrare senza problemi in un locale di Briatore. Preferiva di gran lunga il suo di look, ma pensava che fosse meglio assecondare la sua padrona. I giorni passarono e il nostro protagonista si adattò a vivere nella casa delle bambole. I suoi pasti gli venivano preparati dalla sua buona carceriera e la maggior parte del tempo lo passava con lei, di solito giocando a prendere il thè con i pupazzi della ragazzina. (Bisogna anche dire che una volta la bambina cercò, senza successo, di farlo accoppiare con una sua bambola. Non fu una bella esperienza, per nessuno.). Licia amava, soprattutto, creare storie usando il povero Luca come protagonista. In tutta la sua numerosa famiglia erano famosi gli spettacoli che metteva in scena la bambina usando i burattini e il suo nuovo e vivo giocattolo. Una delle storie più famose era “Nihal nella Terra di Mezzo”, “Dubhe contro Nyarlathotep” e soprattutto “Il Drago ragazza”. Tutte le protagoniste erano interpretate da Gulliver che indossava dei bellissimi completi creati dalle piccole mani di Licia. Lo scrittore dell’Età Sottile… ah no, quello è quell’altro. Che altro ha scritto Luca oltre a Godbreaker? Ah si, ecco, ora ricordo. Nessuno può dire che Mad Dog si scordi qualcosa! Allora dicevo, si, lo scrittore di Shining, il nostro caro Luca, non amava molto questi spettacoli. Soprattutto la scena dell’accoppiamento tra Nihal e Sennar. Quella se la sognava pure di notte… con orrore! La notizia di questo bizzarro e minuscolo essere umano arrivò fino alla corte del Re e della Regina di Brobdingnag che chiamarono a palazzo la bambina e il suo nuovo giocattolo. Bisogna dire che la bambina adorava Luca, lo abbigliava sempre con vestiti differenti, lo pettinava, lo lavava, lo nutriva. Sapeva come comportarsi con lui, evitava di urlare perché sapeva che poteva far scoppiare la testa al povero Gulliver-Luca. Il giorno solenne in cui il nostro scrittore (che aveva inculcato il pallino della scrittura anche alla sua padroncina) arrivò a corte, fu il giorno in cui la sua vita a Brobdingnag cambiò per sempre. Infatti conobbe il Re Falco e la sua regale sorella la Regina Ninna. Tutti e due i sovrano furono subito interessati a quel minuscolo esserino ma mentre il Re era più propenso a voler vedere come era fatto l’interno di questo Gulliver, la Regina invece voleva sapere se era un essere intelligente in grado di parlare e di comprendere la loro lingua. Per fortuna per Luca, riusciva a capire tutto benissimo grazie all’impianto che gli avevano messo a Lilliput. Il nostro protagonista riuscì a rispondere a tutte le annose domande che gli vennero fatte come “Quanto fa due per due?”, “E’ nato prima l’uovo o la gallina?”, “Se la risposta è 42 qual è la domanda?”. Il Re presto si dimenticò di questo esserino e del suo volerlo vivisezionare, almeno per il momento, e presto la sua massima attenzione al suo più annoso problema… restare giovane in eterno. Aveva provato varie soluzioni diverse, che si erano rivelate tutte fallimentari come bere sangue umano, farsi il bagno nel latte di capra, respirare con una sola narice. La Regina Ninna, invece dal canto suo, fu subito affascinato da Gulliver e lo fece sistemare, insieme alla ragazzina, in una stanza nello stesso piano del suo regale appartamento. Questa Regina era nota in tutta Brobdingnag per essere una delle cantanti migliori del regno. I suoi dischi andavano letteralmente a ruba… nel senso che erano gli oggetti più in voga da depredare per i ladri. Erano le merci più lautamente pagate e rare. Il giorno dopo della sua venuta a corte, Gulliver venne visitato dai tre Dotti della Corte, i dottori Patrignani, Pasqualotto e Azzolini. Dopo averlo lasciato in mutande, i tre anziani uomini dalla lunga barba, iniziano a visitarlo. Lo toccarono con stecchini di legno, palparono le sue membra, lo osservavano con lenti di ingrandimento. Questa visita durò varie ore, poi davanti alla stessa Regina e ad un Re particolarmente annoiato che voleva tornare alla stesura del suo ultimo capolavoro dal titolo “L’Aurora delle Muse dell’Estasia Prodigiosa”, vennero presentati i risultati. I tre saggi, come al solito, non concordavano affatto.

“Per me questo essere proviene da una realtà diversa dalla nostra! Un’altra dimensione del multiverso. Come ho già illustrato nel mio libro Omniverso che spero le nostre maestà abbiano letto. Per mia ferma convinzione ci sono infinite realtà e questo Gulliver ne è la prova. Vorrei squartarlo per scoprire di più da lui!” disse il sommo Dottor Patrignani.

“Il mio esimio collega si sbaglia di grosso!” – esclamò l’egregio Dottor Pasqualotto – “E’ evidente che questa persona è vittima di un restringimento alcolico. Si vede dalla lunga barba e dai lunghi capelli, nonché dalla pelle del viso assai brutta che è un grande bevitore. Evidentemente ha bevuto troppo e si è ristretto di dimensioni. Anche se non concordo con il mio collega, appoggio la sua mozione di squartamento. Sicuramente così sapremo chi ha ragione!”

“Vi sbagliate entrambi carissimi colleghi. La verità è sotto i vostri occhi anche se non la vedete. Questo Gulliver è una pixie. E’ da anni che vado dicendo dell’esistenza di un Minuscolo Popolo che abita la nostra terra ma che è solo relegato alle leggende. Come vedete invece, e come ho scritto nella mia più famosa opera La Stella Evelina, questo esserino fa parte del mondo fatato. Comunque anche se non concordo con loro appoggio la loro mozione per saperne di più da lui dobbiamo squartarlo!” disse, enfaticamente, il dottissimo Dottor Azzolini.

Il Re Falco era molto propenso all’ipotesi dello squartamento, anzi avrebbe voluto curare lui stesso l’operazione anche perché era molto attirato dall’ultima delle ipotesi quella del Dottor Azzolini. Infatti il Re aveva aiutato il sommo Dottor nella stesura del suo libro essendo lui stesso un appassionato di mitologia e creature fantastiche. Per fortuna Gulliver venne salvato dall’intervento della Regina Ninna che voleva conservare e scoprire qualcosa di più di questo strano essere. Furono giorni lieti a corte… non per Gulliver ovviamente. Per tutti gli altri che si crogiolavano di vedere gli spettacoli messi insieme da Licia, il cui futuro come scrittrice sembrava ormai assicurato. La Regina era compiaciuta del suo nuovo acquisto nella corte ed aveva già dimenticato il suo nano e giullare di corte. L’aspetto di questo personaggio è quanto di più regale Luca poté mai vedere in vita sua. Le corna nere e ricurve, i muscolo scattanti, le ali tozze ma nobili, gli artigli affilati. Mad Dog era proprio gnocco, stupendo. E prima dell’arrivo di questo Gulliver era la miglior attrazione che la corte poteva offrire. Negli ambienti intorno alla Regina e al Re si sussurrava che il nano di corte, che era arrivato misteriosamente come Luca nella loro terra mesi prima, odiava il nuovo arrivato. Erano passate due settimane e ancora il nostro protagonista non aveva mai visto questo giullare ma ne aveva solo sentito parlare e aveva molto paura di lui. Poi un giorno mentre stava riposando nella sua casa delle bambole, un puzzo di zolfo raggiunse improvvisamente il suo naso. Aprì la porta della casettina e si trovò davanti il supremo Mad Dog. Il demone ribelle era decisamente più alto di lui ma in confronto ai giganti che abitavano questi paesi era davvero un nano.

“Mad Dog sei tu! Che bello! Sei venuto a salvarmi?” esclamò Luca al colmo della gioia.

“Si… certo!” disse il bellissimo e sexy demone cornuto che poi continuò “Anch’io sono intrappolato in questa topaia. Ormai è questione di tempo prima che ci facciano fuori entrambi. La Regina Ninna si stufa facilmente, ormai ti sta ricevendo meno spesso del solito… presto perderà interesse verso di te e ti darà al Re Falco. E sai cosa ti farà lui!” e Mad Dog mimò un gesto molto eloquente che indicava un dolore lancinante in una certa parte del corpo. Ed in effetti Luca si rendeva conto che le ultime volte che era stato davanti al cospetto della bellissima Regina di questo paese aveva notato la sua noia. Ormai non sapeva cosa inventarsi per farla divertire e aveva ascoltato, anche lui, delle voci preoccupanti per quanto riguardava gli interessi del Re Falco.

“Gnomico uomo non ti preoccupare. Nel periodo in cui nessuno mi osservava, grazie al tuo arrivo, ho creato questo dispositivo” – E il demone ribelle tirò fuori una sorta di piccolo telecomando – “Ancora non l’ho settato per bene però quando l’avrò fatto potremo tornare da dove proveniamo… Un minuto e ho fatto!”

“Dammi il tempo di cambiarmi, ho ancora questo vestito da ragazza…” esclamò sconsolato il povero Luca.

“Non c’è bisogno che ti cambi. Non ti porto con me per farti una favore ma sai… non so quanto durerà il viaggio dovrò pur mangiare qualcosa!” disse Mad Dog tronfio come un tronista di Uomini e Donne.

“Guarda Mad Dog un passerotto, prendilo!” urlò Luca indicando la finestra.

Il demone cornuto scattante quanto un acquirente della Playstation 4 nel primo giorno di vendite, lanciò il piccolo telecomando nella mani del nostro Gulliver, per saltare poi verso la finestra aperta al grido “Vieni da paparino!”.

“Come rubare un lecca-lecca ad un bambino!” disse soddisfatto Luca spingendo l’unico grande bottone rosso del telecomando. Dimenticandosi ovviamente di regolare l’altra manopola. Anche perché non sapeva come farlo. Il nostro eroe scomparve in un lampo di luce lasciando il povero Mad Dog interdetto e urlante di furia. Purtroppo non posso riportare qui quelle parole. Poi vi dovrei venire a cercarvi e dovrei uccidervi tutti. Non sarebbe un bel modo, per voi, di passare il Natale vero? MUAHAHAHAHAHAHAHAHAH

Luca si trovava adesso, vestito da ragazzina con annesse treccine, in un vicolo oscuro abbastanza puzzolente. Dall’odore capì di essere a Londra, c’era la puzza giusta un misto di fiume, pesce e patatine. Aveva davanti ai propri occhi uno strano manifesto c’era scritto, ovviamente in inglese, “Strength Through Unity, Unity Through Faith”. Non ricordava questi strani slogan l’ultima volta che era stato nella capitale britannica. All’improvviso, da uno dei vicini edifici, dal tetto, balzò un uomo interamente vestito di nero, con uno strano cappello e una maschera di Guy Fawkes.

“E’ pericoloso andare in giro dopo il coprifuoco ragazza…” disse l’uomo misterioso che non riuscì a finire la sua frase. Si sentì quel tipico rumore di… beh qualcuno che vomita, infatti l’uomo aveva visto per bene Luca. Il nostro eroe non era proprio il più bello spettacolo da vedere in un vicolo buio di notte, ecco. Il vestito rosa confetto, le treccine, la barba lunga, le gambe villose come le zampe di un ghiottone. Luca comunque aveva capito che questa non era la sua realtà, quindi spinse di nuovo il bottone rosso e scomparve. Prima però riuscì a dire sorpreso:

“Ma tu guarda… il Movimento Cinque Stelle è arrivato pure qui!”

Gulliver-Luca a questo punto si trovò in una landa desertica, butterata da qualche cespuglio rachidico e da un vento sprezzante. Stava quasi per spingere nuovamente il bottone per andare via quando un’ombra gigantesca oscurò il paesaggio. Dalla paura lo scrittore di Godbreaker e di quell’altra cosa su Pinocchio fece cadere il prezioso telecomando che andò in mille pazzi. Si girò e vide un gigantesca isola volante simile a quella del film Laputa dello Studio Ghibli. Presto sentì che un raggio traente lo prendeva e lo portava su su, fino alla guglia di questa gigantesca isola volante. Venne trasportato in un bellissimo giardino, ricco di piante aromatiche e di fiori. Un uomo, insieme ad un esercito di servi e guardie, lo stava attendendo. Era vestito all’orientale, con un grande turbante arancione e viola. Soprattutto la cosa più bella per Luca era che le persone in questo mondo avevano una dimensione normale.

“Il mio nome è Lord Barbidi, straniero. Abbiamo visto che eri perduto nel Grande Deserto Orientale e il nostro sovrano, il magnanimo e sapiente Adriano Magno. Ti trovi nell’isola volante di Laputa da dove sua maestà amministra il suo immenso regno. Qui troverai studiosi e letterati tra i più dotti al mondo. Purtroppo non posso annoverarmi tra loro, io amministro solo i beni materiali del nostro stupendo monarca. Ora seguimi, ti accompagno da Sua eccellenza, che sarà sicuramente curioso di vedere… ehm, una persona particolare come te!”

Attraversarono immensi corridoi, archi, affreschi, mosaici tutto in stile orientaleggiante. Venne finalmente condotto nella grandissima sala del trono di Adriano Magno. L’Imperatore-Padishà (questo era il suo titolo onorifico esatto) era circondato dalle sei delle sue cento concubine e riposava su alcuni cuscini assiso sul suo trono. Come tutti gli studiosi dell’isola il monarca stava pensando ad un argomento di vitale importanza. Questa volta era l’incidenza della scomparsa dei blog (era giunta notizia a Laputa della tragica morte dell’Imperatore Valberici e di tutti i suoi nobili) sull’editoria del sua paese. Sarebbe cambiato qualcosa? I blog influenzavano le vendite dei libri e il loro successo? Dopo ben tre ore di elucubrazioni, il sovrano giunse ad una risposta e disse:

“Nahhhhhhh!”

Poi si accorse dell’orrore che aveva davanti e per poco non morì di infarto. Infatti bisogna ricordare al caro lettore che Luca non si era ancora cambiato dalla sua fuga dai giganti ed era ancora vestito con l’abito rosa pastello.

“Sei la donna più brutta che abbia mai visto… o l’uomo più brutto. Comunque sei un orrore. Cosa vuoi?” esclamò il magnanimo Re che stava pensando di buttare fuori quel coso dalla sua bella isola.

“Mi chiamo Gulliver e vengo da un posto lontano. Sono scappato dai miei carcerieri, che mi hanno abbigliato in questo modo e… mi chiedevo se sua maestà potesse prestarmi un vestito e potesse indicarmi un modo per tornare da dove vengo…”

“Lord Barbidi dia tutto l’occorrente a questo nostro ospite, poi lo faccia portare alla nostra Accademia sicuramente qualcuno dei nostri studiosi potrà aiutarlo. Ora toglietelo dalla mia vista che ho perso tutta la mia libido almeno per una settimana! E fammi portare un po’ di polvere di corno dell’Unicorno così che possa farmi tornare la voglia…” disse il Re che non era proprio molto contento di questo nuovo e brutto venuto.

Appena si fu cambiato d’abito, ora indossava anche lui una tunica ed un turbante ma di colore blu elettrico, Gulliver si mise a girare per questa misteriosa isola volante. Scoprì che i suoi motori non erano tanto diversi da quelli di un aereo di linea del suo mondo ma che erano atomici.  Incontrò molti studiosi ma nessuno gli fu d’aiuto erano tutti impegnati in pensieri importanti e non potevano essere disturbati. Anzi proprio non lo ascoltavano. Accanto a loro c’era sempre uno o più servi con una bastone nodoso nelle mani quando gli eruditi, sovrappensiero, stavano in pericolo, come scendere le scale o stare troppo tempo sulla tazza del cesso, venivano percossi con questi bastoni. E date che questi filosofi erano anche i nobili, la gente più ricca del regno, non bisogna stupirsi se la carina di scuotitore di menti era la più ambita del regno. Cioè ti pagano per menare uno ricco sfondato, meglio di così si muore! Durante questo suo giro di esplorazione, prima di essere scaricato all’Accademia di Laputa, Gulliver incontrò una persona normale… o quasi. Quest’uomo si faceva chiamare il Borgo-Mastro e diceva di provenire dal mitico Mondo di Oz. Un anno prima lui era colui che gestiva la ridente comunità dei cosplayers di quel lontano paese… purtroppo dopo la sconfitta del malvagio Stregone dell’Ovest, una razza di cosplayers immortali, dei vips in pratica, avevano preso il potere e l’avevano scacciato. Il Borgo-mastro si era vendicato e prima di andare via, oltre a strappare un bacio a tradimento alla Strega del Nord, aveva rubato centinaia di lingotti che formavano la strada d’oro che portava alla Città di Smeraldo. Ormai da qualche mese abitava a Laputa ed era stato accettato da Adriano Magno perché era diventato, in pratica, il più ricco che ci fosse nell’isola. Le finanze di Laputa, all’epoca, dopo una cruenta guerra civile non erano molto buone e il Borgo-Mastro si era accordato per vere sei concubine del sommo Re e la possibilità di vivere per sempre nello sfarzo e nell’ozio.

“Il migliore affare della mia vita!” – gli disse l’uomo dagli occhiali assai trendy a Luca mentre veniva circondato dalle sue concubine assai procaci. Poi il Borgo-Mastro continuò – “Ho capito da dove vieni… è una realtà parallela alla nostra, qualcuno del tuo mondo negli anni è venuto pure ad Oz. La Strega del Nord forse ti potrebbe aiutare ma qui… beh questi che si dicono studiosi sono solo una manica di deficienti!”

Per quanto le parole del Borgo-Mastro avessero un po’ abbattuto le speranze di Luca, andò, accompagnato da Lord Barbidi all’Accademia di Laputa. Vennero trasportati davanti al maestoso edificio dal raggio traente e Gulliver poté vedere lo stato di abbandono in cui versava la terra di Laputa. La sua guida gli spiegò che Adriano Magno regnava solo sull’isola, nominalmente era il re di tutto il paese ma in realtà il regno “terrestre” era amministrato da dei ministri scelti dal popolo. Purtroppo le ultime scelte avevano lasciato molto a desiderare, per vent’anni aveva regnato uno strano nano che era scomparso qualche mese prima adesso regnava il giullare di corte. Lord Barbidi aveva cercato più volte di essere eletto, ma lui era una persona onesta e non voleva illudere i suoi concittadini che quindi votavano sempre per quello che gli proponeva la panzana migliore. I due vennero accolti all’Accademia dal Grande Maestro Markus Varuzza che li accolse con questo grido sconsolato:

“Che amarezza!”

Dopo aver spiegato al dottissimo Dottore in Letteratura da Spazzatura e in Amarezza Conclamata la sua situazione, Gulliver venne condotto nello studio di questo luminare. Questa grande stanza era tappezzata da poster di ragazze in bikini, calendari di ragazze poco vestite, libri della peggiore risma come “Fulmine vampirico” o “Amarezza – Secondo Capitolo” scritto dallo stesso Varuzza.

“Il suo problema è noto come Amarezza da trapasso compulsivo-leninista. Purtroppo non posso aiutarla più di tanto ma lei si deve aiutare da solo. Non è questione dell’io ma del SO che adopera. Dovrà usare Linux perché il Viagra non funziona. Mi spiace ma se il cane non va tanto al lardo se non ci metti i croccantini! La prego di leggere questo mio scritto dal titolo Team Sportivo, l’unica possibilità per l’umanità. Sarà di conforto quando morirà investito da un carro. Ma la prego di pensare che forse l’unico rimedio per la sua soluzione sia un problema di carattere empirico-gallico-nebbioso se pensa che…”

Lo studioso stava ancora parlando quando i due erano già andati via da un bel pezzo. Avevano capito quasi subito che questo Gran Maestro parlava a vanvera. Quindi si inoltrarono per l’Accademia alla ricerca di qualcuno che potesse aiutare Gulliver.

In una stanza assai puzzolente incontrarono una donna alta, giunonica, vestita di una tunica nera che mischiava in un pentolino della terra, delle radici, dei vermi e della corteccia d’albero, per poi scaldare il tutto sopra un fuocherello di un fornello elettrico.

“Spero di riuscire ad arrivare in contatto con la mitica Ecate, la divinità triplice perché voglio chiederle qualcosa di molto importante!” esclamò la studiosa che disse di chiamarsi Aislinn che significava semplicemente Aislinn. Era una parola a caso che si era inventata una mattina dopo una sbornia colossale. Gulliver e il Lord lasciarono parlare questa erudita ma non perché fossero davvero interessati alle sue farneticazioni ma perché questa donna aveva in mano una mannaia. E sembrava avere tutta l’intenzione e la pazzia di usarla.

“Quello che voglio chiedere alla divina Ecate è un quesito che si pone l’umanità dalla notte dei tempi. Non parlo di cosa c’è dopo la morte o del significato della vita e nemmeno di cosa significa avere come risposta quarantadue. No. La domanda che voglio porre io è di chi sesso sono gli angeli? Sono sicura che anche voi vi siete posti questa mia identica domanda, lo vedo dalle vostre facce stupite!” disse la studiosa tagliandosi il palmo della mano e facendo gocciolare alcune stille di sangue nell’intruglio per poi berlo tutto in un sorso. Il nostro dinamico duo (ma de che!) era intanto andato via quatto quatto da questa stanza per capitare in un’altra in cui si trovavano due ragazze. Una era alta e l’altra era bassa, una aveva una carnagione più scura e l’altra una carnagione più, una era vestita tutta di nero… e l’altra pure. I loro vestiti,ricordarono a Luca quelli delle classiche streghe dell’iconografia medievale. Avevano persino il porro sul naso adunco e il capello strambo. Quella alta, che scoprirono chiamarsi Odry da una targhetta che aveva sul collo, stava buttando vari ingredienti in un calderone. L’altra invece stava creando una bambola vudù. Si, lo so, il vudù e le streghe europee sono un po’ come la maionese sul cioccolato, ma queste due studiose, come tutti in quest’Accademia, per quanto si professassero eruditi erano più ignoranti persino di certi parlamentari leghisti! Lord Barbidi interpellò le due studiose chiedendo cosa stessero studiando.

“Io sto creando una bambola vudù, è il mio ennesimo tentativo ma sono sicura che questa volta ci riuscirò! Grazie a questa bambola riuscirò a controllare le persone, perché la mia teoria, e ricordatevi il mio nome Princess Pamela, perché questo nome risuonerà in tutto l’universo! AHAHAHAHAHAH Si, la mia teoria è che tutti noi siamo in realtà bambole… dei giocattoli di un bambino e tutto il nostro mondo è il suo parco giochi. Così creando e facendo funzionare una di queste bambole avrò la conferma di quanto affermo. La mia compagna ha fatto voto di silenzio… cioè gli altri accademici gli hanno cucito la bocca perché parlava troppo. Sta facendo un minestrone da mangiare partendo da ingredienti quali scaglie di drago, naso di talpa, dito indice di nerd, alluce di Martin e cose del genere. Pensa che anche questi ingredienti tutti mischiati insieme facciano un minestrone nutriente e sano. Volete provarlo?” disse tutto d’un fiato la strega che era intenta nella creazione delle bamboline. A quel punto Gulliver era già scappato via, rincorso da Lord Barbidi che gli doveva ancora consegnare una copia del suo ultimo libro dal titolo “L’Acciuffaragni di Talos”. Era la biografia del Lord, la sua infanzia passata nella città ricca di studiosi eccentrici e disattenti. Uno dei best seller di questo particolare paese. Luca stava correndo con tutte le sue forze, iniziava seriamente ad odiare tutti questi strani posti dove capitava, stava iniziando anche ad odiare il fantasy e se fosse riuscito a tornare a casa aveva deciso di diventare uno scrittore di Harmony. Stava scappando come un forsennato quando non si accorse che era entrato in una stanza che aveva un pentacolo sul pavimento. Fu un momento. Entro nel simbolo esoterico tracciato con il gesso per un attimo proprio quando uno studioso stava leggendo delle parole da un libro molto antico, che pensava essere un trattato di cucina, il libro si intitolava “Necronomicon”. Luca sparì in un lampo di luce rossastra e una puzza di zolfo aleggiò tutto intorno. Lo studioso impazzì del tutto dopo aver letto quel famoso ed antico tomo e venne eletto quindi Grande Maestro dell’Accademica di Laputa. Ormai il nostro eroe non ci faceva più caso, portali, teletrasporto, magia. Era abituato. Niente poteva più sconvolgerlo. O almeno era questo che pensava. Ora si trovava in un grande palazzo silenzioso, pieno di servi muti, incappucciati che gli indicavano solo una porta lontana. Questo edificio, dove ora si trovava, sembrava un grande palazzo della Chiesa di Roma, dove avrebbe potuto alloggiare un Papa o un importante Cardinale. C’erano grandi vetrate istoriate, statue, arazzi, affreschi. E poi c’era quella porta lignea che rappresentava il giudizio universale così come l’aveva ricreato Michelangelo nella Cappella Sistina. L’immenso portone si aprì da solo per rivelare una grande stanza in penombra con un unico punto interamente illuminato, un trono che sembrava fatto di agata verde e di alabastro. Sopra questo bellissimo trono si librava, di qualche centimetro in aria, un uomo che vestiva con un completo nero e con un mantello rosso svolazzante. Nella sua mente Luca sentì la voce di quest’uomo che lo invitava ad avanzare.

“Luca Tarenzi noto come Gulliver io sono il Dimitri Supremo di questa realtà. Sono il più grande stregone che esista e sei stato mandato qui per un motivo preciso. Vieni avanti, grazie alle mie abilità negromantiche chiameremo gli spiriti dei defunti così che tu possa capire cosa ti sta succedendo.” esclamò questo sapiente mago con dei baffetti davvero ridicoli.

Gulliver si avvicinò titubante a questo strano uomo e gli chiese di conoscere e far venire tutte figure molto importanti nella storia dell’umanità. Rimase per giorni e giorni a discutere con Walt Disney, Frank Herbert, Edgar Allan Poe, William Hartnell e Bram Stoker, tra i tanti. Poi un giorno, l’ultimo giorno in cui Luca sapeva di poter restare in questo mitico regno dei Glubbdubrid (cioè degli Stregoni. Era una sorta di parolaccia che la gente normale usava per indicare gli stregoni. Perché per quanto potenti e saggi se c’era qualcosa che non andava con il tempo atmosferico o con il tempo temporale… sapevi che era colpa di quei coglioni di stregoni. Ecco cosa significava esattamente Glubbdubrid proprio coglioni di stregoni!), il Dimitri Supremo convocò… la Morte stessa! L’Eterna Falce aveva l’aspetto di una bellissima ed algida ragazza, con la pelle bianca come l’avorio e i capelli lunghi e neri come l’ebano. Aveva delle stupende ali nere come un angelo ed indossava un completo anch’esso nero. La luce rifuggiva questa creatura mitica che era accolta  nel buio ma che ugualmente rifulgeva di una sinistra luminosità oscurità. Questa creatura mitologica era la gnoc… ehm, era la nemesi della vita, l’annullamento dell’esistenza, la Playstation 4 nuova che ti si rompe al primo utilizzo. Era tutte queste cose messe insieme e anche di più. La sua presenza era spettrale e stupenda allo stesso tempo.

“Luca Tarenzi detto Gulliver tu… mi rivedrai!” fu l’unica cosa che disse prima di sparire in una nuvola di fumo nerastro.

“E per dirmi questo dovevo sopportare tutto quello che mi è successo?” disse arrabbiato il nostro eroe. In effetti non aveva tutti i torti eh. Comunque il Dimitri Supremo si accorse che ormai la moglie era quasi tornato a casa, aveva giocato abbastanza con questo nuovo animaletto ed era ora di riportarlo a casa sua. Infatti la sua compagna non amava questi ospiti particolari e il marito poteva invitarli nella loro dimora sono quando lei non era presente. Tutto di fretta pronunciò un incantesimo di teletrasporto ma si sbaglio e mandò il povero scrittore di Godbreaker in un altro posto da favola. Dove il livello di gnoccanza era assai alto. Sto parlando del mitico Cosplayland del Mondo di Oz. Ora Luca poteva vedere vicino a lui solo figoni e figone vestiti con i cosplay più belli e particolari del mondo. C’era ragazze vestite da Lamù altre da Lara Croft, ragazzi che avevano il cosplay degli spartani di 300 e altri che erano tratti da Ken il Guerriro. Insomma c’era per tutti i gusti. Ora Gulliver si ricordò che il Borgo-Mastro gli aveva parlato di questa mitica terra dove tutti si vestivano in questo modo strambo e che ora era governata dai Cosplayers Immortali una sorta di vips del cosplay. Presiedevano alla giurie del cosplay, vincevano le gare, avevano coppe e coppette che facevano invidia agli attori di Hollywood, avevano stuoli adoranti di fans e… beh erano immortali. Luca venne prontamente vestito da Radagast dai film dello Hobbit di Peter Jackson e venne presentato alle sovrano di questa mitica terra. Davanti ad un triplice trono che si trovava davanti ad un albero immenso che sembrava arrivare fino alle stelle si trovavano le Madri di Tutto. A sinistra c’era Sbabby, una ragazza bellissima che aveva… occhi… si, occhi, molto belli e che indossava un costume di Ms Marvel l’eroina della Casa delle Idee. Ai suoi piedi c’era un gatto gigante con il cosplay di Chewbecca da Star Wars. In mezzo invece si trovava una formosa ragazza che si chiamava Mary ed indossava un costume di Harley Quinn, la compagna del Joker. Il suo sorriso sogghignante avrebbe fatto sciogliere pure il più algido degli uomini (dalla paura, dalla lussuria, dalla pazzia, fate voi!). A destra invece si trovava la leggiadra e avvenente Noy che invece portava una parrucca verde e un cosplay tutto nero, sembrava un abito da balla di quelli che si usavano un tempo nella nobile Europa. Ed in effetti questa ragazza, forse più delle altre due, aveva un portamento nobiliare, da aristocratica. Comunque questo costume era del personaggio noto come C.C. da Code Geass. Ai piedi di questa ragazza c’era un gatto gigante con il cosplay della pantera viola di Skeletor. Le Madri di Tutto parlavano l’una dopo l’altra concludendosi le frasi a vicenda, in maniera sinceramente un po’ paurosa, pensavano anche tutte e tre insieme, era no quasi un’unica mente. Ed erano bellissime oltre ogni dire.

“Non sei il primo straniero che giunge nella nostra terra. Purtroppo l’Imperatore di Oz è scomparso un anno fa e l’unica che forse ti può aiutare è la Strega del Nord, che abbiamo appena chiamato. Ci scuserai Gulliver della Terra ma abbiamo molte questioni da affrontare.” e con questo le Madri di Tutto lo congedarono. Il nostro Luca non disse nulla perché era abbagliato dalla bellezza di questa cosplayers e ancora di più lo fu quando arrivò la Strega del Nord che aveva cambiato cosplay. Quest’anno indossava un completo nero e gotico, in cui risaltava il corsetto, gli stivaloni e il mantello con annesso cappuccio. Senza contare il fisico, oh, si quello si che risaltava. Uno stuolo di gatti randagi circondava questa figura che emanava una grande gnoccanza. L’unica cosa che sussurrò la Strega del Nord fu:

“Avvicinati!” una sorta di comando morale-imperiale-sacro-profano. Ecco pure Mad Dog avrebbe ubbidito. Forse. Non lo so. Penso di si. Vedremo! Però il nostro Luca si avvicinò subito, subito, obbediente, come un cagnolino. Appena fu vicino a questa bellissima figura, Gulliver venne baciato in fronte e partì per un reame fatato. Nel senso che ci rimase quasi secco. Perse i sensi di colpa e si risvegliò in un luogo molto strano. Almeno per i suoi attuali standard. In questa regione, come ebbe modo di scoprire nel corso dei giorni in cui ci abitò, ci vivevano principalmente due razze di esseri. I Centauri, saggi, eloquenti, compassionevoli che governavano questo regno chiamato Fantasy Kingdom e un’altra razza, assai abbietta, che assomigliava incredibilmente agli esseri umani ma che non poteva parlare ed era usata solo per i lavoro di fatica perché non era per niente intelligente. Questi esseri chiamati Nerd erano solo in grado di parlare una propria lingua orrenda e gutturale, erano avidi di ninnoli senza senso, litigavano di continuo con i propri simili per delle stupidaggini e potevano essere facilmente beffati dai centauri se questi usavano alcuni accorgimenti psicologici molto semplici. In questa landa da favole, in cui tutto era perfetto, pulito, in ordine, quasi militaresco (tranne ovviamente le tane dei Nerd), il nostro Gulliver venne accolto da un centauro famoso per la sua eloquenza, che veniva chiamato lo Zarbo. Lo scrittore dei libri che ormai conoscete solo di titolo restò molto impressionato dall’intelligenza dei centauri e anzi si sentì svilito perché erano molto più dotti e saggi degli esseri umani suoi simili e degli abietti Nerd che erano, probabilmente, una versione degradata degli homo sapiens. (Sta a voi decidere quanto degradata). Comunque Luca passò molto tempo a parlare della vasta letteratura orale, della società e dei costumi dei Centauri con il suo Giusto Padrone, come chiamava lo Zarbo. Scoprì che il suo padrone di casa era un grandissimo erudito in discipline e aveva composto, ovviamente oralmente,  molti trattati quali “Sopravvivenza alle fiere dei fumetti”, “Essere centauri nell’era di internet”, “Evitare di morire schiacciato da una folla di Nerd assatanati” e soprattutto “Gestire una conferenza di Nerd che non ti aspettavi di gestire”. Anche lo Zarbo e gli altri della razza dei Centauri furono contenti di conoscere Luca e sorpresi perché vedevano che era molto simile alla razza dei Nerd. Anche perché Luca era riuscito a recuperare a Cosplayland una maglietta di Avril Lavigne e la portava tutto fiero senza sapere che proprio la nota cantante era una degli idoli dei Nerd. Però i Centauri videro che questo Gulliver era un po’ più intelligente della razza che loro dominavano, anche se aveva qualche pelo in più. Comunque la notizia dell’arrivo di questo inatteso ospite arrivò fino alle fine orecchie equine del Padrone Supremo anche chiamato Potente Padrone, un Centauro che era al di sopra degli altri per la potenza del suo sangue metallaro, questo Centauro era nome con il nome di il D’Andrea. Appena questo superbo esemplare della razza dei centauri ebbe saputo della esistenza di Luca, lo mandò a chiamare. Si incontrarono in una brulla pianura in cui erano stati convocati anche molti altri centauri e Nerd per assistere… alla morte di Gulliver. Infatti il Padrone Supremo temeva che questo inaspettato arrivo avrebbe potuto risvegliare lo spirito di libertà dei Nerd portandoli alla rivolta. Questo non doveva capitare infatti i Centauri erano molti meno della razza abbietta e li controllavano con il pugno di ferro che conveniva ad una razza più forte come la loro. Luca stava iniziando a sospettare qualcosa quando vide che alcuni centauri giovani gli facevano segno di volergli fare un sorriso sulla gola. Il Padrone Supremo, fumando una sigaretta e guardandolo attraverso i suoi occhiali alla moda, gli disse:

“Sei decisamente un esemplare interessante ma ora muori. Ciao.”

Era stato di poche parole perché… beh, uno come lui aveva molte centauree a cui… badare, e c’era poco tempo per altre cose. Ecco. Poi oh l’avevo pagato per ammazzare Luca. E che cavolo mi ha fatto restare per altri due mesi in quel posto con i giganti, certe cose non si perdonano! Purtroppo appena il D’Andrea ebbe pronunciato la sua sentenza, tutti i Nerd insorsero. Infatti questa schietta abbietta aveva visto come veniva trattato bene Gulliver, l’aveva eletto a suo modello, eroe, ed ora che sentivano che veniva messo a morte si ribellavano contro i proprio padroni. I Centauri non ebbero scampo contro il numero sovrastante e schiacciante di questi esseri assatanati che in poco tempo li trucidarono tutti. La cosa più inquietante, per Luca, oltre a vedere la testa del suo Giusto Padrone, lo Zarbo su una picca, fu di notare che tutti i Nerd ora avevano il suo aspetto. Infatti questi esseri, ma nessuno l’aveva mai saputo prima, avevano proprietà camaleontiche e riuscivano anche ad imitare, un minimo, il linguaggio di un essere simile a loro. I Centauri erano troppo diversi per essere imitati ma l’home sapiens e l’home nerdarensis sono assai simili avendo un progenitore comune l’home idiotus. Nel mentre il Padrone Supremo girava allegramente, ma non per lui, su un immenso spiedo. Gulliver decise di fuggire da quello che era ora diventato un lungo infernale dal paradiso quale era, purtroppo non vedeva molte alternative. Sapeva bene che questi esseri, questi Nerd, presto si sarebbero rivoltati contro di lui. E l’avrebbero ucciso in maniera… molto cruenta. (Anche perché un certo demone cornuto li avrebbe incitati a farlo, sappiatelo). La salvezza, diciamo un deux ex machina, arrivò dall’Imperatore di Oz. Questo essere che viaggiava per le diverse dimensioni con un completo bianco ancora intonso anche se era passato già per la pantagruelica cena della Vigilia di Natale, apparve dal nulla per salvare Luca.

“Vieni qui Luca, ti ho creato un portale che ti porterà a Lucca, dove tutto è iniziato!” esclamò l’enigmatica figura che indossava anche una maschera d’avorio bianco. Bastardo! Poveri Elefanti!!111 Uccidiamolo! Viva il Movimento del Pentacolo! Dicevo, ecco, che il nostro eroe riuscì ad attraversare il portale ma subito dopo lui, prima che si chiudesse, passò anche uno dei Nerd che aveva il suo aspetto. Luca pensava di essere salvo, ah che bello assaporare di nuovo l’aria di Lucca, che bello vedere le pantegane che nuotavano felici nei canali della cinta muraria, che bello vedere le stelle che si conoscono. Era arrivato alla piazza del Duomo e vedeva i suoi amici, li salutò calorosamente dicendo:

“Non potete immaginare cosa mi è successo!”

Poi venne falciato da una carrozza fantasma, la sua vita si spense sotto gli zoccoli di ronzini dagli occhi di fuoco e il corpo maciullato venne lasciato a quelle stesse stelle che stava osservando con amore e delizia. I suoi amici erano sconvolti ma vennero rallegrati quando videro un altro Luca emergere dalle nebbie del tempo. Era il Nerd che l’aveva seguito e che da allora ha preso il posto del vero Luca Tarenzi. Anche se parla in maniera un po’ meno… sapiente e non usa molti verbi. Poi è pure meno villoso! Insomma tutti ci hanno guadagnato. Bisogna anche aggiungere per essere pignoli che la carrozza che trasportava l’Ambasciatore di Dakar alla reggia londinese della Regina Thirrin per il ricevimento dell’Ambasciatrice del Gran Ducato di Toscana Viola Vitalis era in ritardo e per questo correva. Era solo in ritardo di qualche secolo. La sovrana illuminata (nel senso che aveva sopra un lampadario) quando seppe che l’Ambasciatore di Dakar avrebbe ritardato per qualche altro anno disse soltanto:

“Tagliategli la testa!”

E con questa bella frase, degna dello spirito natalizio finisce il racconto di Natale di quest’anno. Cosa vi ha insegnato? Mah sinceramente non so voi a me Mad Dog il demone cornuto ha insegnato a non fidarmi mai degli scrittori fantasy. Cattivi! E’ giusta l’ora di salutarvi con queste canzone che vi esorto a comprare. Buon Sol Invictus a Tutti!

Personaggi

Luca Tarenzi-Gulliver: Luca Tarenzi

L’Imperatore di Lilluput: Valberici

Il Grande Tesoriere del regno Eleas Applenap: Gianrico Gambino

Il Supremo Ammiraglio della Flotta Skyrim Tanabrus: Gianluca Ninci

La Segretaria degli Affari Privati Fedred Des Tizios: Federica Di Tizio

L’Imperatore di Blefuscu il Furchì Supremo: Fabrizio Furchì

Glumdalclicia: Licia Troisi

La Regina di Brobdingnag, Ninna: Rossella Rasulo

Il Re di Brobdingnag, il Falco : Francesco Falconi

I Tre Dotti di Corte: Leonardo Patrignani, Mario Pasqualotto, Luca Azzolini

Il Nano di Corte: Mad Dog

Il Re di Laputa Adriano Magno: Adriano Barone

Il Borgo-Mastro: Borgo

Lord Barbidi: Francesco Barbi

Gli Accademici di Laputa: Marco Varuzza, Aislinn, Pam, Odry.

Il Re dei Glubbdubrid aka Stregoni: Francesco Dimitri

Morte: Liz Nemesi Biella

Le Madri di Tutto: Sbabby, Noy e Marychan.

La Strega del Nord: Giulia G. Astaroth

Lo Zarbo: Alfonso Zarbo

Il Potente Padrone, Signore dei Centauri: Gl D’Andrea

L’Imperatore di Oz: Francesco Roghi

Thirrin nella parte della Regina Thirrin

Viola Vitali nella parte dell’Ambasciatrice del Gran Ducato di Toscana Viola Vitalis

Lucca Comics & Games 2013 – Il racconto – The End

(Lo so, è passato tanto tempo, però ecco qui il finale del racconto di Lucca di quest’anno!)

“Affascinante…”

Il Dottore era davvero interessato a questa galleria di personaggi che erano appena apparsi. Li conosceva alcuni, aveva letto i loro fumetti. Certo era tutta un’altra cosa poter vedere e analizzare con il cacciavite sonico un essere che pensava o si proclamava un Dio come Thor, esseri mutati come la Cosa o gli Hulk o mutanti come… quel tappetto peloso.

“Cocco, toglimi di dosso quell’affare!” aveva ringhiato questo mutante con un costume giallo e blu che il Dottore ricordava chiamarsi Wolverine.

Gli scrittori ormai erano veramente fuori di testa, le loro più folli fantasie si erano finalmente avverate. Soprattutto Adriano Barone stava letteralmente piangendo dalla gioia perché vedeva tutti gli eroi della sua infanzia davanti ai suoi occhi. Anche se aveva occhi soprattutto per le eroine. Chi non era rimasto con le mani in mano era Anubis, appena erano comparsi gli eroi, aveva iniziato subito a dare ordini o come li aveva chiamati lui “consigli”. Infatti l’antico Dio egiziano sapeva bene che aveva davanti tante teste calde… e poi c’era pure Destino.

“Hank Pym, Reed, Iron Man, Pantera Nera, Bestia, Dottor Nemesis, Dottor Strange, Maximus, Loki voi siete gli scienziati e i mistici che ci servono per risolvere la situazione. Voi – e il Dio della mummificazione indicò tutti gli altri – sarete la forza di contenimento chi di voi sa volare cercherà di contenere l’attacco nell’aria, chi è di forza omega come gli Hulk e la Cosa ingaggerà il nemico quando starà a terra, chi invece ha poteri minori o nessun potere aiuterà i civili nell’evacuazione. Emma Frost e la Naiadi ci coordineranno da qui. Il nostro comandante sul campo è Capitan America. Tutte le forse del Senato Unito delle Dimensioni, della Nato, e dell’Italia sono al suo servizio, Steve Rogers.”

Anubis sapeva riconoscere qualcuno che poteva anche essere più capace di lui nel coordinare la battaglia. Forse uno dei pochi poteva essere solo l’uomo che aveva contribuito alla sconfitta dell’Asse nell’Universo della Marvel. Tutti gli eroi accettarono di buon grado il discorso tranne… due soggetti a cui il Dio rimediò subito.

“Ah, tu, Otto Octavius che stai nel corpo di Spider-Man, tu rimarrai qui, la tua esperienza di scienziato serve qui. Mentre il Dottor Destino, per quanto tu sia il più geniale tra tutti loro ci servi fuori, sei il più potente e forse l’unico che può contrastare Thanos.”

“Lo sapevo che c’era qualcosa di strano in te… ne riparliamo dopo…” disse laconico il tappo canadese ad un attonito Superior Spider-Man. Era bastata una frase per smontare tutta la sua arroganza e la sua copertura. Ora vedeva negli occhi di tutti i suoi “amici” Vendicatori la consapevolezza di chi era realmente.

“Destino è lusingato delle tue parole testa di sciacallo ma Destino rimarrà qui dove può essere più… prezioso.”

La voce fredda del signore della Latveria era autoritaria e chiara. Non ammetteva concessioni.

“Ehi, borioso testa di latta se ti hanno detto di andare fuori, vai fuori!” disse Adriano Barone che voleva veramente affrontare Victor Von Doom. Probabilmente il thé con l’Oki l’aveva fatto andare fuori di testa.

“Destino non accetta che gli si parli così. Inginocchiati e chiedi scusa umano se non vuoi morire! Destino lo ordina!” esclamò Von Doom con voce squillante.

“Qui nessuno uccide nessuno, nemmeno se sei dentro un’armatura tutta luccicante Destino. Posso disattivare tutti i tuoi gadget con il mio cacciavite sonico… ma penso che tu sia più propenso a volere vedere se veramente riesci a sconfiggere da solo Thanos… secondo me non ci riesci…”

Il Dottore era intervenuto appena in tempo, non si scherza con Von Doom. Almeno era quello che dicevano i fumetti!

“Destino sconfiggerà Thanos! Vi inchinerete tutti a Destino!” disse il tiranno di Latveria andando via boriosamente.

“Destino parla in terza persona come un idiota!” esclamò di rimando Adriano che forse voleva far colpo sulla Spider-Woman o su Blackwidow ma riuscì solo ad attirare l’attenzione di Deadpool.

“Coso, io ci vengo al tuo funerale, contaci!” disse il mercenario chiacchierone uscendo dal TARDIS con le sue affilate katane.

Il Dottore si mise al lavoro con gli scienziati e mistici dell’Universo Marvel lasciando per un attimo da parte le persone normali.

Luca, che si era assentato da un po’ di tempo, tornò con secchi pieni di pop corn e li distribuì ai suoi amici.

“Tanto ormai siamo personaggi secondari di questo racconto!” disse.

Nello stesso momento Francesco Dimitri era assorto nella contemplazione del Dottor Strange ma soprattutto del mitico Occhio di Agamotto. Mentre Aislinn era entrata nel TARDIS per vederlo per bene, per capire per bene il trucco del “E’ più grande all’interno che all’esterno”. Invece Francesco stava ascoltando i discorsi del Dottore e dei suoi nuovi “compagni”.

“Il Cubo cosmico per ora ha esaurito il suo potere quando mi ha portato qui…” disse Loki sconsolato.

“Dobbiamo trovare un modo per ricaricarlo…” espresse Reed Richards per tutti.

“Se tornassimo indietro nel tempo? Hai detto che il TARDIS è una macchina del tempo, giusto Dottore?”

“Anthony Stark purtroppo ci ho provato, il TARDIS non riesce a muoversi da questo lungo, almeno temporalmente. Siamo bloccati.”

“Anche noi non riusciamo ad usare i nostri dispositivi crono-spaziali. Deve essere tutto causato dal Cubo Cosmico…” esclamò il Dio dell’Antico Egitto.

“E come ha fatto allora quel demone ad arrivare da noi e a portarci qui?”

“Magia Pym, ha usato la magia, una magia che non conosco, demoniaca, forse possiamo usarla…”

“Non potete usare la magia di Mad Dog, Dottor Strange… quanto fa fico parlare con voi! Comunque non potete usare la magia di Mad Dog, ci vorrà qualche ora prima che possa fare un altro viaggio come ha fatto con voi…” disse Francesco abbastanza imbarazzato di parlare con gente che aveva un Q.I. probabilmente il doppio o il triplo del suo.

“E tu caro ragazzo come sapresti queste cose?”

“Mr Bestia… o dovrei chiamarla Dottor McCoy? Io sono… lo scrittore. E’ complicato. Lasciate perdere.”

“Straordinario!” esclamò il Dottore facendo girare tutti verso di lui. Il Signore del Tempo continuò dicendo “L’energia che da potenza al TARDIS è la stessa del Cubo Cosmico ma non riusciremo mai a ricaricare il Tesseract in poco tempo… come va la battaglia Miss Emma Frost?”

“Non bene Dottore. Le forze di Thanos sono soverchianti e Destino, gli Hulk e Drax le stanno prendendo di santa ragione da questa versione del Titano. E’ molto più forte di quello che conosciamo noi. Ha anche una Gemma dell’Infinito dalla sua parte…. comunque non riesco a leggere, nella sua mente, la risposta questa domanda… Doctor chi?”

“Ed è meglio così, mi creda bella gnocca!” disse Adriano che subito dopo ebbe una strana urgenza di farsi fare le treccine da Aislinn.

“Ci serve un conduttore di energia che colleghi il TARDIS al Cubo Cosmico… se avessi accesso al mio laboratorio in Wakanda!”

“Ma non possiamo siamo bloccati in questa topaia senza superumani!” concluse Maximus, che non era proprio avvezzo alle buone maniere.

Intanto Francesco Dimitri, Imp e Luca si erano messi a parlare per conto loro mentre Adriano cercava in tutti i modi di convincere Aislinn a fargli delle belle treccine ai capelli.

All’esterno la situazione era caotica, squadre di soccorso, le forze armate italiane e gli eserciti della NATO accorsi tramite dei mini portali messi a disposizione da Anubis stavano evacuando la città mentre i Vendicatori e tutti gli altri eroi cercavano di contenere l’avanzata di Thanos e dei Chitauri. Il Duomo della città venne sbriciolato quando una balena Acanti ci piombò sopra dopo che Rulk l’ebbe distrutta. Carri armati volano nel cielo, elicotteri venivamo abbattuti. Sembrava la fine del mondo e forse lo era. Il Dio dell’Antico Egitto era riuscito a convincere il presidente Obama e gli altri leader mondiale a non utilizzare le armi atomiche, sarebbe servito solo a uccidere degli innocenti non certo a fermare uno come Thanos.

Mentre gli scienziati e i mistici stavano ancora discutendo come fare per risolvere la situazione, nella Sala della Guerra piombò, spargendo sabbia rossiccia dappertutto, lo stesso Anubis.

“Stiamo perdendo… avete una soluzione?”

Ma intorno aveva solo sguardi sconsolati.

“Una soluzione c’è sempre, non abbiamo pensato abbastanza!” esclamò il Dottore che riusciva a non far vedere quanto era preoccupato.

“Una soluzione c’è… noi ci abbiamo pensato – disse Imp indicando i suoi amici scrittori che erano anche dei nerd incalliti – potremmo usare la Sfera Genkidama da Dragonball… connessa alla…”

“Genkidama? Cosa sarebbe scimmia?” disse il Dottor Nemesis. Anche lui come Maximus aveva bisogno di un corso d’urgenza di buone maniere.

“E’ la sfera che usa Goku per sconfiggere…” cercò di dire Francesco poi sentì una sorta di altra mente nella sua mente. Era Emma Frost che estrapolò quello che Imp sapeva su questa tecnica per trasmetterla a tutti gli altri.

“Quindi magia. Odio la magia. Con tutto il rispetto che ho per te Stephen…”

“Io non capisco nulla della tua tecnologia, quindi siamo pari Tony. E’ una strana magia, come non ne ho mai vista… ma potrebbe funzionare. Abbiamo ancora bisogno però di un catalizzatore…”

“Lou useremo la Spada dei Sette Sigilli Ancestrali, scommetto che usa la stessa energia del TARDIS e del Cubo Cosmico!” disse l’Imperatore Bianco che poi fece comparire dal nulla uno spadone a due mani, risplendente, con sette gemme infisse nella lama. Ognuna di un colore diverso.

“L’ho inventato prima di sapere cosa fossero le Gemme dell’Infinito, sia chiaro eh! Comunque Lou faremo come a Colonia contro Dark King…”

“Potrebbe realmente funzionare…” disse freddamente Anubis. Era il massimo che poteva permettersi di dire. Avevano forse una minima speranza di farcela. Intanto Francesco aveva fatto cascare la Spada. Si la poteva anche evocare ma rimaneva un pezzo di metallo pesantissimo per lui.

“Interessante! Avevi ragione Francesco in effetti questo manufatto la stessa energia del TARDIS e del Cubo Cosmico. Anzi… se il cacciavite sonico ha ragione sta comunicando con la mia cabina blu e con il Tesseract!” esclamò il Dottore sorpreso. Questa era la giornata delle sorprese per tutti.

“Se i nostri calcoli sono esatti dobbiamo collegare questa Spada al suo TARDIS e il TARDIS al Cubo. Poi dovremmo collegare il TARDIS al castello…” disse Reed Richards e T’Challa finì per lui.

“L’energia che useremo con il procedimento della Genkidama arriverà alla Spada, da quel che abbiamo potuto analizzare anche la Spada ha… dell’energia…. sembrerebbe simile a quella dei Celestiali, per quanto poco noi la conosciamo.” Poi continuò Tony Stark.

“Poi l’energia verrà trasferita al TARDIS, la potenzierà con la sua e caricherà il Cubo Cosmico quindi il Cubo Cosmico la butterà fuori tramite il TARDIS verso il Castello…” Infine concluse Otto Octavius.

“Quindi questa energia verrà sparata tramite uno dei cannoni che hanno qui verso il portale e verso le forze di Thanos. Certo se avessi potuto lavorarci io sarebbe stato meglio… ma non abbiamo tempo.”

“Dobbiamo contenere le forze dei Chitauri in una zona precisa vicino al portale… se ne dovrà occupare il Dottor Strange, Susan Storm e chiunque altro possa avere abilità di questo tipo”. disse la Bestia.

“Li aiuterò io, venga con me Signore delle Arti Mistiche.” e Anubis scomparve insieme a Strange in una nuvola di sabbia.

“Qualcuno deve parlare alla Terra e ai suoi abitanti per convincerli a donarci parte della loro energia…”

“Ho informato io Madre Terra. Vi aiuterà come può. Ho avvertito anche gli spiriti guida degli animali, anche loro sono dalla nostra parte. – disse una nuova figura, incappucciata, che era comparsa dal nulla. Sul suo braccio sinistro giaceva un serpente sibilante, ai suoi piedi invece si trovava un cane dagli occhi fiammeggianti. La sua voce era triplice. – Io invece vi metterò in contatto con gli esseri umani. Spero che questo possa rispondere al tuo pensiero, Pantera Nera del Wakanda.” concluse la figura togliendosi il cappuccio e mostrando il suo triplice volto. Un volto era di vecchia, uno di giovane ed uno di donna adulta. Era la Divina Ecate che era stata chiamata da Anubis, suo compagno di secoli prima.

Aislinn era rimasta ancora più di prima a bocca aperta infatti ora aveva addirittura di fronte una divinità che aveva inserito nel suo ultimo libro.

“Bambina, ho apprezzato il modo in cui ci hai rappresentato.” disse la Dea che superava in altezza la stessa Aislinn accarezzando con una mano mortalmente gelida una guancia della scrittrice.

“Loki sarai tu a farci da portavoce!” esclamò Imp che si stava scervellando per  capire chi poteva fare al loro caso. Aveva già scartato Spider-Man… dentro c’era la mente del Dottor Octopus, non sarebbe andato bene. Nemmeno gli altri scienziati andavano bene… forse solo Tony Stark. Poi gli si era come accesa una lampadina in testa. Il ragazzo continuò dicendo “Assumerai la voce e l’aspetto, nella mente delle persone, del Loki dei film. Di Tom Hiddleston. Sarà sicuramente un successo!”

“Ok, allora ora mi servirà aiuto per pilotare il TARDIS. Servono sei persone, compreso me, per far funzionare tutto per bene. Voi persone normali e te tizio che ti allunghi verrete voi. Correte!”

“Emma Frost si terrà in contatto con voi per coordinarci… io e Danger collegheremo il TARDIS al computer del castello.” disse Tony Stark che era molto curioso di poter collaborare con un essere come la Stanza del Pericolo degli X-Men che aveva preso vita.

“Mi sto connettendo al mainframe – disse il robot che in una realtà alternativa sarebbe diventata la sposa di Ultron – interessante… sembra vivo e cosciente e mi ha spiegato come dobbiamo collegarlo al TARDIS…”

Dentro alla ormai famosa cabina blu il Dottore, forse per la prima volta, vide una persona che non era molto sorpresa dal fatto che il TARDIS fosse più grande all’interno che all’esterno. Quella persona era Reed Richards, infatti il famoso scienziato dei Fantastici Quattro era decisamente avvezzo a vedere spettacoli del genere.

“Bene, mettiamoci a lavoro. Quando sarà il momento dovrete compiere continuamente queste azioni.”

Il Dottore spiegò rapidamente a tutti qual’era il loro compito, chi doveva tirare su e giù una leva, chi doveva spingere un bottone, chi doveva controllare degli indicatori, chi doveva girare una manovella.

Fuori dal TARDIS Loki aveva stretto nelle sue mani quelle della Divina Ecate e si preparò a trasmettere il messaggio al mondo.

“Popoli della Terra sono Loki il dio delle leggende norrene, sto comunicando con voi perché ci serve il vostro aiuto. Mi serve una parte della vostra energia, uscite all’aperto e alzato le mani al cielo e desiderate di donare una parte della energia vitale. Non ce ne serve molta. Dobbiamo usarla per salvare la Terra e tutto l’Universo da una grandissima minaccia che…”

Il Dio della menzogna non sapeva sinceramente come continuare, sentiva che ben poche persone si stavano fidando di lui ed avevano iniziato a donare la loro energia. E queste erano soprattutto fans di Loki… anzi di Tom Hiddleston. Non erano abbastanza. Per fortuna si intromise, con tutto il suo ego-centrismo da miliardario, supereroe e filantropo il Vendicatore noto come Iron Man che cinse le mani del piccolo dio e disse solamente: “Sono Tony Stark, io sono Iron Man.”

In quel momento tutte le fangirl dei film della Marvel vedevano i loro sogni esaudirsi. Grazie alle parole e alle voci di Loki e di Stark, ma anche probabilmente alla magia della Divina Ecate, l’energia vitale dei terrestri iniziò a fluire massicciamente.

“Thanos e le sue forze sono contenute nella zona del portale, questo è il momento di agire Dottore!” urlò nella mente del Signore del Tempo, la bella Emma Frost.

“Geronimo!” esclamò quindi di rimando Eleven. Il Dottore, Francesco e i suoi amici e Mr Fantastic iniziarono a manovrare il TARDIS come ben poche volte avveniva. Non c’erano scossoni, la cabina blu si muoveva in maniera armonica, girava su se stessa pur rimanendo ferma. Per Imp e i suoi compagni di viaggio manovrare il TARDIS era il sogno di una vita da nerd.

“Sta funzionando!” esclamò Kid Loki.

In tutto il mondo, in tutti gli altoparlanti, nell’aria, nell’acqua una canzone si sentiva a tutto volume. Una canzone che ispirava felicità e libertà.

Su tutti gli schermi della Sala della Guerra si poteva vedere la stessa immagine. Da ogni parte del globo stava giungendo la forza vitale che avrebbe innescato la reazione a catena che avrebbe sconfitto, si sperava, Thanos. Dalle metropoli del Nord America ai villaggi sperduti in Africa, dal Rio delle Amazzoni al Nilo, dalla Fossa delle Marianne fino alle Montagne Rocciose, dai fiordi norvegesi al Deserto del Gobi l’energia affluiva verso Lucca e verso il TARDIS. Milioni di persone si erano riunite spontaneamente nelle più grandi piazze della Terra. Times Square, Piazza San Pietro, la Piazza Rossa, Tien’anmen, Piazza Tahrir, Plaza de Mayo, erano tutte piene di gente così come tutti i luoghi di culto e di ritrovo del mondo. L’energia vitale della Terra e dei suoi abitanti arrivava direttamente alla Spada dei Sette Sigilli Ancestrali che aveva trovato una posizione, si sarebbe potuto dire naturale, infissa nella console del TARDIS. L’energia così accumulata si riversò nel cuore della cabina blu per poi essere trasportata al Cubo Cosmico che si trovava alloggiato vicino all’arma mistica che rappresentava la forza vitale dell’Universo. Dal Tesseract, ormai ricaricato, questa immane energia venne sparata verso Thanos e le sue forze. Il risultato fu spettacolare, il Titano Pazzo non aveva mai, nella sua lunga e perversa esistenza, sperimentato una forza così potente. Abbagliato da questa energia venne ricacciato indietro con tutto il suo esercito di Chitauri. La folla nel continuum spazio-tempo venne sigillata e il cielo stellato tornò così come era prima. In pochi minuti grazie alla forza di volontà degli umani e a quello della Natura, un nemico che sembrava imbattile e che aveva provocato un’immane distruzione era stato sconfitto. Gli eroi erano ormai pronti a tornare a casa, così come il Dottore. Non potevano rimanere molto, ormai i varchi tra i mondi si stavano chiudendo. Il Tesseract era andato distrutto, troppo energia era transitata e poi andata subito via dal Cubo Cosmico. Era semplicemente svanito, così come la Spada dei Sette Sigilli Ancestrali. L’arma aveva fatto compiuto la sua missione ed era tornata al suo posto per sorvegliare l’equilibrio universale. Francesco e i suoi amici salutarono il Dottore e gli eroi della Marvel che tornavano nelle loro rispettive dimensioni. Quando tutti furono andati via e Anubis ebbe riaccompagnato i normali esseri umani davanti all’Hotel Universo, il Dio dell’Antico Egitto lì salutò freddamente come suo solito. Aveva già predisposto l’eliminazione della loro memoria a breve termine, come per tutta l’umanità. Gli esseri umani non erano ancora pronti ad affrontare questo genere di… avvenimenti. Appena svegli la mattina dopo non avrebbero ricordato nulla e Thanos sarebbe stato solo un incubo notturno. Quando la divinità egiziana scomparve, Imp si accorse che non c’era Luca.

“Dov’è finito Luca?” chiese il ragazzo perplesso.

“Luca chi?” rispose di rimando Adriano che stava armeggiando con il suo nuovo telefonino dopo del Dottor Destino. Con questo super-smartphone avrebbe potuto chiamare il suo nuovo amiconemico anche ad un universo di distanza. Ed insultarlo all’evenienza.

“Luca Tarenzi, era con noi!” esclamò preoccupato l’Imperatore Bianco.

“Non conosco nessun Luca Tarenzi.” disse Francesco Dimitri, che era assai più interessato ad un libro di arti mistiche che gli aveva lasciato il Dottor Strage.

“Non so proprio chi sia. Comunque mi vado a vedere cosa può fare questo Tom Hiddleston!” disse Aislinn che si portò via il suo premio. Si, era Kid Loki con l’apparenza del Loki dei film, e con la museruola. Infatti la punizione per il Dio della Menzogna era quella di essere il servo personale di Aislinn per una settimana.

Francesco si stava davvero preoccupando, sembrava che Luca fosse scomparso dallo stesso continuun spazio-tempo e che lui fosse l’unico a ricordarsi chi fosse. Poi qualche secondo dopo, da una via laterale, apparve, trafelato proprio lo scrittore di Godbreaker.

“Non sapete cosa mi è successo!” urlò Tarenzi con il suo tipico accento del nord. Non poté finire la frase che venne falciato e tagliato in due da una carrozza fantasma che portava il gottoso ambasciatore di Dakar, Valberici, al ricevimento in onore della Regina Thirrin. A Londra. In ritardo di giusto qualche secolo.

Francesco e gli altri furono scioccati dal vedere la morte prematura del loro caro amico ma poi dallo stesso vicolo sbucò un altro Luca Tarenzi. Uguale, identico, sempre trafelato, sempre con quell’accento un po’ del nord. Imp pensò che il continuum spazio-tempo impazzito da quanto era successo avesse creato due copie di Luca e per ristabilire l’equilibro una delle due fosse stata terminata. Era sicuramente questa la spiegazione. Poi, ora, dopo averlo rivisto, tutti si ricordavano di Luca.

“Allora Luca cosa hai visto di così emozionante che ce ne volevi parlare? …O meglio il tuo doppio che è morto, ma fa lo stesso. Allora?” chiese Adriano curioso.

“Dopo. Fame. Carne. Mangiare. Andare!” disse questo Luca Tarenzi, che era anche meno peloso del vero Luca Tarenzi. Imp constatò che la parlantina di Luca era rimasta sempre la stessa e non aveva nemmeno perso l’appetito, anche dopo aver visto la morte di un suo doppio.

“Carne cruda yummmm!” urlò lo scrittore dai capelli folti correndo come un esagitato per la piazza.

“Ah, ora riconosco il mio Luca!” continuò Dimitri, che in realtà ormai era completamente concentrato nella lettura del grimorio donatogli dal Signore delle Arti Mistiche.

“C’è qualcosa di strano in Luca però…” disse Imp ma ormai l’avventura era finita, era stanco e non ci pensò molto su questa questione. Halloween era quasi passato, doveva andare a dormire, il giorno dopo ci sarebbe stato un altro giorno di Lucca. E bisogna essere preparati bene per il Lucca Comics & Games. Sempre.

THE END

p.s.: nel racconto di Natale si scoprirà la verità sul Luca Tarenzi e sul suo doppio… quindi stay tuned!

Lucca Comics & Games 2013 – Il racconto – Seconda Parte

Dove eravamo rimasti l’ultima volta? Ah si. I nostri eroi, tre scrittori, Luca Tarenzi, Aislinn, Adriano Barone erano stati trasportati insieme al mitico Doctor Who su di un castello volante che stazionava sopra la città di Lucca durante il Lucca Comics & Games 2013. Non erano gli unici ad essere stupiti di trovarsi in questo luogo. Anche il personaggio che chiameremo come Kid Loki era sorpreso. Sorpreso di essersi fatto acchiappare da un vecchio cadavere rinsecchito che aveva la faccia da sciacallo e che non lo mollava. I tre creatori di storie fantastiche, esaurito lo shock iniziale di tutta questa strana situazione, guardarono il loro amico, fan, lettore, Francesco che nel web era meglio noto come Imperatore Bianco. O Imp. O Impo come lo chiamava qualcuno, tra cui un certo demone cornuto.

“Avete presente quei racconti che scrivo? Beh… sono veri… E’ meglio non discutere in questa sede chi sia il vero protagonista e dove si trovi il mio alter-ego Impero. Se questi personaggi siano stati creati quando ho scritto e immaginato i miei racconti o se sono preesistenti da essi. Sennò affittiamo domani mattina. Il mio ruolo è quello di scrivere i racconti, e basta.” disse il ragazzo abbastanza imbarazzato.

Un altro corvo passò nella notte, emettendo suoni striduli. Poi questa situazione di stasi venne interrotta dall’arrivo del demone cornuto Mad Dog. Il diavolo dalle scaglie di ossa rosse entrò da un arco che dava su di una stanza in penombra.

“MUAHAHAHAHAHAHAHAHAAHAHAHAHAH” urlò schiarendosi la gola.

“Questa roba è davvero potente! Diventiamo ricchi!” esclamò tutto contento Adriano facendo vedere la bottiglia vuota al suo amico Tarenzi.

Il demone si spostò di lato per far ammirare i suoi portentosi e tosti muscoli all’unica ragazza del gruppo. Dietro di lui si trovava un altro scrittore italiano molto famoso. Francesco Dimitri, il re del fantastico italiano, che indossava il suo classico cappello steampunk. Nuovamente sulle facce di Luca, Aislinn e di Adriano si dipinse un’espressione di completo stupore. Il demone cornuto, si avvicinò furtivo come un elefante in una cristalleria, al nuovo venuto.

“Fra tre giorni avrai quello che hai vinto alla nostra partita a poker. Ti piacerà l’Isola che non c’è! Poi c’è anche Trilly… MUAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHH” la risata del diavolo rosso era così profonda e potente che sembrava far tremare le mura intorno a lui.

Il Dottore e l’Imperatore Bianco erano presi da ben altro per potersi interessare a questi scambi di battute. Il famoso Signore del Tempo era rientrato nel TARDIS per analizzare in maniera più approfondita il Cubo Cosmico che ora si trovava nella mani del ragazzo che su internet erano noto come Imp.

“Straordinario!” continuava a ripetere il personaggio che aveva le fattezze dell’attore britannico Matt Smith.

“Tradotto per i comuni mortali sarebbe?”

“Questo costrutto, questo Tesseract che tu chiami Cubo Cosmico, usa la stessa energia che serve ad alimentare il TARDIS… è stato questo che mi ha attirato qui da voi e che sta alimentando il mio mezzo. Trovandosi in un’altra dimensione il TARDIS non dovrebbe funzionare…” disse il Dottore rispondendo ad Impo.

“Dobbiamo rimandare indietro il Loki e il Cubo Cosmico, non possono rimanere in questo universo. Altri potrebbero essere attirati qui e potrebbero non essere amichevoli come lei, Dottore. ” disse il ragazzo visibilmente preoccupato.

“Temo che sia troppo tardi. C’è qualcosa che dovete vedere, seguitemi nella Stanza della Guerra.”

Anubis era apparso dal nulla, con la sua sabbia rossiccia vorticante, silenzioso e freddo come un blocco di ghiaccio. Così tanto glaciale da aver fatto sobbalzare il Dottore e il suo amico mortale. Il Signore del Tempo pensò che quel tipo che indossava so un gonnellino in stile Antico Egitto era più inquietante dei weeping angel che aveva incontrato tante volte negli ultimi tempi. Il Dio egizio teneva ancora per la collottola un altro Dio, ma asgardiano. E gli aveva tappato la bocca con il nastro adesivo.

Tutto il gruppo si trasferì in un immenso ascensore che salì silenziosamente e velocemente alcuni piani. Ora si trovavano in un’altra la del castello, più moderna. Il Dottore capiva perfettamente, ora, perché chiamavano questo locale Stanza della Guerra. Il posto era grandissimo, poteva contenere centinaia di persone alla varie console che erano disseminante dappertutto. Degli immensi mega-schermi adornavano le pareti, facendo vedere il cielo a trecentosessanta gradi, tutto intorno a loro. Anubis spiegò che qui potevano controllare qualunque cosa avenisse in tempo reale. Ogni operatore controllava una diversa sezione del cielo, c’erano postazioni per vedere i dati atmosferici, satellitari, termici. C’era uno smart-computer in grado di controllare i social network, i siti di news e tutte le webcam in tempo reale per monitorare ogni possibile e minima minaccia.

“Inquietante, nessuno dovrebbe avere questo potere.” fu l’unico commento del Dottore. Il Dio della mummificazione dell’Antico Egitto nemmeno ci fece caso. Aveva ben altro a cui pensare, non gli interessavano gli aspetti morali di questa sorveglianza continua dell’umanità quanto gli aspetti pragmatici. Il suo compito era intervenire per salvare l’umanità da qualunque evento soprannaturale ed avrebbe usato qualunque mezzo pur di adempiere a questa sua missione.

Dagli altoparlanti presenti nella sala iniziò a scaturire questa canzone tratta da uno dei film catastrofici più trash della storia del cinema. Anubis guardò il ragazzo con un’occhiata da far gelare il sangue anche ad Hannibal Lecter.

“Ci sta bene con questa scena…” riuscì a dire Imp con un filo di voce appena.

“Ingrandite il punto 42.” disse Anubis che sembrava non accorgersi nemmeno della canzone che veniva sparata a tutto volume dalle efficientissime casse della Stanza della Guerra.

I maxi-schermi vennero riempiti totalmente da una porzione di cielo stellato in cui stava accadendo qualcosa di molto strano. Si era formato una sorta di circolo infuocato che esplose pochi secondi dopo. Ora sembrava veramente come se qualcuno avesse lacerato la volta del cielo e avesse esposto cosa c’era sotto e quello che c’era sotto era nero come la pece.

“Cos’è?” chiese la scrittrice da lunghi boccoli castani.

“Un portale da un’altra dimensione…” risposte Imp, esprimendo quello che un po’ tutti stavano pensando ma che non avevano il coraggio di dire alta voce.

“E quelle che stanno emergendo sembrano… balene cyborg?” esclamò il Dottore, questa era proprio la giornata delle stranezze!

“Sono i Chitauri… siamo davvero nei guai!” disse Impo sospirando.

“Uhf, uhf, ufh!” urlò o cercò di farlo Loki indicando una di queste balene, che nell’universo della Marvel sono note come Acanti. Quello che indicava era un tipo assai massiccio, possente, vestito di giallo e di blue. La faccia di questo alieno, con il mento sporgente e rugoso, era viola. Un sorriso beffardo solcava il suo volto.

“Quello è Thanos. Il Titano Pazzo. Direttamente dal film degli Avengers!” esclamò assai preoccupato Francesco aka Imperatore Bianco.

“Non sembra un persona amichevole…” disse il Dottore che poteva quasi sentire, quasi toccare con la mano l’animo oscuro di Thanos che cercava sempre di ottenere l’amore della Morte. E con il Cubo Cosmico in suo possesso sarebbe riuscito a fare qualunque cosa la sua perversa mente potesse immaginare.

“Avvertite il Presidente del Consiglio italiano, la Nato e il Comando dell’Atlantico. Ci serve tutto l’aiuto possibile. Fate evacuare la città e tutta regione. Comanderò personalmente gli Imperiali, cercheremo di tenere Thanos fuori dalla portata del Cubo Cosmico.” disse Anubis che continuò dato che nessuno osava interromperlo. “Porteremo il Cubo Cosmico nel TARDIS e Dottore lei andrà via il più lontano da qui. Senza Impero, senza Lot Destr, non c’è nessuno che possa usare la Spada dei Sette Sigilli Ancestrali, le nostre possibilità sono davvero scarse. Uomini tutti hai posti di combattimento. Allarme rosso.”

Una luce scarlatta inondò la sala ma non era dovuta agli allarmi che urlavano e sfavillano in un rosso brillante. Era Mad Dog che era andato via furtivamente ed era tornato in pompa magna. E non era da solo. Il demone cornuto era andato a trovare alcuni amici, visto che le barriere tra le realtà erano molto labili, ed aveva chiesto il loro aiuto. Un’altra canzone si partì dagli altoparlanti.

Il Dottore era sempre più sorpreso, si c’erano degli alieni mostruosi guidati da un tipo viola che voleva ucciderli tutti, ma quello che vedeva era assolutamente fantastico. I quattro scrittori e Francesco capirono perfettamente chi era la gente che avevano davanti. Bastava soltanto lo scudo che portava uno di loro. Uno scudo a stelle e strisce. Imp riuscì a riconoscerli tutti, in fondo era il nerd del gruppo. Quelli erano i Vendicatori ma non quelli del film, no quelli erano i Vendicatori dei fumetti. C’erano ovviamente i tre Avengers più famosi, Capitan America, Thor e Iron Man ma c’erano anche Hulk e Rulk, la Vedova Nera e Occhio di Falco, il Soldato d’Inverno, Spider-Man, Spider-Woman, il Dottor Strange, She-Hulk, Capitan Marvel, Wasp, Ant-Man, Venom, Mimo e tantissimi altri. Non solo c’erano anche i Fantastici Quattro e la Fondazione Futuro, tutte le varie formazioni degli X-Men con Wolverine e Ciclope in testa (che si guardavano in cagnesco), c’erano gli Inumani, Namor, Pantera Nera, i Guardiani della Galassia e persino il Dottor Destino.

“Ho pensato di chiamare qualche amico ad aiutarci… non è un problema vero?” disse Mad Dog sornione ridendo come un matto.

Lucca Comics & Games 2013 – Il racconto – Prima Parte

Questa storia potrebbe non avvenire mai. Questo potrebbe essere soltanto uno dei tanti futuri che ci attendono per la lunga strada del nostro continuum-spazio tempo. Nella città toscana di Lucca ogni anno si svolge una grande manifestazione dedicata ai fumetti, ai videogame, al gioco di ruolo e ai libri che vede coinvolte moltissime migliaia di persone. Questo evento prende il nome di Lucca Comics & Games e cade, quasi sempre, tra l’ultima settimana di ottobre e la prima di novembre. Il nostro racconto inizia in una delle piazze centrali di questa cittadina, Piazza del Giglio, tra l’antico hotel Universo e uno dei padiglioni della fiera. Vediamo tre figure che si stagliano sulla luce funerea di una luna a forma di falce, una ragazza dalla leggiadra  e lunga capigliatura bruna, una scrittrice, un ragazzo occhialuto che deve decisamente continuare la sua dieta perché è ancora sovrappeso e un uomo misterioso la cui figura è adesso offuscata dalle ombre della notte.

“Oggi è la notte del Samhain! Stanotte le porte tra i mondi si schiudono come mai prima!” urla l’uomo con i lunghi capelli e la lunga barba arruffati dal vento, sbracciandosi mentre dei fulmini solitari colpiscono il cielo dietro di lui, illuminandolo di una luce folle, quasi come un novello Dottor Frankenstein. Successivamente questo uomo che potrebbe sembrare pazzo e che forse lo è, si scola tutto in un sorso un liquido dallo strano colore verde palude contenuto in una bottiglietta di plastica. Fa una faccia strana, quasi disgustata, ma i suoi occhi dicono che ne vuole di più.

“Non credevo che qualcuno potesse diventare così dipendente dal thé alla pesca con l’OKI in mezzo…” disse il ragazzo tra divertimento e sorpresa.

“E’ da due anni che non ne può fare a meno, da quando assaggiò per la prima volta a Lucca questo intruglio. E’ colpa tua lo sai, vero?” rispose la ragazza, che tutti chiamavano Aislinn. Il perché lo troverete usando Google. Forse.

“Beh… almeno ora scrive libri ancora più psichedelici di prima!” esclamò il ragazzo ridendo e cogliendo con la coda degli occhi un movimento alla sua destra. Un ragazzino vestito di verde e di nero che si muoveva veloce tra i padiglioni di Piazza Napoleone, reggendo qualcosa tra le mani. Era stata una fugace apparizione, tanto che non aveva ben capito cosa indossasse di preciso questo bambino. I suoi amici non si accorsero di niente e lui non disse nulla per non rovinare l’atmosfera. Stavano, infatti, contemplando un cielo, che sgombro totalmente di nuvole, era uno spettacolo stupefacente con tutte le sue stelle brillanti e fulgide al loro massimo. Nessuno di loro ricordava di aver visto un cielo stellato così bello e spettacolare, sembrava quasi che si potessero toccare con mano questi lumi lontani, sembrava quasi di poter scorgere le galassie che si muovevano nel loro lentissimo moto nell’immenso spazio siderale. Il ragazzo, che si chiamava Francesco, stava pensando che era davvero questo cielo era una vista eccezionale ma c’era anche qualcosa di strano in esso, si poteva quasi sentire nell’aria, nella stessa atmosfera che ci fosse qualcosa di sbagliato in quella serata.

“Abbiamo fatto proprio bene a venire prima. Oggi a Lucca con poca gente si sta proprio bene… e questo cielo è fantastico!” disse lo scrittore barbuto. Il famoso Luca Tarenzi che aveva uno stuolo di fans adoranti che facevano concorrenza a quelle del tizio sbrilluccicoso di Twilight.

“Guardate, una stella cadente!” disse Aislinn che poi continuò in un soffio appena udibile “Esprimete un desiderio!”

E tutti e tre si concentrarono sulla quella stella cadente che sembrava star arrivando proprio verso di loro. Questo puntino luminoso, di un blu brillante, proprio in quel momento, fece una sorta di giravolta su stesso. Poi ne fece altre a ripetizione. Dei fulmini si sprigionarono da questa luce che spiccava su tutte le altre del firmamento.

“Non è decisamente una stella cadente, è troppo veloce e… si muove in modo strano…” era il ragazzo ora che parlava e osservando ancora meglio quell’oggetto che si avvinava ad una folle velocità si accorse che aveva una forma alquanto nota, avrebbe detto famigliare.

“Sembra… una cabina telefonica blu!” dissero tutti e tre all’unisono quando ormai l’oggetto si trovava quasi sopra la piazza.

Poi si sentì, forte e chiara, questa canzone.

“Scusate, è la suoneria del mio cellulare. Qualcuno mi sta chiamando ora stacco.” disse il ragazzo mentre gli altri due ormai non lo guardavano più, anzi non si erano nemmeno accorti di quello che aveva detto. Infatti tra fulmini, giravolte e strani movimenti, quella che era stata classificata come una cabina telefonica blu, atterrò perfettamente davanti a loro. Luca Tarenzi guardò con meraviglia la bottiglia vuota del suo intruglio di thè alla pesca ed OKI ed esclamò colpito: “Questa è davvero roba pesante!” 

I tre mentre osservavano l’atterraggio di quello che sicuramente se siete nerd avrete riconosciuto come il TARDIS non si erano accorti che erano stati circondati da molte figure che si confondevano con il nero della notte. Erano chiaramente soldati, lo si capita dall’atteggiamento, dalla postura e soprattutto dalle armi che imbracciavano. L’unica concessione di colore era il loro berretto, un basco viola con una striscia dorata alla base. Le armi da fuoco spianate, avevano circondato questo UFO in pochi secondi, senza farsi vedere né sentire da quasi nessuno. Avevano seguito l’approssimarsi di questo oggetto non identificato dal momento in cui era apparso sui loro radar quando era sbucato dal nulla sui cielo della Toscana. I soldati si stavano avvicinando circospetti al TARDIS pronti a sfondare la sua porta, avevano mezzi per farlo, forse erano tra i pochi a poterlo fare in tutto l’Omniverso, poi  erano pronti a catturare chiunque si fosse trovato dentro questo strano mezzo. Erano pronti anche ad una eventuale invasione, già avevano mobilitato altre truppe. Silenziosi elicotteri ed aerei stealth stavano sorvolando la zona, stavano per arrivare carri armati e altri mezzi pesanti e camion pieni di altri soldati. Il loro comandante stava per dare l’ordine di sfondare la porta quando questa si aprì di botto, spaventando i tre amici che non si erano accorti ancora di nulla, ma non questi soldati che erano addestrati fin dalla loro infanzia a non avere paura. Sulla soglia del TARDIS si trovava l’Undicesimo Dottore con il suo tipico “costume”, oltre ad un fez rosso in testa ed ad un cravattino al collo anch’esso rosso. Un ordine silente, solo lo scatto della mano del loro comandante, fece capire ai soldati che era giunto il momento di agire e di stendere il loro obiettivo. Prima attaccare, poi parlare, era questo il loro motto. Una mano alzata e una voce li fece fermare.

“E’ un amico.” disse semplicemente il ragazzo. Solo in questo momento Aislinn e Luca si accorsero di essere accerchiati da una decina di soldati in assetto di battaglia. Gli Imperiali, questo era il proprio nome anche se non c’era nessuna relazione con Star Wars, si fermarono, deposero le armi e si misero a riposo.

“Sono il Dottore.” disse… beh il Dottore che era abbastanza contrariato vedendo quello che lo circondava. Non doveva capitare in questo luogo e in questo tempo. Aveva in mente una gita a Roma ai tempi di Giulio Cesare ed era capitato invece da un’altra parte e sicuramente in un altro tempo.

“Mi chiamo Francesco” disse il ragazzo stringendo la mano del Dottore, per quanto non gli sembrasse vero. “Questi sono i miei amici Luca e Aislinn.” Gli altri due strinsero la mano di questo alieno in maniera ancora più stupita del loro amico. Erano veramente senza parole.

“Io traduco i… tuoi libri…” fu l’unica cosa che riuscì a dire lo scrittore barbuto. L’Undicesimo lo guardò in una maniera strana, perché non aveva capito bene questo riferimento. Tutta la situazione era parecchio strana, sembrava infatti che quel ragazzo sapesse qualcosa di lui, non era sorpreso di vederlo ma… lui era stato attento aveva cancellato tutti i riferimenti alla sua storia. Forse aveva sbagliato qualcosa?

“Come è capitato qui Doctor?” gli chiede il ragazzo curioso.

“C’è stata una tempesta temporale, qualcosa di una potenza che avevo raramente visto e poi mi sono ritrovato qui. Strano.” disse il Dottore che si mise ad analizzare l’ambiente con il suo cacciavite sonico. Poi esclamò: “Impossibile!”. Era davvero sconcertato, se i risultati del suo apparecchio erano esatti, quella tempesta l’aveva portato davvero lontano.

“Dalla sua faccia penso che l’abbia già capito. Non è solo in un tempo e un luogo diverso da quello in cui doveva atterrare con il TARDIS… si trova in un altro universo, parallelo al suo. Oggi è il 31 ottobre, le barriere tra i mondi si sfaldano come non mai… la tempesta in cui è incappato unita al Samhain hanno contribuito probabilmente a portarla qui da noi. Dobbiamo capire meglio come…” ma il ragazzo non poté finire il suo pensiero venne interrotto da una voce un po’ brilla, quasi irata che conosceva bene. Era, infatti, quella di un altro suo amico scrittore, Adriano Barone. Anch’esso barbuto, almeno un po’ non come il suo amico Larenzi, sembra che per scrivere cose strane bisogna essere barbuti, è la legge di Alan Moore!

“Dissento! Questa trama fa schifo! L’ha scritta sicuramente Moffat. Odio l’Undicesimo Dottore!” esclamò Barone cercando di dare un pugno al Dottore. Lo mancò platealmente e poi continuò il suo discorso dicendo “Era meglio Davies! Rivoglio Davies!” poi si mise a scolare la bottiglia gigante che aveva in mano sedendosi sul terreno. Anche lui ormai era assuefatto al miscuglio terenziano di thé alla pesca e OKI.

Un corvo passò gracchiando, poi tutti si ripresero da questa strana scena.

“Ci siamo già incontrati per caso?” chiese il Dottore al ragazzo.

“Sempre Lucca. Qualche anno fa per me, molti per te.” disse solamente Francesco ed il Doctor si ricordò del suo breve viaggio precedente. Si potrebbe ben dire in un’altra vita.

“Dobbiamo capire di preciso come sei arrivato qui, potrebbe esserci un problema molto serio qui fuori.” continuò ancora il ragazzo. Nel mentre Adriano Barone si stava contendendo la bottiglia con Luca Tarenzi, invece Aislinn era rimasta affascinata dall’interno del TARDIS. Si vedeva qualcosa dentro… ed era vero che era più grande all’interno che all’esterno!

“Penso di aver trovato la causa di questo incidente.” Era stata una voce fredda, gelida, diversa da tutte quelle che si erano sentite finora in questa notte particolare tra ottobre e novembre. Da un turbine di sabbia si formò una figura nota ai più. Era il Dio della mummificazione dell’Antico Egitto, Anubis in tutta la sua glaciale presenza. Reggeva per la collottola una ragazzino, vestito si potrebbe dire in maniera medievale, con un costume verde e nero. Questo bambino aveva una tiara d’oro sul capo e fece una linguaccia a tutti i presenti. Anubis nell’altra mano reggeva un costrutto di grande potere. Una delle armi più temibili di tutto l’Universo.

“Un Tesseract!” esclamò il Dottore mentre Francesco disse, nello stesso momento, “Un Cubo Cosmico!”

“Loki Laufeyson questa volta l’hai combinata grossa! Cosa hai fatto con quel Cubo Cosmico?” chiese Francesco, abbastanza preoccupato da quanto stava avvenendo.

“Ho solo cercato aiuto per il mio fratellastro Thor. Abbiamo un problema sulla nostra Midgard così io ho rubato questo Cubo e ho espresso il desiderio…”

“Oh… siamo in guai grossi…” disse il Dottore guardando il cielo le cui stelle si stavano colorando di strane tinte che andavano dal viola più scuro al rosso carminio.

“Possiamo controllare la situazione in maniera migliore da Castel Oricalco. Beam me up, Scotty!” disse il ragazzo che aveva voluto sempre usare questa frase nella realtà ma che non aveva mai avuto la necessità e l’occasione di usarla.

Per la sorpresa dei tre scrittori, che ormai erano in balia di eventi che non potevano controllare, tutte le persone nella piazza, TARDIS compreso, vennero teletrasportati via. Si ritrovarono in un giardino quadrato ben tenuto, ricco di piante, fiori e animali. Ai vertici e al centro di questo ambiente si trovavano cinque obelischi, adornati da geroglifici egizi. Francesco quindi il guidò verso una balconata dove potevano scorgere cosa si trovava sotto di loro. Si vedevano le luci di una città, poi altri puntini luminosi sparsi per tutta la zona circostante. Altri paesi, altri città, un fiume, montagne in lontananza e poi dall’altra parte il mare. Sopra di loro svettava il resto del castello che era una copia quasi esatta, ma con più torri e costruzioni, del castello di Neuschwanstein in Baviera.

“Quel puntino li sotto è Piazza del Giglio.” disse il ragazzo.

“Questo è un castello sospeso in aria!” esclamò il Dottore al colmo della gioia. Aveva visto molte cose nella sua lunga vita, e ormai non molte potevano stupirlo come un dannato castello svolazzante!

FINE PRIMA PARTE

Il Nemico Dimenticato

Da qualche tempo mi è ripresa la voglia di scrivere, ho avuto di nuovo l’urgenza di prendere di nuovo, metaforicamente parlando, la penna in mano. Così ho ricominciato, dove l’avevo finita, la revisione del primo dei miei racconti che fa parte di un ciclo diciamo della “maturità”, rispetto a tutte le altre storie che sono nei quaderni di quando ero bambino. Si intitola “Il Nemico Dimenticato“. L’ho praticamente tutto riscritto, togliendo la parte iniziale, sfoltendo i personaggi, rendendo più chiara e lineare la storia. E’ quasi come la storia si svolgesse in un universo alternativo rispetto a quello del racconto vecchio. Negli anni, per fortuna, la mia scrittura è migliorata un po’ ed è cambiata quindi spero che questa storia sia migliorata veramente così tanto come sembra a me. Ho cercato di rendere più profonde, vere, le motivazioni e i caratteri dei personaggi, così come tutto il resto. Diciamo che qualche cosa è venuta da sola nella foga dello scrivere, come mi capita a volte. Nel “Il Nemico Dimenticato” (fa tanto strano chiamarlo con il suo titolo xD) ci sono i personaggi tipici dei miei racconti ma penso che quello più famoso penso sia Mad Dog. E’ stato bello scrivere di nuovo del demone cornuto dentro una storia, davvero appagante come tutto quanto il processo di scrittura. Il racconto si trova nella sezione dedicata ai racconti ma ve lo metto pure qui. Buona lettura! (Vi conviene scaricare direttamente il file, che la visualizzazione fa un po’ pena!)

Il Nemico Dimenticato

p.s.: vi consiglio di sentire la soundtrack di “Iron Man 3” mentre leggete il racconto, infatti ascoltavo la musica di Brian Tyler mentre scrivevo il racconto!

Le parole sono potenti…

Il mio nome è Frederick Archibald Detizis sono, o meglio dovrei usare il passato, ero un musicista, nella mia terra natia, gli Abruzzi. Mi sono sempre considerato uno dei migliori suonatori di violino dell’Italia. La mia fama era così grande che venivo chiamato anche all’estero per tenere i miei concerti. Entrai presto in collegio per apprendere l’arte della musica, dato che fin da piccino era evidente qual era il mio dono. Mia madre, che povera anima, morì qualche anno dopo la mia nascita, aveva sempre cercato di non farmi risiedere per troppo tempo nella casa di suo padre. Il mio, di padre, era morto subito dopo la mia nascita. Era un marinaio e un giorno, semplicemente, non tornò più a casa, nessuno seppe che fine aveva fatto la nave su cui era imbarcato. Era scomparsa senza lasciare tracce. Comunque gli strani umori e atteggiamenti della mia famiglia, che una volta da bambino consideravo solamente particolari ma che una volta cresciuto e avendo visto il mondo esterno, adesso considero aberranti  mi hanno spinto ad andare il più lontano possibile dal luogo che ha visto la mia nascita. Il patriarca della mia famiglia, il mio bisnonno, Aldobrando, che ancora riusciva ad essere forte e vigoroso nonostante l’età di ben cento anni, mi ha maledetto l’ultima volta, ormai anni fa, in cui sono andato a casa. Per quanto non abbia mai creduto a questo genere di superstizioni, alle streghe, alla magia, un brivido gelato mi corse lungo la schiena quando l’anziano mi inveii contro. Disse che sarei morto come mio padre, preso dal mare e che la maledizione che grave su chi tradisce la famiglia avrebbe colpito anche me. In tutti questi anni non ho mai ripensato a quelle aspre parole, a quel dito rinsecchito che mi indicava, almeno fino a qualche giorno fa. Il brigantino su cui viaggiavo per andare a Montevideo è naufragato in seguito ad una misteriosa burrasca. Fino ad allora, durante il viaggio, non avevamo incontrato problemi di sorta, anzi il tempo era stato clemente e il “Dunwich” solcava i mari con foga e vigore. La nave su chi viaggiavo era molto solida, di perfetta fattura e appena uscita dai cantieri navali della Miskatonic Ass. nella città di Salem. Era guidata dall’intrepido capitano D’Andrea, anch’egli di origine italiana, ma che proveniva dal freddo nord della penisola. Il capitano, come lo sono io, era un culture delle leggende antiche, delle varie mitologie e spesso, nelle notti in cui la nave rollava placida sulle acque del mare, mentre lui narrava gli antichissimi racconti, io lo accompagnavo con il mio violino. Era un uomo eccezionale la cui perdita è sicuramente una grande afflizione per me. Eravamo arrivati nella zona del Mar dei Sargassi, vicino a quello che qualcuno chiama Triangolo delle Bermuda e… ma forse dovrei dire che a Salem ebbi, prima di partire, una notizia sconvolgente. Mi arrivò un telegramma dell’unico domestico della mia dimora natia. Mi informava che ero l’unico rimasto della famiglia, dopo che un improvviso incendio, scatenato da un fulmine solitario. Tutti erano periti nell’incendio, riuscì solo a salvarsi, buttandosi da una finestra, proprio il domestico. Nel telegramma mi disse che quando le fiamme, diventate stranamente di un blu quasi tendente al viola, avvamparono al massimo della loro potenza, si poté nettamente sentire la voce del patriarca della mia famiglia. Riuscì a capire ben poco, solamente che mi malediceva ancora una volta e che invocava qualcosa chiamato Cthulhu. Poi le urla si tramutarono in grida di agonia. Non rimase nulla in piedi della casa, quando l’incendio finì la sua fase più intensa, il terreno sotto la casa cedette e venne tutto inghiottito nel vicino lago che adorna, da sempre, il parco della tenuta di famiglia. Non vi nascondo che rimasi assai sconvolto da quanto avevo ricevuto. Finalmente, nel mio cuore, sentii togliersi un peso enorme. Pensavo che le parole del mio bisnonno fossero solo parole, ma a volte anche le parole sono potenti, soprattutto certe parole dette con rabbia mentre si sta bruciando vivi. In una notte di luna piena, mentre stavo per andare a dormire nella mia cuccetta, la nave subì un colpo immane. Ero sul ponte e per poco non finii direttamente nel mare che si era fatto, all’improvviso, turbolento. C’era come un gorgo gigantesco sotto “Dunwich”. Il coraggioso capitano cercò di salvare il brigantino ma fu tutto inutile, qualcosa ci sospingeva verso il gorgo. Avevo capito che cos’era, era la mia maledizione, me lo sentivo nelle ossa. Insieme agli altri passeggeri mi ero recato nella zona delle scialuppe e insieme a qualche membro dell’equipaggio. Il capitano D’Andrea era come impazzito, volendo salvare a tutti i costi la sua nave. Anche se in realtà non penso che fosse per questo che stava lottando con una vera e propria forza della natura, non penso gli importasse molto del carino, seppur prezioso, che il suo brigantino portava. No, il capitano era un uomo cocciuto, che ora si era imposto di vincere, o perire, questa battaglia contro il mare. Cercai di dissuaderlo, ma, purtroppo, fallii miseramente quanto mi ero prefisso. Il temerario capitano non capiva che non stava lottando contro la natura ma contro qualcosa di totalmente innaturale. Fui l’ultimo ad abbandonare la nave, insieme al secondo ufficiale, di cui non ricordo il nome. L’ultima volta che vidi il capitano D’Andrea, stava ancora al timone ma qualcosa, sbucato dal gorgo, lo prese e lo portò dentro le acque del mare. Non so dire di preciso cosa fosse ma il secondo ufficiale impazzì totalmente vedendo questa mostruosità e cadde in mare per “seguire il suo capitano nella morte” reggendo ancora la bottiglia di grappa che si stava scolando prima che succedesse tutta questa tragedia. Così almeno disse quell’orbo prima di buttarsi nelle onde. Alcune notti sento ancora il suo riso isterico. La scialuppa vagò il giorno seguente, in balia delle onde e del mare ormai calmo dopo questa immensa sciagura. Avevo perso il remo durante il naufragio e potevo solo aspettare, la morte o qualcuno che mi salvasse. Avevo con me una bottiglia di rum, vuota, un otre d’acqua e carte e matita. Il sole cocente mi fece svenire e, quando ormai era quasi tramontato, mi ritrovai in questa strana grotta. Sembra immensa e difficilmente posso vederne la volta. L’entrata è frastagliata, le stalagmiti e le stallatiti si dispongono in maniera assai strana e sembrano quasi i denti di una bocca umana. Per fortuna c’è del terreno asciutto e ho intenzione di avventurarmi fuori per vedere….

Non ho potuto continuare a scrivere prima, un grande terremoto ha colpito la grotta la volta è crollata, lasciandolo pochissimo spazio tra i vari “denti”. Ho cercato di dormire ma mi sembra che ci siano strane cose nell’oscurità, strani tentacoli viscidi.

L’ora della mia morte è vicina, lo sento. Ho appena trovato il cadavere del secondo ufficiale, è risalito gorgogliando dal fondo allagato della grotta. E’ orribilmente menomato, gli manca interamente la faccia e ha delle lesioni circolari su tutto il corpo. Come se qualcosa avesse… strappato la sua carne. Inoltre le sue ossa sono completamente frantumate. Qualunque cosa abbia fatto questo a lui, presto, penso sarà qui. Sento la volta della grotta che si smuove. Non so di cosa aver più paura di morire schiacciato dalle pietre della volta o dalla mostruosità che ha affondato il “Dunwich”. Sento una risata isterica, sento una voce che mi chiama… affiderò questa mia storia alla bottiglia di rum vuota e al mare, spero che qualcuno la legga… e che capisca che… le parole sono potenti e che… ma non c’è più tempo.

L’immagine che vedere qui sotto è una foto-manipolazione fatta da Fed, fatta partendo da una mia ortopanoramica, che mi ha ispirato questo racconto. D’ispirazione è stato anche giocare a Diablo ieri sera e leggere qualche racconto di Poe. Poi il solito Lovecraft! 

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Il racconto di Natale di Mad Dog: Il Meraviglioso Mondo di Oz

Ecco qui il nuovo racconto di Natale di quest’anno, purtroppo mi scuso se molti miei amici e amiche non sono “entrati” nel racconto, ho dovuto scorciare alcune parti, togliere alcuni personaggi, perché era già troppo lungo questo nuovo racconto. Quindi vi lascio alla lettura augurandovi Buon Natale! Ah, non ve la prendete se siete i cattivi, a Natale non bisogna sempre essere buoni! XD

MUAHAHAHAHAHAH sono Mad Dog il demone ribelle. Se siete qui vuol dire che siete stati taggati da quello spammatore disonesto di Impo per leggere il nostro racconto di Natale di quest’anno! Probabilmente starete già chiamando il vostro avvocato per denunciarmi per la parte che avrete in questa nostra nuova avventura… ma non fatelo, la vostra vita è breve, perché sprecarla nelle aule dei tribunali italici? E dico che la vostra vita è breve perché quest’anno c’è la fine del mondo e non parlo di quei Maya, no, no, io parlo del virus zombie che ho rilasciato mesi fa. Ci sta mettendo un po’ di tempo ma, se ho fatto i calcoli giusti, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre sarete tutti zombi! Voi, io no. Salverò pochi eletti e mi rifugerò sulla Luna a procreare senza problemi. Comunque dicevamo, il racconto di Natale di quest’anno… dovete sapere che nella città italiana famosa per la magia e per la squadra più scudettata d’Italia c’era una ragazza che lavorava in una radio…

Mad Dog presenta:

Il meraviglioso mondo di Oz

C’era una volta, nella città di Torino, nota per un antico lenzuolo sudato e per la squadra di calcio più famigerata del Bel Paese, una radio nota come Radio Onda Medievale. In questa radio lavoravano oscuri esseri, che spesse volte si vedono morire nei film horror… sto parlando dei nerd. Per la precisione, i conduttori erano molto nerd, ed erano famosi per la loro nerdaggine. Questa particolare radio trattava, quindi, argomenti da nerd e di fantasia come il fantasy, i fumetti e la chiesa cattolica. C’era anche la rubrica di tortura medievale, che era la più gettonata, per questo nel nome della radio c’era la parola “medievale”. Ora dovete immaginarvi un giorno freddo come pochi altri, il 21 dicembre 2012. Da giorni i dotti meteorologi di il meteotelomettolì.it avvertivano che stava arrivando la più grande tempesta di aria fredda formatasi dalla combinazione di due precedenti perturbazioni che provenivano, la prima Fafnir, dal Polo Nord, e la seconda, Ymir dalla Siberia. Insieme formarono il terribile ciclone chiamato scientificamente come “Boiafaus ca frid” (visto che la vicenda è ambientata in parte a Torino, si parla torinese. Spero.). La fine del mondo era più vicina se anche i meteorologi di il meteotelomettolì.it non trovavano più nomi sensazionali da dare alle correnti atmosferiche. Faceva così tanto freddo a Torino quel giorno che persino gli orsi bianchi dello zoo avevano iniziato la migrazione verso la Sicilia. C’erano raffiche di vento che portavano via le carrozzine con i bambini urlanti e che aveva fatto finire il sindaco Fassino sulla cima del Monte Bianco e c’era così tanta neve che i pupazzi di neve erano diventati giganti del ghiaccio. Nel frattempo, in previsione dello spostarsi della perturbazione verso la Capitale, Alemanno aveva già riparato in Tunisia. Anche se tutto il sistema atmosferico congiurava contro di loro, gli intrepidi, e nerd, conduttori della Radio erano al lavoro nel bellissimo edificio che ospitava Radio Onda Medievale. L’edificio costruito subito dopo il secondo dopoguerra aveva la tipica forma di un capretto sgozzato e squartato. Sopra questa bellissima costruzione c’era la gigantesca antenna che trasmetteva su tutte le frequenze dell’etere tale e quale alla radio dei Simpsons. Nessuno a Radio Onda Medievale aveva pensato che, trasmettendo sul web, l’antenna fosse superflua. I nostri tre conduttori si chiamavano Laura, che era alta un metro e tre mentos, Claudia che non si separava dalla sua macchina fotografica manco quando andava al bagno e Fab, noto per avere un lavoro nel design e fumettista. Cioè forse. Non ho mai capito che cazzo di lavoro facesse Fab, non so cosa significhi designare… fare il designaer… designaers… desistocazzo! Insomma era una specie di artista, uno di quelli che non capisci mai cosa fa. I tre conduttori stavano per iniziare la trasmissione del loro programma di punta Medieval Torture on the Air quando tutto l’intero edificio tremò violentemente. Profonde e serpeggianti crepe si crearono nei muri, l’ululato del vento e il freddo glaciale penetrarono in ogni dove. Una sirena, acuta e profonda, faceva sentire il suo lamento sanguinolento.

“Fab e spegni quel cazzo di cellulare!” disse, con la sua solita soavità, Laura.

“Se lo spengo come faccio a sapere quanto piacciono le mie foto di Instagram?” rispose il povero Fab che non sapeva che presto sarebbe morto in modo orrendo.

Nel mentre Claudia scattava varie fotografie per immortalare questi momenti di drammatica vita vissuta alla Radio. Poi una voce disse:

“C’è una tromba d’aria bisogna andare al rifugio…” ma il povero uomo, di cui non conosciamo l’identità ma che sappiamo faceva parte dello staff della radio venne schiacciato dal crollo di un muro che lo seppellì.

I tre dj… no, aspetta non erano dj…, si ecco i tre conduttori si recarono veloci verso il rifugio anti-atomico costruito per paura che i comunisti prima o poi decidessero di bombardare quei ladri della Juventus. Le due ragazze entrarono leste dentro ma Fab all’ultimo momento si fermò e disse:

“Ho lasciato il disegno che mi aveva fatto Jim Lee nell’ufficio, torno subito lasciate la porta aperta!”

Scattante come una gazzella nella savana africana Fab raggiunse il suo ufficio e prese il disegno che aveva estorto con le minacce a Jim Lee all’ultima Lucca. Ancora doveva rimandargli il gatto che aveva rapito per farsi fare il disegno. Gli altri li teneva in cassaforte a casa per tirarli fuori e rivederli su ebay solo quando il grande disegnatore di comics americani fosse passato a miglior vita. Fab, correndo, tornò davanti al rifugio. Notò, con sollievo, che le ragazze l’avevano aspettato e che avevano lasciata aperta la porta. Proprio mentre stava per entrare l’intero palazzo venne spazzato via da un uragano gigantesco. Prima di essere strappato via dalla furia degli elementi, le due conduttrici della Radio sentirono Fab gridare:
“Ricordatemi perché ero celiaco!”

Poi la porta del rifugio si chiuse da sola di botto lasciando le due nostre protagoniste di questo racconto al buio. Per ora due, una farà una fine poco carina e diventerà poco importante ai fini della trama. Purtroppo le due ragazze non capivano bene cosa stava succedendo. Infatti, i muri tremavano come non mai, come se una forza immensa stesse spingendo il palazzo, o quel che ne rimaneva, da una parte e dell’altra. Sembrava di stare sulle montagne russe e l’effetto durò per alcune ore quando, con un tonfo sordo, il rifugio smise di muoversi. Dalla botta si ritrovarono a terra doloranti. Inoltre nel rifugio non c’era un buono odore, provateci voi a stare in una montagna russa perenne… anche i più forti di stomaco si sarebbero sentiti male! Le due ragazze uscirono, frastornate, dal rifugio anti-atomico per ritrovarsi in una landa che le lasciò, letteralmente, a bocca aperta. Davanti a loro videro colline ondulate ricche di campi verdeggianti e di boschi rigogliosi e case variopinte dalle strane fogge e colori. Alcune sembravano simili a quelle del villaggio dei Puffi, dalla forma a fungo, altre erano simili alle case dei villaggi giapponesi che si vedevano nei manga. Su tutta questa città incombeva un grande palazzo, uguale ai templi che si possono trovare nel Giappone. Una folla, di strani personaggi, si era radunata vicino a loro, a debita distanza. La cosa strana, per le nostre due eroine, era che tutti questi personaggi portavano i costumi dei personaggi dei manga, degli anime, dei videogiochi e così via dicendo. Dalla folla si fece avanti una donna, vestita interamente di nero, con un capello a punta lungo ed un bastone nodoso in mano.

“Avete distrutto la statua che mi ritraeva, brutte disgraziate! Ma ve la farò pagare, nessuno, infatti può scampare a me Liciadhora la temibile Strega dell’Est signora di tutti i draghi del Mondo di Oz!” urlò la strega che puntò il bastone verso Claudia che con un lampo colorato divenne un cagnolino. Bisogna dire che la povera Strega dell’Est era reduce da una brutta esperienza, infatti, si era recata alla Fiera dell’Est ed aveva comprato un topolino per fare un suo perfido incantesimo. Purtroppo l’aver comprato quel topolino aveva innescato tutta una serie di vicende che aveva coinvolto, tra gli altri, un gatto, del fuoco, un macellaio e l’Angelo della Morte. Insomma, era naturale che reagisse in questo modo… poi era cattiva. Laura guardò la sua amica che era stata trasformata in un chihuahua e l’orrore l’avvolse. La sua amica canide le aveva fatto la cacca sulle scarpe poi Laura si ricordò della strega e si mise ad urlare perché non voleva diventare un prendi-pulci ambulante.

“A te, invece” disse la strega malvagia “ti farò diventare qualcosa di viscido… tipo una” Splat. Liciadhora non poté finire la sua frase perché l’antenna della radio la spiaccicò e la ridusse in una poltiglia rossastra. Tutte queste emozioni fecero svenire Laura che cascò a terra e per poco non schiacciò la sua amica ora canide, Claudia. Quando si risvegliò la conduttrice di Radio Onda Medievale era attorniata da strani personaggi. Uno di loro, un ragazzo l’unico vestito in una maniera più o meno normale, la aiutò ad alzarsi in piedi.

“Ti ringraziamo per aver salvato il nostro paese, Cosplayland, dalla perfida Strega dell’Est e dai suoi draghi! Mi presento io sono il Borgo-Mastro del nostro villaggio che si chiama Lussuria del Cosplay. Queste due con me sono Noemi la nostra stilista ufficiale e Sbabby la migliore spadaccina di tutto l’est di Oz!”

Laura squadrò le due ragazze. La prima Noemi aveva dei capelli verdi, molto lunghi, ed un vestito nero molto elegante, mentre Sbabby aveva i capelli rosa, un vestito molto sexy e delle katane attaccate alle cosce. Ah si e poi erano due gnocche. Il primo pensiero di Laura non fu “Come posso far tornare normale la mia amica?” ma “Come posso tornare a Torino che a Natale c’è il nuovo episodio del Doctor Who?”, la nostra eroina lo chiese al Borgo-Mastro.

“Torino? Natale? Doctor Who? Non so di cosa tu stia parlando, ma vieni salvatrice della nostra patria, siediti a questo tavolo e mangia un po’ delle nostre leccornie. Aspettiamo che arrivi Giulia la Strega del Nord. Lei è buona e forse puoi aiutarti!” disse il Borgo-Mastro pulendosi i suoi occhiali da sole assai costosi. Le due cosplayers, così si chiamavano infatti gli abitanti di quella contrada, fecero sedere Laura davanti ad un tavolo imbandito con dei cibi tipicamente giapponesi. Lo stress del viaggio e dello scontro con la Strega dell’Est aveva fatto diventare la nostro protagonista assai affamata ed in poco tempo finì tutto ma si ricordò di dare qualcosa anche a Claudia. Quando Laura ebbe finito di mangiare si avvicinò una ragazza, dai capelli scuri e che vestiva uno strano vestito rosso che riconobbe essere “steampunk”. La strega sembrava minacciosa, aveva uno strano affare attaccato al braccio, fatto di vari tubi e da siringhe ben poco invitanti.

“Sono la Strega del Nord, Giulia ma qui mi chiamano anche come Doc Astaroth Menghele. Ho saputo dal Borgo-Mastro quello che hai fatto per la mia gente. Ti ringrazio, da sola non avrei mai potuto sconfiggere la Strega dell’Est e i suoi temibili draghi. Cosa posso fare te?”

“Vorrei tornare a casa e la mia amica è stata trasformata in un cane dalla Strega dell’Est… cosa devo fare?”

“L’unica cosa che puoi fare è andare dall’Imperatore di Oz, è un grande mago e sicuramente ti potrà aiutare. Purtroppo la mia magia non è abbastanza potente… sappiamo che altri come te sono venuti qui nel Mondo di Oz nelle ere passate ma non sappiamo come e se sono tornati al vostro mondo. Inoltre, dato che l’hai uccisa tu con la tua magia, ti spettano di diritto le orride scarpe rosse della Strega dell’Est. Inoltre…”

La Strega del Nord, prendendo di contropiede Laura, la baciò in bocca appassionatamente.

“Con questo bacio” continuò Astaroth ad una sorpresa conduttrice radiofonica “hai il mio marchio su di te, l’Imperatore di Oz saprà che la tua storia è vera!” detto questo la Strega del Nord scomparve in una nuvola di vapore e scintille.

“A me il bacio non lo da mai…” commentò acido il Borgo-Mastro che poi continuò dicendo a Laura che ancora non si era ripresa dallo shock “Per andare al Castello di Smeraldo dovrai seguire la strada lastricata d’oro. Non sarà difficile, ti daremo anche da mangiare. Purtroppo non posso darti una scorta, dobbiamo infatti scacciare i draghi e cercare di difenderci anche dal malvagio Stregone dell’Ovest… appena saprà che la sua alleata è morta ci darà addosso!” concluse mesto il Borgo-Mastro che era ancora contrariato per non aver ricevuto un bacio anche lui. La nostra protagonista pensò che doveva raggiungere in pochissimo tempo questo Imperatore di Oz per riuscire a tornare a Torino. Quindi salutò quella strana gente e con il suo cane si mise in cammino per la strada dorata. Passarono alcuni giorni di cammino in quella landa magica e strana, i cui campi non producevano grano o patate ma ramen già pronti e tranci di pizza calda. Ogni notte Laura veniva ospitata da chi aveva la casa a lato della strada, infatti le sue gesta ormai erano ben note e tutti i cosplayers volevano ripagare il debito che sentivano di avere con lei. Erano passati tre giorni da quando la nostra protagonista era atterrata in questo strano mondo, Laura stava camminando per il sentiero dorato quando sentì un lamento provenire da un campo lì vicino. Avvicinandosi si accorse che il lamento proveniva da uno spaventapasseri. Il fantoccio era infisso su un palo e si lamentava di continuo e in maniera assai lugubre. Le parole erano incoerenti ma era evidente che l’essere soffriva molto.

“Liberami da qui, ti prego, ho fame e non posso prendere da mangiare stando qui su!” disse lo Spaventapasseri la cui bocca, formata da una spaccatura rudimentale nel sacco di tela che era la sua testa, era irta di denti appuntiti ma di paglia. Laura scrutò quello strano fantoccio e notò che assomigliava molto agli zombie di Walking Dead. Il suo colorito era cinereo, gli occhi scarlatti e orlati di nero, la vista famelica. Non ci pensò due volte e liberò lo spaventapasseri, le faceva troppa pena e poi era leggerissimo e non fu un grande problema toglierlo dal palo.

“Grazie umana! Ti prometto che non ti mangerò il cervello! Io mi chiamo Marco e sono un spaventapasseri zombi!” esclamò il fantoccio tutto contento.

“Mi chiamo Laura… e quindi tu… mangi i cervelli?” chiese la ragazza che ora provava un po’ di paura.

“Si, purtroppo! Sono stato creato dalla malvagia Strega dell’Est per sorvegliare questo suo campo e mi ha reso uno zombie per rendermi più minaccioso. A me non piacciono nemmeno i cervelli, sono pieni di zucchero ed io sono diabetico! Se ci fosse un modo per liberarmi da questo fardello, lo farei volentieri!” disse lo spaventapasseri che intanto stava misurando mentalmente la grandezza cranica di Laura. Aveva subito scartato l’ipotesi di mangiare il suo cervello, troppo lavoro e poca resa.

“Vieni con me dall’Imperatore di Oz, mi hanno detto che è un potete mago. Io devo andare da lui perché voglio tornare nel mio mondo!” disse la ragazza che sperava di aver trovato qualcuno con cui condividere il viaggio.

“Verrò sicuramente con te, ho un debito con te e forse, poi, questo Oz potrà veramente salvarmi. Spero solo che la Strega dell’Est non venga a cercarmi!” e lo spaventapasseri sembrò davvero preoccupato da quell’ipotesi. Aveva una grande paura della strega. Laura gli spiegò come era arrivata ad Oz e come la strega fosse morta. Lo spaventapasseri quindi, ancora più convinto di prima, decise di seguire la ragazza e quello strano cane che abbaiava di continuo. Quella notte trovarono rifugio in un vecchio capanno nel bosco, lo spaventapasseri non dormì, non ne aveva bisogno, invece Laura dopo un breve pasto si addormentò accoccolandosi insieme al canide che una volta era la sua amica Claudia. Il mattino dopo, di buon ora, il gruppo si stava per rimettere in marcia quando Laura notò qualcosa di strano nella radura davanti a loro. Infatti c’era una sorta di statua, rossastra, che sembrava coperta di ruggine. La ragazza e lo spaventapasseri si avvicinarono e notarono che la statua, se poteva chiamarsi tale, era un essere robotico, seduto sulle ginocchia. Guardava in cielo con un espressione di odio negli occhi. Laura notò che l’essere era un cyborg, metà macchina e metà uomo, in qualche modo simile ai Borg di Star Trek.

“Aiu… ta… te… mi…” disse l’essere cibernetico spaventando assai i due che non si aspettavano che l’essere fosse vivo.

“Usb” disse poi il cyborg con la sua metallica e computerizzata. Laura allora si ricordò di aver visto una cosa fuori posto nel capanno. Cioè una chiavetta usb, che aveva preso e messo nello zaino che si portava dietro con il cibo. Prese quindi la penna e la infilo nel petto del cyborg dove c’era una presa apposita, all’altezza del cuore.

“Reboot in corso. Si prega di attendere.” subito dopo gli occhi dell’essere robotico divennero interamente blu come una certa e nota schermata del sistema operativo di una certa ditta americana.

“Non piantarmi in asso OS!” esclamò quindi il computer-umano per lo stupore di Laura e dello spaventapasseri. Passarono i minuti e sembrò che non fosse successo nulla. Poi all’improvviso il cyborg si alzò in piedi, sgranchendosi le giunture e scrostandosi la crosta rossiccia che lo ricopriva.

“Grazie per avermi salvato. Se non fosse stato per voi sarei rimasto per sempre in questa radura!” disse l’essere porgendo la mano a Laura e allo spaventapasseri e poi continuò “mi chiamo Luca e sono stato trasformato in un cyborg dal malvagio Stregone dell’Ovest, Francesco Falcone!”

Ora Laura guardò meglio questo strano essere che sembrava sbucare da un telefilm sci fi, era alto, magro, le sue parti robotiche spiccavano sul pallore della sua pelle grigia e screpolata, inoltre al posto della mano sinistra aveva una sorta di tronchese gigante.

“Come mai ti ha trasformato in un essere del genere?” chiese lo spaventapasseri ponendo una domanda che avevano in mente sia lui che Laura.

“Perché ero uno scrittore migliore di lui, quindi mi ha trasformato in un cyborg, senza emozioni, senza sentimenti. Sono riuscito a continuare la mia carriera e i miei libri vendevano ancora più dei suoi quindi mi ha mandato contro le sue terribili scimmie volanti urlatrici. Mi hanno uplodato un virus molto potente chiamato “gangnam style”. Solo il disco di ripristino mi poteva salvare ma il virus ha bloccato ogni mia funzione motoria. Prima di soccombere sono riuscito a ferire alcune delle scimmie, ormai sono passati dieci anni. Mi chiedo come vadano i miei libri adesso… il problema è che, per quanto scriva meglio del malvagio stregone, voglio tornare normale. Scrivere libri senza sentimenti è una tortura terribile!” esclamò sconsolato il cyborg.

“Ti possiamo aiutare noi!” disse Laura che continuò dicendo “Noi siamo diretti verso il Castello di Smeraldo dell’Imperatore di Oz. Abbiamo tutti delle richieste per lui, forse può aiutare anche te!”

“Verrò con voi. Per quanto non abbia più sentimenti, devo in qualche modo ricompensare il vostro aiuto.” Ora il gruppo contava quattro soggetti, tutti molto strani, che si avventuravano sul sentiero dorato. Per loro era facile, ma il sentiero dorato non è affatto semplice da seguire, infatti ne sa qualcosa un certo Paul Atreides! Ma torniamo ai nostri eroi, il gruppo adesso formato da Laura, Claudia in forma canide, Marco lo Spaventapasseri zombie, Luca il cyborg, era diretto verso il Castello di Smeraldo dimora dell’Imperatore di Oz. Erano passati alcuni giorni dall’arrivo dell’ultimo membro del gruppo, i campi stranamente coltivati di ramen e pizza avevano lasciato il posto ad un bosco fitto e irto di vegetazione. In certi punti la strada era stata invasa dai rampicanti e da altre piante e solo grazie agli attrezzi del braccio multiuso del cyborg riuscivano a passare e a continuare il cammino. Ormai il cibo per Doro… ehm Laura e il canide stava finendo, la loro era stata l’ultima colazione, poi si sarebbe dovute accontentare delle bacche e dei frutti che avrebbero trovato nella foresta. Laura stava fantasticando su alcune cose che voleva mangiare quando sarebbe tornata a Torino quando, improvvisamente, davanti a lei e al resto del gruppo apparve, spiccando un balzo dal bosco circostante, un leone gigantesco. Il ruggito della belva fece spaventare così tanto il gruppo che tutti si ritrovarono con il sedere per terra. Il leone si apprestò ad avventarsi su Laura ma all’improvviso si fermò e fu scosso da violenti tremori.

“Non posso farlo! Non posso farlo! Non posso mangiare la carne… non ci riesco proprio! Sono vegetariano… e il re della foresta non può essere vegetariano!” esclamò il leone affranto iniziando anche a piangere.

“Mi hai fatto prendere un colpo bestiaccia!” esclamò Laura rimettendosi in piedi.

“Perdonatemi nobile umana, è che se non caccio qualche preda, gli altri animali del bosco hanno detto che non sarò più loro re. E come farò ad allevare i miei figli?” chiese il leone affranto.

“Quanti figli hai?”

“Nessuno, nobile spaventapasseri… ma non si sa mai nella vita! Poi, il colmo della sfortune, sono pure celiaco e quindi la mia scelta di cibi è molto limitata!” piagnucolò ancora il leone. Ormai aveva formato una pozza di lacrime così grande che il cyborg portò in alto Claudia. Poteva ben finire affogata!

“Perché non vieni con noi dall’Imperatore di Oz al Castello di Smeraldo? Ci andiamo tutti per chiedergli qualche cosa di particolare… forse a te ti potrà far diventare carnivoro!” disse Laura che ora aveva preso a cuore questo povero animale. Le ricordava un po’ il suo defunto amico Fab.

“Oh, sarebbe un onore! Io mi chiamo il Leone Fabuloso, ma tutti mi chiamano Fab!” e allungò la zampa che Laura, e poi tutti gli altri, strinsero. Quindi si rimisero tutti in cammino sulla strada dorata, grazie al nuovo arrivato, Laura e il suo canide riuscirono a mangiare qualcosa di meglio delle bacche. Infatti il leone conosceva alcuni tuberi e altri frutti commestibili che era possibile trovare durante la strada. Erano passati tre giorni da quando avevano incontrato il re del bosco, quando il gruppo seguendo la strada dorata si trovò in una strana e tetra radura. Nel bel mezzo di questa radura, ricca di alberi nodosi e ritorti, si trovava un tavolo imbandito per il thè delle cinque del pomeriggio. Non mancava niente, dai biscottini, alla marmellata e al burro. Due loschi individui stavano gustando il thè. Uno era un uovo gigante da cui spuntavano delle braccia e delle gambe umane. Stava seduto sul tavolo e stava mangiando con gusto dei biscottini al cioccolato. L’altro era seduto su una sedia accanto a lui. Apparentemente era un umano normale ed era vestito riccamente, come un nobile. Stava parlando ma sembrava che il suo compagno non fosse molto contento di ascoltarlo. Quando si accorsero del gruppo i due si zittirono e quello vestito da aristocratico fece segno ai nuovi venuti di avvicinarsi.

“Venite avanti popolani, io sono il Duca Barbi e questi è il mio amico Tanabrus! Siamo lieti di avervi qui alla nostra tavola, per quanto non sia nostra ma del compianto Cappellaio Matto. Sedetevi pure e gustate questo thè leggermente allucinogeno che viene direttamente dal Paese delle Meraviglie!”

Il Duca stava continuando a parlare quando venne interrotto dallo spaventapasseri.

“Ma voi… non siete dei personaggi del racconto di Natale dell’anno scorso?” chiese dubbioso.

“Oh si, ma, beh in questo vostro racconto c’è carenza di grandi personaggi e quindi ci hanno mandato qui per dar manforte. Poi, purtroppo, i protagonisti dello scorso racconto sono diventati tutti famosi ed ora sono tutti impegnati in altre produzioni. La crisi, poi, ha tagliato il budget, per questo si riutilizza un set dell’anno scorso!”

Questo volta il Duca Barbi venne interrotto dal leone Fab.

“E tu… Duca… non eri morto? Ricordavo che la Regina di Cuori ti aveva tagliato la testa. Te l’hanno riattaccata con lo spago?” esclamò la belva feroce concludendo con una risata.

“Oh, già, dimenticavo. Sono morto!” urlò il Duca sconvolto. La sua testa si staccò dal corpo e cadde con un tonfo sul tavolo facendo sbilanciare Tanabrus che cascò in terra. Il guscio ormai spaccato, i suoi organi vitali sparsi per tutto il suolo, l’uovo-uomo sapeva di star per tirare le cuoia e sapeva che doveva dire una frase celebre per essere ricordato dai posteri. Quindi disse:

“Ricordatemi perché non mi sono mai piaciuti i libri di Licia Troisi!” e detto questo esalò il suo ultimo respiro, forse.

“Io mi mangiò il cervello dell’uovo… ho una fame da lupi!” disse lo spaventapasseri, che appena aveva visto quel cervello succulento, non aveva potuto far nulla che soccombere alla fame.

“… sono ancora vivo in realtà…..” e queste furono davvero le ultime parole di Tanabrus.

Dopo che lo spaventapasseri, per l’orrore dei suoi amici, ebbe finito di mangiare anche il cervello del Duca Barbi, il gruppo si rimise in cammino e quando il sole stava per calare arrivarono al Castello di Smeraldo. Laura pensava che il castello non fosse veramente di smeraldo, invece era proprio così. La magione scintillava di verde anche alla morente luce solare, se fosse stato pieno giorno probabilmente la sua lucentezza sarebbe stata anche troppo forte da sopportare. Il castello, notò la conduttrice radiofonica, assomigliava molto al famoso castello tedesco di Neuschwanstein in Baviera. Le bandiere garrivano al vento sulle tozze torri che svettavano in cielo. Ad uno dei cancelli vennero fermate da alcune guardie, interamente vestite di verde e quindi poi furono portati nell’ufficio del Guardiano dei Cancelli. L’uomo era un tipo in carne, con una folta barba scura, che stava bevendo un boccale di birra altrettanto scura. Anch’egli era vestito di verde e indossava un panciotto che non nascondeva la sua pancia prominente.

“Mi chiamo Eleas e sono il Guardiano dei Cancelli del Castello di Oz. Cosa ci fate qui?” chiese l’uomo da dietro una piccola scrivania in legno che a confronto con la sua stazza sembrava un banco di un bambino delle elementari.

“Siamo venuti a chiedere udienza al grande Imperatore di Oz, abbiamo tutti un desiderio da chiedergli.” disse Laura a nome di tutto il gruppo.

“L’Imperatore di Oz non riceve la gente normale senza…” stava dicendo Eleas, che però si fermò di colpo quando guardò le labbra della ragazza e quindi riprese “il simbolo della Strega del Nord, quindi siete voi che avete sconfitto la malvagia Strega dell’Est! Potete entrare nel castello senza problemi e farò in modo che domani mattina potrete vedere sua signoria. Siete ospiti nostri. Ma prima di tutto mettetevi questi occhiali protettivi. Qui infatti le pietre sono normale giada, ma all’interno è tutto fatto di smeraldo. Senza occhiali la lucentezza degli smeraldi uniti alla luce del sole vi accecherebbero! Poi se volete comprare qualcosa dell’Apple, di cui sono l’unico rivenditore autorizzato qui ad Oz, mi fareste un favore!”

Così per la prima volta da molti giorni Laura riuscì a dormire in un letto comodo, tra lenzuola pulite, aspettando l’indomani mattina di incontrare questo Imperatore che, forse, l’avrebbe aiutata a tornare a casa.

La mattina successiva, dopo una lauta colazione, Laura, per prima, poté incontrare l’Imperatore di Oz nella sala del trono del castello. La sala del trono era gigantesca, all’inizio c’era una sorta di pronao, come nei templi dell’antica Grecia, poi c’era una lunga stanza con una serie di doppie colonne doriche. Le colonne erano alte almeno venti metri. La luce del sole, che penetrava da delle grandi finestre poste in alto, era di vari colori a causa dei mosaici che ornavano i vetri delle finestre. In fondo alla lunga sala c’era un trono magnifico, sembrava un blocco di smeraldo intero che poi era stato plasmato da delle mani sapienti. Accanto al trono c’era un essere che, anche nella sua più fervida immaginazione, Laura non si sarebbe mai aspettata di trovare. Un diavolo scarlatto, provvisto di corna, artigli, e tutto quello che si può aspettare da un demone sexy e lussurioso come Mad Dog.

“Tu sei la piccola umana… io mi chiamo Mad Dog e sono la guardia del corpo dell’Imperatore di Oz. Adesso si mostrerà ai tuoi patetici occhi mortali! Ammira la potenza del grande Oz!” esclamò con voce assolutamente fantastica e sexy il demone. Che poi si toccò il pacco, giusto per darsi un tono. E dal nulla, al centro del trono, apparve un uomo vestito interamente di verde, con una sorta di completo militare vecchio stile. Uno stile un po’ ottocentesco. Il verde ovviamente era verde smeraldo. In faccia aveva una maschera di porcellana sempre dello stesso colore, completamente liscia. E senza alcuna fessura.

“Vedo che hai lo stemma della Strega del Nord sulle tue labbra. Un onore che viene concesso a poche persone e che Mad Dog si rammarica, ancora, di non aver ricevuto. Hai fatto molto per me uccidendo la malvagia Strega dell’Est, quindi parla e se potrò fare qualcosa per te, lo farò volentieri… ma sappi che ben altri problemi mi assillano, quindi forse non sarò in grado di adempiere alla tua richiesta…” disse l’Imperatore di Oz con una voce neutra e fluida.

“Voglio tornare a Torino e la mia amica Claudia è stata trasformata in un animale dalla malvagia Strega dell’Est… lei mi può aiutare?” chiese Laura vogliosa di tornare finalmente a casa dove poteva mangiare qualcosa di sano e nutriente che le mancava tanto. La Nutella.

“Mi piacerebbe farti tornare a Torino e mi piacerebbe anche a me tornare sulla Terra ma purtroppo non posso aprire portali verso altre dimensioni finché il malvagio Stregone dell’Ovest non viene sconfitto. Sto facendo di tutto per fermarlo e non posso usare la mia magia in altri incantesimi finché lui non sarà sconfitto. Quindi ecco l’accordo… uccidi per me lo Stregone dell’Ovest e portamene la prova ed io poi potrò aiutarti… ora fa venire, uno alla volta, gli altri tuoi amici, così sentirò quali sono le loro richieste.”

Laura uscì sconsolata dalla sala, pensava infatti che la sua avventura nel mondo di Oz fosse finita, invece sembrava che fosse appena cominciata. Quando disse ai suoi amici quanto era successo, gli altri cercarono di tirarla un po’ su di morale e gli dissero che avrebbero fatto di tutto per far in modo di cambiare idea all’Imperatore di Oz.

“Gli mangerò il cervello!” disse lo spaventapasseri.

“Gli toglierò il cuore!” disse, invece, il cyborg.

“Lo mangerò!” esclamò il leone accompagnando il tutto con un possente ruggito.

I tre amici di Laura, infatti, pensavano che, per quanto l’Imperatore di Oz dovesse essere un mago potente, nulla avrebbe potuto contro di loro che erano ben più forti di un normale umano. Quindi fu la volta dello spaventapasseri, che entrò baldanzoso nella grande sala. Già sapeva cosa l’aspettava ma rimase deluso e sotto shock da quello che vide. Il demone cornuto era sempre lì e lo introdusse all’Imperatore di Oz ma invece dell’uomo con la maschera di porcellana c’era sempre un uomo ma era molto più minaccioso. Non si vedeva bene cosa indossasse, c’era come una foschia ombrosa che lo precludeva alla vista. Si capiva che era alto e magro e che indossava qualcosa che aveva una sorta di cappuccio. L’unica fonte di luce ora nella grande sala del trono, perché il sole si era oscurato all’improvviso quando era comparso il potente mago, era una sigaretta che l’Imperatore di Oz, fumava con tranquillità. La sigaretta non finiva mai e non perdeva cenere. Lo spaventapasseri era spaventato come non mai, infatti l’unica cosa che temeva era il fuoco. Una scintilla sola e sarebbe bruciato e morto in pochi secondi. Guardò con terrore l’Imperatore di Oz. Capì che era una persona con cui era meglio non scherzare. L’Imperatore lo guardò e un sorriso sardonico gli attraverso le labbra. A quel punto, una voce gutturale e profonda, che apparteneva al demone cornuto disse:

“L’Imperatore di Oz non vuole parlare con te in questo momento. Non ne ha bisogno, sa già cosa ti serve. Un cervello vero per sostituire la tua fame di cervelli umani. Lo può fare ma dovrai accompagnare Laura nella sua missione di uccidere lo Stregone dell’Ovest. Ora vai e vai a dire al cyborg che lui è il prossimo a dover entrare!”

Lo spaventapasseri era così impaurito che non se lo fece ripetere due volte e tornò volentieri dai suoi amici riferendogli quello che era successo.

“Non mi fa paura” disse il cyborg che continuò “è sempre umano, in qualunque forma lui appaia. Vedrete che riuscirò a farmi dare quel che voglio e che volete anche voi!”

Così anche il cyborg entrò nella sala del trono, ma anche lui non trovò quello che si stava aspettando. C’era si il demone, che faceva sempre la sua porca figura, ma al posto di uomo, in qualunque sua forma, sul trono apparve una ragazza con delle ali nere lucenti. La sua bellezza era indescrivibile, sembrava un angelo ma non un angelo del Paradiso, ma un angelo dell’Inferno, tanto bello quanto letale. I suoi capelli corvini scendeva flessuosi fino alle spalle nude. Gli occhi neri scrutavano il cyborg senza cattiveria ma con compassione. Il corpetto nero e i pantaloni di pelle nascondevano a stento un corpo di estrema bellezza.

“Adesso sono diventato Morte, il distruttore di mondi.” disse la ragazza con una voce angelica ma che scottava le orecchie e faceva male al cervello.

“Ti presento Liz, l’Angelo della Morte, caro il mio cyborg senza cuore… di pure a lei quali sono le tue richieste!” disse il demone cornuto che si divertiva veramente a tormentare questi poveri questuanti.

“Sono stato privato dei sentimenti… è come se non avessi più un cuore, lo rivoglio indietro e solo l’Imperatore di Oz mi può aiutare!” esclamò il cyborg che era impaurito dall’Angelo della Morte. Infatti il povero essere cibernetico aveva paura che, essendo ormai privo di sentimenti, fosse anche privo dell’anima e che quindi quando fosse morto, sarebbe morto per sempre e non ci sarebbe stata una vita dopo la morte.

“Accompagna Laura nella missione che le è stata data e avrai ciò che vuoi.” disse l’Angelo della Morte senza tanti complimenti. Il cyborg andò via dalla stanza a passi lenti, senza avere il coraggio di guardarsi indietro. Ormai le abilità di trasformazione dell’Imperatore di Oz stupivano sempre di più il gruppo di amici ma non il leone che sprezzante disse:
“Sia uomo o donna io gli salterò addosso e lo obbligherò ad esaudire i nostri desideri!” e detto questo entrò nella stanza con un ruggito. Anche lui, se avete capito anche voi l’antifona, non trovò quello che si aspettava. Si c’era sempre il bel demone da una parte che non si curò affatto del ruggito, ormai era annoiato e voleva andare a mangiare qualcosa. Un cane ad esempio. Il leone era pronto a balzare sul trono appena si fosse palesata una forma umana ma improvvisamente comparve una palla di magma ribollente. Il re della foresta non sapeva come comportarsi come avrebbe fatto ad affrontare un nemico del genere?

“Leone so qual è la tua richiesta e la mia proposta è sempre la stessa, aiuta Laura ad uccidere lo Stregone dell’Ovest ed io esaudirò il tuo desiderio. Ora va via e portate la vostra risposta domani mattina a Mad Dog!” e detto questo la bolla di magma ribollendo scomparve. Per tutto il resto del giorno il gruppo di amici parlò su cosa fare, alla fine l’unica opzione che gli rimase era di accettare l’offerta dell’Imperatore di Oz e di partire per fare la missione che gli aveva assegnato. Decisero di partire subito l’indomani mattina appena dopo aver parlato con il demone. Mad Dog li ricevette direttamente nella grande sala stravaccato sul trono.

“Abbiamo deciso… andremo ad uccidere lo Stregone dell’Ovest.” disse Laura un po’ sconsolata, infatti dal giorno prima non trovava più Claudia. Chissà dove si era cacciata! Proprio in quel momento, mentre il demone si rialzava, sentì il guaito che ormai conosceva benissimo. Quello di Claudia in forma canide. E sembrava provenire dalla pancia di Mad Dog.

“Hai mangiato la mia amica?” chiese, bellicosa, Laura.

“Mangiato, che parolona. Attualmente l’ho dislocata nel mio stomaco. Si troverà bene. Due giorni fa ho mangiato un altro cane, forse è ancora vivo. Faranno amicizia!” esclamò il demone cornuto che però poi dovette stravaccarsi di nuovo sul trono.

“Sapete dopo aver… dislocato il tuo cane nel mio stomaco… ho un certo mal di pancia…”

Poi la situazione divenne sanguinolenta, con un rumore di ossa rotte e di carne lacerata, come un novello Alien, il cane in cui Claudia era stata trasformata, emerse dalla pancia del demone cornuto urlante.

“Oh no, non di nuovo!” esclamò Mad Dog. Infatti non era la prima volta che del cibo mangiato dal famoso demone cornuto si rifiutasse di venir mangiato e si scavava la sua via verso la salvezza. Dopo che ebbero superato questo piccolo incidente, questa compagnia di malati di mente, partì alla volta della landa di Mondador, verso il castello di Monta-Dûr, la dimora dello Stregone dell’Ovest. Per i primi giorni di viaggio si trovarono ancora nella contrada del Castello di Smeraldo. I frutti degli alberi erano tutti verdi, mele, pere, peperoni, carote. Tutto assolutamente verde e commestibile. Poi pian piano la vegetazione verdeggiante lasciò il posto ad un terreno brullo e incolto, ricco di alberi scheletrici e di cespugli spinosi. Più si avvicinavano a Monta-Dûr e più gli animali scarseggiarono, non incontravano più nessun abitante. Poi un giorno, quando la foschia della prima mattina si diradò, poterono vedere il sinistro castello dello Stregone dell’Ovest. La magione era scolpita nel granito nero, immensa, alta e con un’unica torre che finiva con una copula con reminiscenze gotiche. Sulla sommità della copula c’era una scultura, un’arpa immensa. Dalla sommità della Copula delle Muse, lo Stregone Francesco Falcone vide l’arrivo del gruppo. Sapeva bene chi fossero, aveva le sue spie nel Castello di Smeraldo. La sua risata sinistra e prodigiosa fece tremare i servitori vicino a lui. L’estasiato mago, infatti, pensava che poteva facilmente sconfiggere questo gruppi di bizzarri avventurieri. Ordinò alla sua muta di lupi mannari di attaccare il gruppo che era entrato nella sua terra. Il capo dei licantropi era un mago avversario dello Stregone dell’Ovest, che era stato battuto e trasformato con potenti incantesimi in un fedele servitore del Signore di Monta-Dûr. Quello che una volta era il Signore delle Arti Mistiche del Mondo di Oz, il Dimitri Supremo, guidò il branco di feroci lupi mannari sui nostri poveri protagonisti. Lo Stregone dell’Ovest guardò compiaciuto pensando che ormai aveva vinto ma si dovette ricredere. Il cyborg riuscì a sconfiggere tutti i licantropi con un sol colpo, una spruzzata di argento colloidale e tornarono tutti umani e ignudi. Quindi lo Stregone decise di mandare contro il gruppo di Laura i suoi possenti corvi giganti. Il capo di questi uccelli era anche lui un vecchio avversario del Stregone, Il Saggio Prete della Fede Tarenziana. Anche lui era stato trasformato in un essere mostruoso al servizio dello Stregone dell’Ovest. Anche questa volta, però, i servi del Falcone vennero battuti. Questa volta ci pensò il leone che con un possente ruggito fece cadere tutte le piume dei corvi giganti. Lo Stregone dell’Ovest, spazientito, decise allora di usare le sue api umane. L’Ape Regina era una famosa maga, Ninna la Blogstar, che era stata, anch’essa, sconfitta dal terribile incantesimo che aveva sconfitto tutti gli altri e poi era stata trasformata in un’ape-umana. Ma anche questa terza volta, i propositi dello Stregone dell’Ovest andarono in malora. Fu lo spaventapasseri, questa volta, che vinse la contesa con un fischio molto potente, fece disorientare le api e le fece svenire. Francesco Falcon era davvero arrabbiato, decise di usare l’unica arma che gli rimaneva le Scimmie Urlatrici Volanti™ del Progetto Cryzalide. Il Progetto era capitanato dal perverso Dottor Valbe-Rizi, il quale si presentò mezzo ubriaco al suo Signore, come sempre d’altronde. Lo scienziato aveva una brocca di grappa sottobraccio.

“Dobbiamo dispiegare le sue creature dottore, lo faccia immediatamente!” berciò lo stregone che, innervosito, prese la brocca di grappa e se la scolò in un sol sorso.

“Si, hic, Stregone. Vado subito, hic!” disse barcollando il Dottore avviandosi verso il suo laboratorio che ricordava tanto quello di un certo Dottor Frankenstein. Valbe-Rizi liberò le terribili Scimmie Urlatrici Volanti™ dalle loro gabbie e le mandò all’attacco del gruppo guidato da Laura. Questi esseri era un vile incrocio tra umani e scimmie, pelosi, con braccia possenti e ali di pipistrello. Anche questi prodigi orridi della scienza erano stregoni avversari dello Stregone dell’Ovest, erano quattro e i loro nomi erano: Leonardo, Paolo, Francesco e Dorotea. Ora erano costretti ad adempiere al volere dello Stregone dell’Ovest ed erano stati tutti sconfitti dallo stesso incantesimo che aveva sconfitto tutti gli altri stregoni che erano caduti sotto le grinfie dello Stregone dell’Ovest. Questa volta gli amici di Laura non poterono nulla contro le Scimmie Urlatrici Volanti™. Il cyborg venne infettato di nuovo da un virus potente, lo spaventapasseri smembrato, il leone malmenato così tanto che sembrò morto. Le Scimmie Urlatrici Volanti™ stavano per arrivare a Laura per buttarla giù in un burrone quando gli venne l’ordine mentale da parte dello Stregone dell’Ovest di portarla al Castello di Monta-Dûr. La ragazza e Claudia in forma canide vennero prese senza tanti complimenti dalle possenti zampe delle scimmie e portate sulla balconata della Copula delle Muse dove, in attesa, si trovava lo Stregone dell’Ovest. Laura, per la prima volta, poté vedere per bene il suo avversario, che ormai sembrava aver vinto. Lo Stregone dell’Ovest era un uomo come molti altri, statura nella media, corporatura nella media ma quello che indossava era strano. L’uomo aveva una vesta con mantello e cappuccio tutti neri come la pece, solo i bordi dell’abito erano di un altro colore, un rosso scarlatto. Per quel che si poteva vedere dei polsi indossava delle borchie e aveva alcuni strani anelli nelle dita delle mani.

“Allora ecco qui l’umana che ha osato uccidere la mia fida alleata la Strega dell’Est. Ora farai la fine peggiore che possa capitare ad un mio avversario! Proverai sulla tua pelle l’incantesimo che ha sempre reso inermi tutti i miei avversari! Dottor Valbe-Rizi prepari le Scimmie Urlatrici Volanti™!” Detto questo il buon, si fa per dire, scienziato e le scimmie si misero ai lati dello Stregone e poi… beh… lo Stregone dell’Ovest iniziò a cantare e a ballare quando una musica partì dagli altoparlanti dell’oscuro castello. Una canzone di Madonna “Like a Prayer”. E i suoi sgherri ballavano a ritmo della musica accompagnando il loro malvagio signore. Ecco per chi non conosce il testo della canzone che aveva sottomesso intere orde di maghi del Mondo di Oz!

Life is a mystery, everyone must stand alone
I hear you call my name
And it feels like home

Chorus:

When you call my name it’s like a little prayer
I’m down on my knees, I wanna take you there
In the midnight hour I can feel your power
Just like a prayer you know I’ll take you there

I hear your voice, it’s like an angel sighing
I have no choice, I hear your voice
Feels like flying
I close my eyes, oh God I think I’m falling
Out of the sky, I close my eyes
Heaven help me

(chorus)

Like a child you whisper softly to me
You’re in control just like a child
Now I’m dancing
It’s like a dream, no end and no beginning
You’re here with me, it’s like a dream
Let the choir sing

(chorus)

Just like a prayer, your voice can take me there
Just like a muse to me, you are a mystery
Just like a dream, you are not what you seem
Just like a prayer, no choice your voice can take me there

Just like a prayer, I’ll take you there
It’s like a dream to me

Laura poteva ben capire perché questo incantesimo potente aveva reso inermi tutti gli stregoni che si erano confrontati con lo Stregone dell’Ovest. Infatti lo Stregone dell’Ovest era terribilmente stonato e faceva male alle orecchie sentirlo. Inoltre era così egocentrico che la canzone la cantava pensando a se stesso come referente! Poi vederlo ballare con i suoi sgherri faceva sanguinare gli occhi. La ragazza si stava sentendo male, sentiva che era la fine del suo viaggio, che sarebbe morta lì. E non aveva tutti i torti. Pure io ho paura di restarci secco. Ma sapete che vi dico? Chissene fotte delle ricompense che mi ha promesso lo Stregone dell’Ovest. Non c’è la faccio a resistere, è terribile, credo che il mio cervello sia arrivato nella dita dei piedi. O peggio. Arghhhhhh

All’improvviso Laura si trovò nella mani un secchio con dell’acqua e sentì una voce sensuale e profonda dirle:
“Cazzo, lanciagli l’acqua, lo fermerai. Ti prego il cervello mi sta uscendo dalle orecchie!”

“Mad Dog?” chiese la ragazza.

“No, tu torna dentro cazzo! Fallo subito!” urlò ancora il demone che sapete non è bello quando il cervello cerca di scappare dal tuo corpo. Laura quindi lanciò l’acqua addosso al mago che si mise subito ad urlare dal dolore. Ecco vedete non era acqua ma acido solforico… e un po’ di acido muriatico. E anche un po’ di… si bava di Alien. Ahò dovevo esse sicuro che schiattasse. Mad Dog apparve accanto alla ragazza e le diede una pacca sulla spalla così forte che la fece cadere per terra e si congratulò con lei per la buona riuscita della missione.

“Traditore! Eravamo alleati!” berciò Francesco Falcon che si stava liquefacendo in una pozza maleodorante.

“Poveraccio il dolore lo fa straparlare!” disse Mad Dog che intanto stava camminando lentamente all’indietro senza farsi notare.

“Don’t cry for me Oz! Blub blub…” furono le ultime parole del malvagio mago.

Le Scimmie Urlatrici Volanti™ festeggiarono la loro liberazione dal giogo dello Stregone dell’Ovest.

“Vi potrò anche far tornare normali umani… però prima fatemi fumare questa sigaretta. Francesco Falcon me lo impediva perché credeva che con tutta la grappa che mi bevo bastava una scintilla per farmi esplodere. Che sciocchezze, io sono uno scienziato e queste cose non succedono!” disse Valbe-Rizi accendendo una sigaretta. Dicono che quel giorno la palla di fuoco che si sprigionò dal corpo esploso del dottore si vide persino dal Castello di Smeraldo. Le Scimmie Urlatrici Volanti™ decisero di aiutare Laura e i suoi amici. Rimisero in sesto il cyborg e lo spaventapasseri e aiutarono il leone a guarire. In pochi giorni erano di nuovo pronti a tornare al Castello di Smerlando dall’Imperatore di Oz, il quale li ricevette immediatamente e si congratulò con loro per la buona riuscita della missione. Disse che avrebbe subito aiutato gli amici di Laura e poi avrebbe fatto in modo che lui e Laura potessero tornare nel loro mondo. Allo spaventapasseri diede un cervello vero e lo curò dalla sua condizione di zombie. Al cyborg diede un cuore vero e la possibilità di tornare da avere sentimenti. Il leone venne curato con la magia e la tecnologia e riuscì di nuovo a mangiare la carne. Fece tornare umani anche tutti quelli che lo Stregone dell’Ovest aveva trasformato in esseri mostruosi. Inoltre fece in modo che lo spaventapasseri regnasse sul Castello di Smerlando dopo di lui. Il leone sarebbe tornato nella sua foresta come re di fatto. Invece al cyborg era stato il compito di far tornare una bella landa Mondador. Ormai era tutto pronto per la partenza e Laura salutò i suoi cari amici di avventure. L’Imperatore l’aveva ammonita, i portali sono instabili ed una volta aperti bisogna andare subito dentro, senza esitare. L’incantesimo era pronto, il portale apparve dal nulla, un gorgo vorticante di nuvole verdi smeraldo. Proprio in quel momento Laura si ricordò della sua amica Claudia, era ancora in forma di cane e non sapeva dove fosse. Si mise a cercarla e quando arrivò al portale ormai questi stava collassando. L’Imperatore si buttò in tempo dentro ma Laura non fece in tempo. Sentì la voce dell’Imperatore di Oz, distorta, che le diceva:

“Vai dal Barone Adriano, lo Stregone del Sud, lui saprà come farti tornare a casa. Addio Laura!”
Sul terreno dove si era aperto il portale la ragazza trovò la maschera di porcellana verde che aveva indossato l’Imperatore di Oz in tutta la sua esistenza nel Mondo di Oz. Ancora una volta Laura chiese aiuto ai suoi amici e con l’assistenza degli stregoni che erano stati liberati dagli incantesimi dello Stregone dell’Ovest, il gruppo si trovò direttamente davanti alla Magione della Zentropia. Questo castello sfidava ogni logica, sembrava preso direttamente da uno di quei rompicapi senza fine. Torri che invece di svettare in cielo, rigirate, sbucavano dal nulla e toccavano terra con il tetto. Scale che portavano ad un salto di decine di metri, altre che partendo da una finestra di una torre, facevano una giravolta e tornavano nel loro stesso percorso formando uno strano otto. Sembrava uno di quei quadri in cui ci sono scale e porte in posizioni impossibili. Al cancello che si trovava sospeso in aria e ci si arrivava attraverso una scala in pessime condizioni, vennero fatti accedere all’interno del castello. Dopo aver girovagato per sale che si trovavano con il soffitto per pavimento e il pavimento per soffitto, arrivarono nell’harem del Barone Adriano. Qui attorniato da una folla di belle ragazze svestite c’era lo Stregone del Sud. Il Barone Adriano, dal ventre prominente e dalla barba incolta e lunga, accolse con calore i nuovi arrivati. Disse che stava festeggiando la fine della dittatura dello Stregone dell’Ovest. Ormai erano giorni che festeggiava. E non aveva intenzione di smettere. Il Barone Adriano indossava solamente un accappatoio dorato riccamente decorato. Poi aveva un tirapugni d’oro in ogni mano con le scritte “Barone” e “Adriano”. Inoltre aveva delle catene d’oro che avrebbero fatto piegare persino il collo di Mr. T. Dopo aver sentito le richieste di Laura ed essersi aggiustato con un movimento assai intellettuale gli occhiali, il Barone Adriano parlò:

“Quelle orride scarpe rosse che indossi erano della Strega dell’Est. Basta che le sbatti tra loro per tre volte, desideri di trovarti a casa e sarai in questa città che chiami Torino. Per la tua amica, tornerà normale, una volta che sarete nel vostro mondo. Ti ringrazio per quel che hai fatto per noi ma ora devo continuare l’orgia che hai interrotto!”

Appena la ragazza fu fuori dalla Magione della Zentropia, prese in braccio la sua amica Claudia, salutò con calore gli amici che l’avevano accompagnata in questa avventura e poi fece quello che gli aveva detto di fare il Barone Adriano. Un tornado, come quello che l’aveva portata nel mondo di Oz, l’avvolse e la sollevò in aria. Rapidamente andò in alto fino a che non vide tutto il Mondo di Oz. La terra dei cosplayers, il Castello di Smeraldo, Mondador, la Magione della Zentropia poi tutto scomparve in un caleidoscopio di colori. Quando riaprì gli occhi la sorpresa fu grande, prima di tutto Claudia era tornata umana e poi si trovava a casa. O quasi. Aveva desiderato di essere a Londra. E così era. Si trovava nella capitale del Regno Unito. Proprio in una via accanto alla famosa Trafalgar Square. Le due ragazze si abbracciarono contente di essere tornate nel loro mondo, quando una carrozza le investì e le uccise sul colpo. Nella carrozza, fantasma, viaggiavano gli spiriti della Regina Thirrin e dell’Ambasciatrice del Gran Ducato di Toscana, Viola Vitalis. Erano in ritardo per il ballo in onore dell’Ambasciatore di Dakar e della sua meravigliosa moglie. Nessuno degli occupanti si accorse di quanto avvenuto. La carrozza continuò il suo viaggio silenzioso e senza fine verso la residenza dell’Ambasciatore di Dakar.

The End

Personaggi ed interpreti

Laura: Laura

Claudia: Claudia

Fab: se stesso e il Leone Fabuloso

Marco Varuzza: Lo spaventapasseri

Luca Azzolini: Il cyborg

Licia Troisi: La Strega dell’Est

Francesco Falconi: Lo Stregone dell’Ovest

Francesco Roghi: L’Imperatore di Oz

Adriano Barone: Lo Stregone del Sud

Francesco Dimitri: Il capo dei licantropi

Luca Tarenzi: Il signore dei corvi

Rossella Rasulo: L’ape regina

Valberici: Il Dottor Valbe-Rizi

Paolo Barbieri, Leonardo Patrignani, Dorotea de Spirito, Francesco Guigui: Le Scimmie Urlatrici Volanti™

Mad Dog: La guardia del corpo dell’Imperatore di Oz

Borgo: il Borgo-Mastro

Noycosplay: Noemi la cosplayer

Sbabby: Sbabby la cosplayer

Giulia Astaroth: La Strega del Nord

Gianrico Gambino: Eleas il Guardiano dei Cancelli del Castello di Smeraldo

Special Guest Star

GL D’Andrea nella parte del Fantasma del Natale Passato

Liz Nemesi Biella nella parte dell’Angelo della Morte

Francesco Barbi nella parte del Duca

Tanabrus nella parte di Humpty Dumpty “Tanabrus”

Thirrin nella parte della Regina Thirrin

Viola Vitali nella parte dell’Ambasciatrice del Gran Ducato di Toscana Viola Vitalis

Lost in the Muses

Ci hanno abbandonati. Non so di preciso quando sia successo, ormai contare il tempo è diventato molto difficile, ma è successo. Loro ci hanno lasciati soli al buio delle nostre misere esistenze mortali. Loro le Muse. Schifate da cosa eravamo diventati, da come distruggevamo il pianeta, da quanto male potevamo fare al prossimo. Sono andate via. L’hanno annunciato in mondo visione. Tutti l’hanno saputo. Non ci perdonavano soprattutto di averle dimenticate. E ci hanno maledetti. All’inizio non abbiamo fatto caso alla loro maledizione. Ce ne siamo fregati. Poi fu il caos. La fine di ogni civiltà. La loro maledizione sembrava poca cosa. “Finché esisterà la razza umana nessuno di voi potrà più apprezzare l’Arte, qualunque forma di Arte esista, qualunque divertimento possa rallegrare la vostra patetica vita mortale.” E così fu. I cinema erano vuoti, così come gli stadi di calcio o i teatri. I libri e i fumetti giacevano invenduti nelle edicole e nelle librerie. Non si produceva più intrattenimento. Si innescò una gigantesca crisi mondiale e i governi risposero inasprendo il rigore. Inoltre, dato che il tempo libero ormai era inutile, si iniziò a lavorare anche quando di solito ci si riposava. Ormai nulla poteva rallegrare e dare giovamento all’umanità. Poi venne il caos. La gente stufa di lavorare di continuo e di non poter svagarsi iniziò ad ammazzarsi, a lottare per il territorio. Prima caddero gli stati più poveri, poi tutti gli altri. La furia e la pazzia dilagarono per il pianeta….

Ho perso tutto a causa delle Muse. E per questo ho deciso che mi vendicherò di loro quando potrò…

Non è difficile trovare certe cose… anche in questo mondo qualcosa è rimasto. Si rimasto. Di cattivo. E di letale. Nuova. Si. Sono pronto.

Ahahahahahahahah sono tornate. E proprio qui. Si qui. Da me. Che fortuna. Si che fortuna. Ed ho con me l’arma. Oh si è pronta. E’ tanto bella lei.

La gallina canta. Oh si se canterà. Si. Carta la gallina. Si la carta della gallina. Oh si. Con la carta la gallina viene meglio. Sopra. Oh si.

Oh si.

Sono pronto. Oh si. Si. So dove lo fanno il ritrovo delle Muse. Maledette. O benedette? No, no. Male. Oh si, oh si.

Presentano loro. Oh si. Sono tornate. Hanno un falco con loro. Ma la gallina è di carta. Oh si. E la gallina uccide il falco con la carta. Oh si.

Ho tutto con me. Vendicherò tutto quello che perso. La gallina di carta del lesso aperto del camino del vicino di re di gesso che porta il ratto della luce ai lupi dell’aurora del gioco del coniglio. Oh si. Si. Vado.

Le vedo. Eccole davanti a me. Insieme a quello scrittore falco. Oh si. Oh si. Con le patate di sabbia lui lo faccio. Oh si. Oh si. E gli lanciano le pietre.  A chi se non Ermete? Oh si. Oh si.

 

Mad Dog era in ritardo. Dannatamente in ritardo. Si era intrattenuto troppo al suo pranzo di lavoro. Alla fine i suoi ospiti avevano parlato poco. Li aveva subito uccisi per poterli mangiare per bene. Tanto erano criminali. Robin Hood sarebbe stato fiero di lui, anche se pensava forse lui non aveva mangiato lo Sceriffo di Nottingham. Comunque ormai mancava poco era quasi giunto al luogo dove ci sarebbe stata la presentazione di Muses il nuovo libro del Falco. Il suo scrittore preferito. I suoi personaggi erano i più saporiti che avesse mai mangiato, altro che quelli di Licia Troisi! Voleva andare a questa presentazione perché voleva vedere se c’erano veramente le Muse. Non aveva mai provato una Musa… sia come amante che come cibo. E a lui piacevano le novità di tutti i tipi! Era quasi giunto quando il suo senso di ragno  di demone cornuto gli fece capire che c’era un qualche pericolo intorno a lui. Mad Dog era camuffato come suo solito in modo da non farsi riconoscere. Era alto più di due metri, aveva i muscoli di un wrestler dopato, la sua struttura ossea era quella di un afro-americano ma aveva la pelle da albino, completamente bianca. Inoltre indossava quello che pensava essere una bellissima giacca leopardata bianca e nera (anche il leopardo era albino probabilmente). I suoi capelli da rasta mal nascondevano degli occhiali da sole così brutti che nemmeno il più truzzo di Roma avrebbe osato indossarli. Completavano il suo abbigliamento qualche chilo di catene d’oro al collo, dei pantaloni mimetici e delle infradito. Il demone si guardò intorno. A parte un prete che stava scappando a gambe levate dopo averlo visto (non era l’unico ad aver avuto quella reazione quando l’avevano visto per strada quel giorno) c’era solo un’altra persona vicino a lui. Un uomo che puzzava come mille pantegane del Tevere. Il suo vestito, per quanto sporco e lacero, un tempo doveva essere di un certo pregio. Ora cadeva a pezzi e il demone poteva vedere i tarli che lo infestavano. Anche il corpo dell’uomo non era meglio. Sembrava in putrefazione. L’essere lo guardò con due occhi come braci. Qualunque cosa fosse non era più umano ed emanava pazzia ad ondate. Mad Dog capì era un lich. Un lich strano però infatti, aveva una vecchia rivoltella in mano. Arrugginita e inutilizzabile. L’essere si trascinava a stento e salmodiava alcune parole di continuo “Ohhh sciii… ohhh sciiii… Musssceeee… Falcoooooo”. Il demone cornuto era contento anche un altro essere soprannaturale voleva andare alla presentazione del Falco. Ehi non l’era l’unico! Almeno non si sarebbe annoiato a morte come succedeva di solito a questi eventi. Poteva parlare con qualcuno che poteva capire la sua grandezza. Si avvicinò al non morto che nemmeno lo guardò e sembrava non percepire la sua presenza. Il demone allora diede una sonora pacca sulla schiena all’essere chiamandolo:”Compagno mio!” La schiena gli rimase appiccicata in mano. Il resto si infranse nel terreno. Mad Dog proferì qualche genere di parolacce che nessun mortale dovrebbe sentire nella sua vita poi raccolse i pezzi del suo nuovo amico, che ancora ciarlava, e li buttò nel più vicino cassonetto. Subito dopo passo il camion dei rifiuti. Delle ossa si stritolarono.

“Beh… non era poi così simpatico come amico…” disse il demone affrettandosi verso la presentazione.

Crossover

Ecco la terza parte del vecchio blogracconto a puntate scritto da me, ValbericiMechanikwing, questa è proprio la parte scritta da Mecha che sono riuscito a rintracciare dopo che ci eravamo persi di vista da un paio d’anni. La prima e la seconda parte potete trovarle qui.

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Ancora mappe. Che strazio.

Il giovane Steppembaum stava seduto in una piccola tenda di colore chiaro: attorno a lui, ogni superficie orizzontale e verticale era ricoperta da carte, per lo più planimetrie e rapporti dai gruppi di ricerca. Dall’entrata, una lama di luce del sole di Turchia gli colpiva un ginocchio da due ore; il calore, simile a quello dell’acciaio bollente, appena mitigato dal costante alito di vento salmastro che proveniva da oltre il promontorio. Stava finendo di leggere gli aggiornamenti, e ancora non riusciva a credere quanto “quel vandalo di Schliemann”, guidato solo dal suo primordiale e scriteriato istinto romantico, fosse andato vicino alla verità: i nuovi rapporti confermavano la notizia bomba lanciata nel 1999, che Ilio c’era davvero; e non era quel piccolo insediamento che si credeva all’inizio, ma una città enorme. Le ultime stime dei gruppi di ricerca indicavano un’area di rovine di decine di ettari, cioè una vera mostruosità anche per la concezione antica di “megalopoli”, e paradossalmente improbabili assedi decennali venivano ormai trattati quasi come un affare di ordinaria amministrazione per un centro abitato con quei numeri; questo e altri progressi rendevano il lavoro degli appassionati pieno di entusiasmo, anche se lui, una copia dell’Iliade del Monti sempre in tasca, purtroppo non si trovava lì per assecondare un suo sogno che pure aveva fin da bambino.

Sedeva immobile e rigido, tormentando il foglio che aveva sotto gli occhi stanchi, ignorando qualsiasi impulso che non fosse finalizzato a portare a termine la sua missione; e la sua missione era quella di riuscire a guardarsi allo specchio. Non nel senso metaforico del termine: non era mai stato un gran che come cattivo, e lo specchio avrebbe comunque avuto dei seri problemi a trovare qualche nefandezza da mettergli davanti per conto della sua coscienza; il problema era molto, molto più preoccupante, e lo perseguitava dall’inizio del mese, quando si trovava a Torino.

L’ennesima giornata afosissima in una deprimente biblioteca, in compagnia di un suo illustre congiunto/defunto dalla biografia tutt’altro che allegra, gli aveva presentato un conto salato: crollo da stress, e due giorni fermo in camera sua dopo una veloce visita al pronto soccorso, dove un laconico infermiere lo aveva congedato dicendogli “letto e camomilla e starà benissimo”. E uno Steppembaum segue sempre le intuizioni della Scienza, anche quando vengono da un pragmatico e annoiatissimo infermiere torinese con l’aria di chi si sveglia solo in presenza di ferite da arma da fuoco o crisi cardiache.

Il primo giorno a letto era stata una soddisfazione assoluta: 18 ore di sonno sparse casualmente durante tutto il corso della giornata, genitori rassicurati via telefono, neanche l’ombra di un libro in tutta la camera d’albergo; il secondo giorno da dietro la tenda della doccia aveva azzardato un’occhiata alla sua faccia, guardandosi nello specchio sopra il lavandino per vedere se sembrava ancora un fantasma e se fosse il caso di farsi la barba. Pessimo errore.

Si era ritrovato mezz’ora dopo, accovacciato sotto l’acqua corrente con la testa tra le mani, mentre rombi di tuono, visioni di paesaggi e di persone che non aveva mai visto, e un paio di splendenti figure che sembravano uscite direttamente dall’Iliade in fiamme e gloria gli incidevano in testa le loro parole. Quando l’acqua gelida divenne una frusta insopportabile uscì cautamente dalla doccia e cercò di riprendersi, mentre le visioni di volti sconosciuti ma familiari continuavano imperterrite il loro messaggio su Atlantide, e sulla loro ultima speranza di sopravvivere alla guerra cosmica che minacciava di estinguere per sempre una civiltà dalle radici così antiche e potenti da essere entrata nella leggenda. E, ovviamente, tutto il resto… ma lui era un fissato, e quando si parlava di storia antica qualsiasi altra cosa passava in secondo piano.

Lo specchio gli aveva regalato altri momenti terribili da quel giorno, così era diventato imperativo riprendere le ricerche da dove le aveva lasciate il suo antenato, per scoprire se le sue erano allucinazioni di un pazzo, oppure una verità troppo grande che la sua mente non poteva ancora accettare. Insomma, per riprendere la sua vita aveva bisogno di una prova di una delle due alternative; lui era sinceramente convinto della prima, ma visto che entrambe lo portavano agli scavi di Ilio si era ritrovato, senza pensarci più di tanto, a prosciugare il suo fondo personale, partire su due piedi e farsi assumere con altrettanta rapidità come volontario degli scavi, per soli “tenda e snack”, ovvero la versione di “vitto e alloggio” per archeologi dilettanti e disperati. Una buona parte dei fondi prosciugati era evaporata nel finanziamento di certe lettere di presentazione, ma perché divagare…

Era lì da due settimane, e il suo lavoro era quello di studiare testi antichi per capire dove iniziare i prossimi scavi, sperando di trovare un’area abbastanza importante da consentire scoperte rilevanti: poteva spaziare in tutta l’area senza restrizioni, esaminare reperti… Aveva potuto cercare la sua prova; e, visto che non aveva ancora scoperto niente su Atlantide o su delle guerre cosmiche, era felicissimo di poter iniziare a credere di essere impazzito per un breve periodo come può capitare a chiunque ogni tanto, e che sotto non c’era nient’altro di preoccupante. I soldi erano finiti; il turno come volontario finiva la settimana prossima; stava per tornare a casa, dove avrebbe potuto cercare lo psicologo più vicino e farla finita. Le uniche cose che lo trattenevano dall’abbandonare la sua ricerca all’istante erano la sua accademica testardaggine nel voler essere sicuro di ciò che voleva dimostrare a se stesso, e due splendidi occhi che aveva visto tra gli scaffali di alluminio del deposito dei reperti. Conosceva poco quella ragazza, ma si erano aiutati parecchio a vicenda nei rispettivi lavori e ricerche fidandosi l’uno dell’altra: era abbastanza introversa, e spesso aveva un’aria malinconica quasi stesse scavando sulle rovine di un posto che aveva abitato e amato; ma ogni tanto sapeva sorprenderlo con sprazzi di gioia che avevano su di lui lo stesso effetto dell’aver assistito a una resurrezione. Quando si cercavano qualche posto isolato per stare da soli ognuno con i propri pensieri, spesso finivano per incontrarsi: presto era diventato un gioco, una cosa particolare e mai successagli prima; in poco tempo non riuscivano più a evitarsi; e nel giro di una settimana, non riuscivano più a smettere di cercarsi. Non se ne sarebbe andato da lì senza sapere se il destino avesse in mente qualcosa per loro due; forse, anche questa era accademica testardaggine.

Intanto evitava accuratamente gli specchi, ma continuava a pensarci, e un giorno si ricordò di un oscuro appunto che il suo antenato aveva affidato al suo diario, qualcosa riguardo alla sede dell’anima. Lo cercò nel suo portatile, e quello che trovò lo lasciò con lo stomaco sigillato.

“Secondo parte delle civiltà del mediterraneo un punto privilegiato per individuare la presenza della vita è nelle ginocchia, mentre quella dell’anima è nella bocca… come già Monti, nei suoi endecasillabi:

Già l’alma errava sulle labbra, e certo

di veder mi credetti in questo giorno

l’ombre dei morti e la magion di Pluto

…dice Ettore quasi morto in battaglia. Schliemann mi parlò della Bocca di Apollo, il luogo in cui le anime dei troiani dimorano per sempre insieme alla loro conoscenza e il futuro destino…”.

Quando l’aveva trascritto sul suo portatile un mese prima, aveva pensato solo al fastidio che provava pensando che neanche la sua passione per l’Iliade era una cosa personale ma ereditata; ma ora le domande erano altre. Ritirò improvvisamente il ginocchio dall’assalto del sole, si chiuse nella tenda, cercò di contenere il tremito simile a quello della febbre che lo stava assalendo. Quali anime stanno ferme in un posto per sempre? Quelle senza pace. Quali morti hanno un destino futuro? Quelli che in realtà non sono morti. Gli scomparsi, coloro che non hanno ancora combattuto l’ultima battaglia. Gli eredi di Atlantide.

Cercò nelle mappe, ma ricordava che il tempio di Apollo era già stato esplorato. Raccolse le sue cose e si avviò verso gli scavi, ma non trovò nulla; allora andò nell’unico posto in cui poteva ancora avere delle risposte, il magazzino dei reperti. Era l’ora di pranzo e non c’era nessuno dentro; cercò nel catalogo fino a trovare i pezzi ritrovati nel tempio di Apollo, e ne trovò uno, che da solo valeva tutti i soldi spesi negli scavi: una maschera votiva, in oro, dedicata al Dio delle arti e della poesia, il portatore della spada d’oro che sfoderava solo per ordine di Giove, del quale aveva portato spesso la terribile Egida in battaglia. Un volto privo di occhi, incredibilmente liscio dopo millenni; una singola lamina di metallo era stata usata per creare quelle fattezze forti e sensuali, ed era stata sapientemente e delicatamente ripiegata verso l’esterno per poter ottenere le labbra. Stando bene attento che non arrivasse nessuno, la osservò da tutte le angolazioni, provò a infilarla, ne rilevò tutti i particolari. Niente, a parte forse… Lamina ripiegata.

Non credeva a ciò che stava per fare. Estrasse il coltello, lo insinuò sotto il bordo della lamina del labbro inferiore: mentre il cuore gli martellava nel petto al pensiero degli anni di galera che si sarebbe fatto, e per la paura di trovare qualcosa, iniziò ad allargare la lamina, finché non sentì qualcosa spostarsi al suo interno e alla fine cadere a terra. Con urgenza ma con la massima attenzione richiuse la lamina cercando di farla combaciare col mento come prima, e dopo aver rimesso a posto il preziosissimo reperto prese da terra l’oggetto della sua vera missione: due pietre perfette, due piccole sfere che sembravano perle, di cui una era candida come un sole in miniatura, mentre l’altra era un frammento di tenebra. Ormai respirava a tratti, la gola sembrava chiusa e aveva i crampi allo stomaco dalla tensione; ancora inginocchiato le avvicinò agli occhi, e si ricordò delle parole sussurrate da un uomo dal volto così simile al suo:

“Cerca il luogo dove gli opposti sono nati, e saprai come fermare questa guerra…”

«Allora c’è qualcuno che sa, dopo tutto». Una voce calma e sottile, dura come una staffilata, lo sorprese facendolo saltare in piedi.

Lei.

Typhoeus

Diario del Professor Hans Von Steppembaum

Napoli, 26 dicembre 1890

Il mio caro amico Heinrich Schliemann è morto davanti ai miei occhi, nella sua camera di albergo, si era sentito male il giorno prima nella Piazza della Santa Carità. La sua morte mi ha sconvolto, non credevo che potesse succedere così presto e così velocemente, nessuno è preparato alla morte di una persona amica. Nemmeno Heinrich era preparato, nessuno o quasi lo è davanti alla grande livella. Gli sono stato accanto sempre da quando è collassato, gli ho stretto la mano quando ho sentito che il soffio della sua vita stava andando via, ma prima di morire, in un momento di lucidità mi ha rivelato qualcosa che non aveva voluto mai dire a nessuno prima d’ora. Una tavoletta trovata a Micene, anni fa, durante i suoi scavi alla ricerca della tomba del re Agamennone. Mi disse dove trovarla, di non dire a nessuno dove si trovasse e che come suo ultimo desiderio, voleva che io, il suo migliore amico, interpretassi la strana scrittura della tavoletta. Heinrich era convito che questo oggetto potesse condurre a tesori immensi ed inimmaginabili. Non ho potuto resistere a quegli occhi supplichevoli ed ho accettato l’ultima volontà del mio amico, in sua memoria ho preso come me questa tavoletta che era conservata in un baule di piombo che Heinrich teneva sempre e gelosamente vicino al sé. Domani aprirò questo baule e vedrò per bene questo manufatto, ora sono troppo stanco e triste per fare qualunque altra cosa.

Napoli, 27 dicembre 1890

Sto aiutando Sophia nell’organizzare il trasporto della salma di Heinrich ad Atene, dove in un cimitero della città è stato costruito un enorme mausoleo per accogliere il corpo del mio amico. Non ho ancora avuto il tempo di vedere la tavoletta, ma lo farò al più presto.

Berlino, 8 gennaio 1891

Non ho avuto il tempo per scrivere, ho dovuto aiutare Sophia con tutte le faccende conseguenti alla morte di Heinrich. Il suo funerale è stato grandioso, degno degli eroi dell’antica Grecia, che lui tanto amava. Oggi ho finalmente avuto il tempo per aprire il baule del mio amico. Ho dato una prima occhiata alla tavoletta, che credevo essere di terracotta, invece è fatta di un materiale strano, non saprei come definirlo, è leggero come il vetro, liscio e senza alcuna imperfezione, inoltre ha uno strano colore bianco latte. Le scritte invece sono di colore nero scuro, sembra un qualche genere di inchiostro. Infine la scrittura per quel che posso vedere è perfetta, lineare, senza sbavature. La lingua usata è assai strana e a me sconosciuta, anche se c’è qualche rassomiglianza con le lingue indo-europee. Dovrà far ricorso a tutti i miei studi di linguistica per decifrare questo documento, non so quanto tempo ci vorrà, ma lo faccio in memoria del mio grande amico Heinrich.

Berlino, 19 febbraio 1892

E’ passato più di un anno da quando ho iniziato a decifrare la tavoletta lasciatami dal mio amico Heinrich. Ormai ne sono certo, aveva ragione, c’è qualcosa di assai importante sotto, qualcosa di estremamente importante. Prima di tutto credo che la lingua usata sia l’indo-europeo originale quello che ha dato vita a quasi tutte le lingue di oggi. Non mi spiego ancora cosa potesse farci a Micene e come si possa essere conservata un tesoro del genere. Inoltre è assai più antico delle rovine di Micene e delle scoperte che ha fatto Heinrich. Ora riporterò parte del testo che sono riuscito a decodificare, purtroppo alcune parti non sono riuscito a capirle, ma ciò che ho scoperto finora è assai interessante.

“Il mio nome non ha importanza, a chi leggerà [….] scrivendo non importerà […..] solo sapere che io sono un atlantideo, uno degli ultimi rimasti in questo mondo. Il mio [….] profondo, non potete nemmeno [….] quanto sia lontano [….] origine. Sappiate questo, eravamo una grande civiltà, la più grande che [….] Avevamo iniziato un’età che nei vostri miti verrà definita dell’oro, un’era che non si ripeterà [….] nel vostro […..] A causa di un traditore, il nostro continente è affondato sotto i flutti dell’oceano. Il Signore Oscuro ha compiuto ciò per cui era stato destinato ed ora combatte il fratello gemello, l’Imperatore Bianco per la [….] Noi pochi sopravvissuti ci nascondiamo, cerchiamo di vivere [….] in pace [….] La nostra [….] superiore alla [….] di qualunque era [….] Purtroppo l’affondamento della nostra isola ha creato un gigantesco maremoto in tutto il [….] un diluvio immenso. Abbiamo deciso di stabilirci alle pendici di un vulcano di una piccola isola che può alimentare con [….] lava [….] apparecchiature.

Abbiamo scoperto qualcosa di eccezionale, le leggende degli abitanti del luogo […..] Tifeo o Tifone, rinchiuso al centro del vulcano, sconfitto da Zeus eoni […] non crediamo a queste [….] le divinità non esistono […..] solo stati creati per […..] i fenomeni naturali che […..]

La grotta che gli indigeni […..] indicato sembra emanare […] energia sconosciuta anche a [….] abbiamo deciso [….] esplorare la caverna il [….]

C’è qualcosa di vivo là sotto, qualcosa di potente ed antico, qualcosa che abbiamo risvegliato, dannato sia […..] già due di noi sono stati divorati dalla creatura […..] più potente la sentiamo […..] notte […] respiro attraverso il vulcano. Non [….] tutta è […..] raccontano le leggende [….] dobbiamo sigillare la [….] per impedirle di scappare [….] dobbiamo avvertire l’Imperatore Bianco.

Sono riuscito [….] contatto […..] che [….] detto dove si […..] l’ [….] dovrebbe trovare […..] nel [….] ad est di Atlantide […..] combattendo contro [……] Nero. Purtroppo non […..] a [….] nelle onde […] le energie che […..] devono interferire con […..] strumenti.

Non avrei mai creduto di vedere ciò che ho visto ieri, la creatura era sempre [….] ad attirare [….] scomparsi altri […..] Quando credevamo di aver perso […..] è arrivato dal cielo un uomo, un Dio, si fa chiamare Ares è il dio [……] viene dall’Olimpo. Ci ha detto che [….] stolti per aver risvegliato il […..] ha detto che siamo […..] pensando di essere gli unici ad aver la sapienza e la […..] Ha detto che abbiamo devastato […..] Ci ha intimato di andare via mentre lui chiudeva […..] inoltre ha voluto sapere se […..] è stato toccato dalla creatura. Solo Cratis ha avuto il coraggio di [….] l’ha ucciso all’istante colpendolo con un raggio dei suoi occhi dicendo che […] ormai era [….] legato alla […..] Ares ha detto di andare [….] che lui chiama Ellade. Non ho avuto il coraggio di [….] anche mio figlio è stato […..] Ares ha detto che avrebbe informato […..] Bianco che sembra l’unico ad aver […..] nella nostra [….] Per chiunque legga questo […..] evitate [….] il monte Aetna [….] caverna […] nord del vulcano […..] Tifone.”

Quanto è scritto in questa tavoletta è di straordinaria importanza, lo capirete anche voi, narra della mitica isola di Atlantide ben prima di chiunque altro, narra dei suoi sopravvissuti e si intreccia con la leggenda di Tifeo. Sono troppo eccitato ora per descrivere appieno la portata di questa mia scoperta e tutte le sue conseguenze. Lo farò quando starò in viaggio, forse avrò la mente più lucida, parto domani per la Sicilia, già mi sono accordato con il re d’Italia Umberto I per fare degli scavi intorno al vulcano. In onore del mio amico Heinrich Schliemann compio quest’impresa, che Dio vegli sulla mia testa e mi faccia compiere la più grande scoperta dell’umanità!

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Questa è la prima parte di un racconto ancora da finire, che spero di continuare. La seconda parte la scrisse Valberici e la potete trovare qui. La terza parte l’aveva scritta Mechanikwing ma la devo recuperare perché Splinder ha fatto la fine che fatto. Infine la quarta parte che avevo scritto io la voglio rivedere per bene. Dopo che l’avrò rivista potrei passare la palla di questo blogracconto a qualcun’altro come avevamo fatto per le prime parti ormai scritte molti anni fa.