Lucca Comics & Games 2013 – Il racconto – The End

(Lo so, è passato tanto tempo, però ecco qui il finale del racconto di Lucca di quest’anno!)

“Affascinante…”

Il Dottore era davvero interessato a questa galleria di personaggi che erano appena apparsi. Li conosceva alcuni, aveva letto i loro fumetti. Certo era tutta un’altra cosa poter vedere e analizzare con il cacciavite sonico un essere che pensava o si proclamava un Dio come Thor, esseri mutati come la Cosa o gli Hulk o mutanti come… quel tappetto peloso.

“Cocco, toglimi di dosso quell’affare!” aveva ringhiato questo mutante con un costume giallo e blu che il Dottore ricordava chiamarsi Wolverine.

Gli scrittori ormai erano veramente fuori di testa, le loro più folli fantasie si erano finalmente avverate. Soprattutto Adriano Barone stava letteralmente piangendo dalla gioia perché vedeva tutti gli eroi della sua infanzia davanti ai suoi occhi. Anche se aveva occhi soprattutto per le eroine. Chi non era rimasto con le mani in mano era Anubis, appena erano comparsi gli eroi, aveva iniziato subito a dare ordini o come li aveva chiamati lui “consigli”. Infatti l’antico Dio egiziano sapeva bene che aveva davanti tante teste calde… e poi c’era pure Destino.

“Hank Pym, Reed, Iron Man, Pantera Nera, Bestia, Dottor Nemesis, Dottor Strange, Maximus, Loki voi siete gli scienziati e i mistici che ci servono per risolvere la situazione. Voi – e il Dio della mummificazione indicò tutti gli altri – sarete la forza di contenimento chi di voi sa volare cercherà di contenere l’attacco nell’aria, chi è di forza omega come gli Hulk e la Cosa ingaggerà il nemico quando starà a terra, chi invece ha poteri minori o nessun potere aiuterà i civili nell’evacuazione. Emma Frost e la Naiadi ci coordineranno da qui. Il nostro comandante sul campo è Capitan America. Tutte le forse del Senato Unito delle Dimensioni, della Nato, e dell’Italia sono al suo servizio, Steve Rogers.”

Anubis sapeva riconoscere qualcuno che poteva anche essere più capace di lui nel coordinare la battaglia. Forse uno dei pochi poteva essere solo l’uomo che aveva contribuito alla sconfitta dell’Asse nell’Universo della Marvel. Tutti gli eroi accettarono di buon grado il discorso tranne… due soggetti a cui il Dio rimediò subito.

“Ah, tu, Otto Octavius che stai nel corpo di Spider-Man, tu rimarrai qui, la tua esperienza di scienziato serve qui. Mentre il Dottor Destino, per quanto tu sia il più geniale tra tutti loro ci servi fuori, sei il più potente e forse l’unico che può contrastare Thanos.”

“Lo sapevo che c’era qualcosa di strano in te… ne riparliamo dopo…” disse laconico il tappo canadese ad un attonito Superior Spider-Man. Era bastata una frase per smontare tutta la sua arroganza e la sua copertura. Ora vedeva negli occhi di tutti i suoi “amici” Vendicatori la consapevolezza di chi era realmente.

“Destino è lusingato delle tue parole testa di sciacallo ma Destino rimarrà qui dove può essere più… prezioso.”

La voce fredda del signore della Latveria era autoritaria e chiara. Non ammetteva concessioni.

“Ehi, borioso testa di latta se ti hanno detto di andare fuori, vai fuori!” disse Adriano Barone che voleva veramente affrontare Victor Von Doom. Probabilmente il thé con l’Oki l’aveva fatto andare fuori di testa.

“Destino non accetta che gli si parli così. Inginocchiati e chiedi scusa umano se non vuoi morire! Destino lo ordina!” esclamò Von Doom con voce squillante.

“Qui nessuno uccide nessuno, nemmeno se sei dentro un’armatura tutta luccicante Destino. Posso disattivare tutti i tuoi gadget con il mio cacciavite sonico… ma penso che tu sia più propenso a volere vedere se veramente riesci a sconfiggere da solo Thanos… secondo me non ci riesci…”

Il Dottore era intervenuto appena in tempo, non si scherza con Von Doom. Almeno era quello che dicevano i fumetti!

“Destino sconfiggerà Thanos! Vi inchinerete tutti a Destino!” disse il tiranno di Latveria andando via boriosamente.

“Destino parla in terza persona come un idiota!” esclamò di rimando Adriano che forse voleva far colpo sulla Spider-Woman o su Blackwidow ma riuscì solo ad attirare l’attenzione di Deadpool.

“Coso, io ci vengo al tuo funerale, contaci!” disse il mercenario chiacchierone uscendo dal TARDIS con le sue affilate katane.

Il Dottore si mise al lavoro con gli scienziati e mistici dell’Universo Marvel lasciando per un attimo da parte le persone normali.

Luca, che si era assentato da un po’ di tempo, tornò con secchi pieni di pop corn e li distribuì ai suoi amici.

“Tanto ormai siamo personaggi secondari di questo racconto!” disse.

Nello stesso momento Francesco Dimitri era assorto nella contemplazione del Dottor Strange ma soprattutto del mitico Occhio di Agamotto. Mentre Aislinn era entrata nel TARDIS per vederlo per bene, per capire per bene il trucco del “E’ più grande all’interno che all’esterno”. Invece Francesco stava ascoltando i discorsi del Dottore e dei suoi nuovi “compagni”.

“Il Cubo cosmico per ora ha esaurito il suo potere quando mi ha portato qui…” disse Loki sconsolato.

“Dobbiamo trovare un modo per ricaricarlo…” espresse Reed Richards per tutti.

“Se tornassimo indietro nel tempo? Hai detto che il TARDIS è una macchina del tempo, giusto Dottore?”

“Anthony Stark purtroppo ci ho provato, il TARDIS non riesce a muoversi da questo lungo, almeno temporalmente. Siamo bloccati.”

“Anche noi non riusciamo ad usare i nostri dispositivi crono-spaziali. Deve essere tutto causato dal Cubo Cosmico…” esclamò il Dio dell’Antico Egitto.

“E come ha fatto allora quel demone ad arrivare da noi e a portarci qui?”

“Magia Pym, ha usato la magia, una magia che non conosco, demoniaca, forse possiamo usarla…”

“Non potete usare la magia di Mad Dog, Dottor Strange… quanto fa fico parlare con voi! Comunque non potete usare la magia di Mad Dog, ci vorrà qualche ora prima che possa fare un altro viaggio come ha fatto con voi…” disse Francesco abbastanza imbarazzato di parlare con gente che aveva un Q.I. probabilmente il doppio o il triplo del suo.

“E tu caro ragazzo come sapresti queste cose?”

“Mr Bestia… o dovrei chiamarla Dottor McCoy? Io sono… lo scrittore. E’ complicato. Lasciate perdere.”

“Straordinario!” esclamò il Dottore facendo girare tutti verso di lui. Il Signore del Tempo continuò dicendo “L’energia che da potenza al TARDIS è la stessa del Cubo Cosmico ma non riusciremo mai a ricaricare il Tesseract in poco tempo… come va la battaglia Miss Emma Frost?”

“Non bene Dottore. Le forze di Thanos sono soverchianti e Destino, gli Hulk e Drax le stanno prendendo di santa ragione da questa versione del Titano. E’ molto più forte di quello che conosciamo noi. Ha anche una Gemma dell’Infinito dalla sua parte…. comunque non riesco a leggere, nella sua mente, la risposta questa domanda… Doctor chi?”

“Ed è meglio così, mi creda bella gnocca!” disse Adriano che subito dopo ebbe una strana urgenza di farsi fare le treccine da Aislinn.

“Ci serve un conduttore di energia che colleghi il TARDIS al Cubo Cosmico… se avessi accesso al mio laboratorio in Wakanda!”

“Ma non possiamo siamo bloccati in questa topaia senza superumani!” concluse Maximus, che non era proprio avvezzo alle buone maniere.

Intanto Francesco Dimitri, Imp e Luca si erano messi a parlare per conto loro mentre Adriano cercava in tutti i modi di convincere Aislinn a fargli delle belle treccine ai capelli.

All’esterno la situazione era caotica, squadre di soccorso, le forze armate italiane e gli eserciti della NATO accorsi tramite dei mini portali messi a disposizione da Anubis stavano evacuando la città mentre i Vendicatori e tutti gli altri eroi cercavano di contenere l’avanzata di Thanos e dei Chitauri. Il Duomo della città venne sbriciolato quando una balena Acanti ci piombò sopra dopo che Rulk l’ebbe distrutta. Carri armati volano nel cielo, elicotteri venivamo abbattuti. Sembrava la fine del mondo e forse lo era. Il Dio dell’Antico Egitto era riuscito a convincere il presidente Obama e gli altri leader mondiale a non utilizzare le armi atomiche, sarebbe servito solo a uccidere degli innocenti non certo a fermare uno come Thanos.

Mentre gli scienziati e i mistici stavano ancora discutendo come fare per risolvere la situazione, nella Sala della Guerra piombò, spargendo sabbia rossiccia dappertutto, lo stesso Anubis.

“Stiamo perdendo… avete una soluzione?”

Ma intorno aveva solo sguardi sconsolati.

“Una soluzione c’è sempre, non abbiamo pensato abbastanza!” esclamò il Dottore che riusciva a non far vedere quanto era preoccupato.

“Una soluzione c’è… noi ci abbiamo pensato – disse Imp indicando i suoi amici scrittori che erano anche dei nerd incalliti – potremmo usare la Sfera Genkidama da Dragonball… connessa alla…”

“Genkidama? Cosa sarebbe scimmia?” disse il Dottor Nemesis. Anche lui come Maximus aveva bisogno di un corso d’urgenza di buone maniere.

“E’ la sfera che usa Goku per sconfiggere…” cercò di dire Francesco poi sentì una sorta di altra mente nella sua mente. Era Emma Frost che estrapolò quello che Imp sapeva su questa tecnica per trasmetterla a tutti gli altri.

“Quindi magia. Odio la magia. Con tutto il rispetto che ho per te Stephen…”

“Io non capisco nulla della tua tecnologia, quindi siamo pari Tony. E’ una strana magia, come non ne ho mai vista… ma potrebbe funzionare. Abbiamo ancora bisogno però di un catalizzatore…”

“Lou useremo la Spada dei Sette Sigilli Ancestrali, scommetto che usa la stessa energia del TARDIS e del Cubo Cosmico!” disse l’Imperatore Bianco che poi fece comparire dal nulla uno spadone a due mani, risplendente, con sette gemme infisse nella lama. Ognuna di un colore diverso.

“L’ho inventato prima di sapere cosa fossero le Gemme dell’Infinito, sia chiaro eh! Comunque Lou faremo come a Colonia contro Dark King…”

“Potrebbe realmente funzionare…” disse freddamente Anubis. Era il massimo che poteva permettersi di dire. Avevano forse una minima speranza di farcela. Intanto Francesco aveva fatto cascare la Spada. Si la poteva anche evocare ma rimaneva un pezzo di metallo pesantissimo per lui.

“Interessante! Avevi ragione Francesco in effetti questo manufatto la stessa energia del TARDIS e del Cubo Cosmico. Anzi… se il cacciavite sonico ha ragione sta comunicando con la mia cabina blu e con il Tesseract!” esclamò il Dottore sorpreso. Questa era la giornata delle sorprese per tutti.

“Se i nostri calcoli sono esatti dobbiamo collegare questa Spada al suo TARDIS e il TARDIS al Cubo. Poi dovremmo collegare il TARDIS al castello…” disse Reed Richards e T’Challa finì per lui.

“L’energia che useremo con il procedimento della Genkidama arriverà alla Spada, da quel che abbiamo potuto analizzare anche la Spada ha… dell’energia…. sembrerebbe simile a quella dei Celestiali, per quanto poco noi la conosciamo.” Poi continuò Tony Stark.

“Poi l’energia verrà trasferita al TARDIS, la potenzierà con la sua e caricherà il Cubo Cosmico quindi il Cubo Cosmico la butterà fuori tramite il TARDIS verso il Castello…” Infine concluse Otto Octavius.

“Quindi questa energia verrà sparata tramite uno dei cannoni che hanno qui verso il portale e verso le forze di Thanos. Certo se avessi potuto lavorarci io sarebbe stato meglio… ma non abbiamo tempo.”

“Dobbiamo contenere le forze dei Chitauri in una zona precisa vicino al portale… se ne dovrà occupare il Dottor Strange, Susan Storm e chiunque altro possa avere abilità di questo tipo”. disse la Bestia.

“Li aiuterò io, venga con me Signore delle Arti Mistiche.” e Anubis scomparve insieme a Strange in una nuvola di sabbia.

“Qualcuno deve parlare alla Terra e ai suoi abitanti per convincerli a donarci parte della loro energia…”

“Ho informato io Madre Terra. Vi aiuterà come può. Ho avvertito anche gli spiriti guida degli animali, anche loro sono dalla nostra parte. – disse una nuova figura, incappucciata, che era comparsa dal nulla. Sul suo braccio sinistro giaceva un serpente sibilante, ai suoi piedi invece si trovava un cane dagli occhi fiammeggianti. La sua voce era triplice. – Io invece vi metterò in contatto con gli esseri umani. Spero che questo possa rispondere al tuo pensiero, Pantera Nera del Wakanda.” concluse la figura togliendosi il cappuccio e mostrando il suo triplice volto. Un volto era di vecchia, uno di giovane ed uno di donna adulta. Era la Divina Ecate che era stata chiamata da Anubis, suo compagno di secoli prima.

Aislinn era rimasta ancora più di prima a bocca aperta infatti ora aveva addirittura di fronte una divinità che aveva inserito nel suo ultimo libro.

“Bambina, ho apprezzato il modo in cui ci hai rappresentato.” disse la Dea che superava in altezza la stessa Aislinn accarezzando con una mano mortalmente gelida una guancia della scrittrice.

“Loki sarai tu a farci da portavoce!” esclamò Imp che si stava scervellando per  capire chi poteva fare al loro caso. Aveva già scartato Spider-Man… dentro c’era la mente del Dottor Octopus, non sarebbe andato bene. Nemmeno gli altri scienziati andavano bene… forse solo Tony Stark. Poi gli si era come accesa una lampadina in testa. Il ragazzo continuò dicendo “Assumerai la voce e l’aspetto, nella mente delle persone, del Loki dei film. Di Tom Hiddleston. Sarà sicuramente un successo!”

“Ok, allora ora mi servirà aiuto per pilotare il TARDIS. Servono sei persone, compreso me, per far funzionare tutto per bene. Voi persone normali e te tizio che ti allunghi verrete voi. Correte!”

“Emma Frost si terrà in contatto con voi per coordinarci… io e Danger collegheremo il TARDIS al computer del castello.” disse Tony Stark che era molto curioso di poter collaborare con un essere come la Stanza del Pericolo degli X-Men che aveva preso vita.

“Mi sto connettendo al mainframe – disse il robot che in una realtà alternativa sarebbe diventata la sposa di Ultron – interessante… sembra vivo e cosciente e mi ha spiegato come dobbiamo collegarlo al TARDIS…”

Dentro alla ormai famosa cabina blu il Dottore, forse per la prima volta, vide una persona che non era molto sorpresa dal fatto che il TARDIS fosse più grande all’interno che all’esterno. Quella persona era Reed Richards, infatti il famoso scienziato dei Fantastici Quattro era decisamente avvezzo a vedere spettacoli del genere.

“Bene, mettiamoci a lavoro. Quando sarà il momento dovrete compiere continuamente queste azioni.”

Il Dottore spiegò rapidamente a tutti qual’era il loro compito, chi doveva tirare su e giù una leva, chi doveva spingere un bottone, chi doveva controllare degli indicatori, chi doveva girare una manovella.

Fuori dal TARDIS Loki aveva stretto nelle sue mani quelle della Divina Ecate e si preparò a trasmettere il messaggio al mondo.

“Popoli della Terra sono Loki il dio delle leggende norrene, sto comunicando con voi perché ci serve il vostro aiuto. Mi serve una parte della vostra energia, uscite all’aperto e alzato le mani al cielo e desiderate di donare una parte della energia vitale. Non ce ne serve molta. Dobbiamo usarla per salvare la Terra e tutto l’Universo da una grandissima minaccia che…”

Il Dio della menzogna non sapeva sinceramente come continuare, sentiva che ben poche persone si stavano fidando di lui ed avevano iniziato a donare la loro energia. E queste erano soprattutto fans di Loki… anzi di Tom Hiddleston. Non erano abbastanza. Per fortuna si intromise, con tutto il suo ego-centrismo da miliardario, supereroe e filantropo il Vendicatore noto come Iron Man che cinse le mani del piccolo dio e disse solamente: “Sono Tony Stark, io sono Iron Man.”

In quel momento tutte le fangirl dei film della Marvel vedevano i loro sogni esaudirsi. Grazie alle parole e alle voci di Loki e di Stark, ma anche probabilmente alla magia della Divina Ecate, l’energia vitale dei terrestri iniziò a fluire massicciamente.

“Thanos e le sue forze sono contenute nella zona del portale, questo è il momento di agire Dottore!” urlò nella mente del Signore del Tempo, la bella Emma Frost.

“Geronimo!” esclamò quindi di rimando Eleven. Il Dottore, Francesco e i suoi amici e Mr Fantastic iniziarono a manovrare il TARDIS come ben poche volte avveniva. Non c’erano scossoni, la cabina blu si muoveva in maniera armonica, girava su se stessa pur rimanendo ferma. Per Imp e i suoi compagni di viaggio manovrare il TARDIS era il sogno di una vita da nerd.

“Sta funzionando!” esclamò Kid Loki.

In tutto il mondo, in tutti gli altoparlanti, nell’aria, nell’acqua una canzone si sentiva a tutto volume. Una canzone che ispirava felicità e libertà.

Su tutti gli schermi della Sala della Guerra si poteva vedere la stessa immagine. Da ogni parte del globo stava giungendo la forza vitale che avrebbe innescato la reazione a catena che avrebbe sconfitto, si sperava, Thanos. Dalle metropoli del Nord America ai villaggi sperduti in Africa, dal Rio delle Amazzoni al Nilo, dalla Fossa delle Marianne fino alle Montagne Rocciose, dai fiordi norvegesi al Deserto del Gobi l’energia affluiva verso Lucca e verso il TARDIS. Milioni di persone si erano riunite spontaneamente nelle più grandi piazze della Terra. Times Square, Piazza San Pietro, la Piazza Rossa, Tien’anmen, Piazza Tahrir, Plaza de Mayo, erano tutte piene di gente così come tutti i luoghi di culto e di ritrovo del mondo. L’energia vitale della Terra e dei suoi abitanti arrivava direttamente alla Spada dei Sette Sigilli Ancestrali che aveva trovato una posizione, si sarebbe potuto dire naturale, infissa nella console del TARDIS. L’energia così accumulata si riversò nel cuore della cabina blu per poi essere trasportata al Cubo Cosmico che si trovava alloggiato vicino all’arma mistica che rappresentava la forza vitale dell’Universo. Dal Tesseract, ormai ricaricato, questa immane energia venne sparata verso Thanos e le sue forze. Il risultato fu spettacolare, il Titano Pazzo non aveva mai, nella sua lunga e perversa esistenza, sperimentato una forza così potente. Abbagliato da questa energia venne ricacciato indietro con tutto il suo esercito di Chitauri. La folla nel continuum spazio-tempo venne sigillata e il cielo stellato tornò così come era prima. In pochi minuti grazie alla forza di volontà degli umani e a quello della Natura, un nemico che sembrava imbattile e che aveva provocato un’immane distruzione era stato sconfitto. Gli eroi erano ormai pronti a tornare a casa, così come il Dottore. Non potevano rimanere molto, ormai i varchi tra i mondi si stavano chiudendo. Il Tesseract era andato distrutto, troppo energia era transitata e poi andata subito via dal Cubo Cosmico. Era semplicemente svanito, così come la Spada dei Sette Sigilli Ancestrali. L’arma aveva fatto compiuto la sua missione ed era tornata al suo posto per sorvegliare l’equilibrio universale. Francesco e i suoi amici salutarono il Dottore e gli eroi della Marvel che tornavano nelle loro rispettive dimensioni. Quando tutti furono andati via e Anubis ebbe riaccompagnato i normali esseri umani davanti all’Hotel Universo, il Dio dell’Antico Egitto lì salutò freddamente come suo solito. Aveva già predisposto l’eliminazione della loro memoria a breve termine, come per tutta l’umanità. Gli esseri umani non erano ancora pronti ad affrontare questo genere di… avvenimenti. Appena svegli la mattina dopo non avrebbero ricordato nulla e Thanos sarebbe stato solo un incubo notturno. Quando la divinità egiziana scomparve, Imp si accorse che non c’era Luca.

“Dov’è finito Luca?” chiese il ragazzo perplesso.

“Luca chi?” rispose di rimando Adriano che stava armeggiando con il suo nuovo telefonino dopo del Dottor Destino. Con questo super-smartphone avrebbe potuto chiamare il suo nuovo amiconemico anche ad un universo di distanza. Ed insultarlo all’evenienza.

“Luca Tarenzi, era con noi!” esclamò preoccupato l’Imperatore Bianco.

“Non conosco nessun Luca Tarenzi.” disse Francesco Dimitri, che era assai più interessato ad un libro di arti mistiche che gli aveva lasciato il Dottor Strage.

“Non so proprio chi sia. Comunque mi vado a vedere cosa può fare questo Tom Hiddleston!” disse Aislinn che si portò via il suo premio. Si, era Kid Loki con l’apparenza del Loki dei film, e con la museruola. Infatti la punizione per il Dio della Menzogna era quella di essere il servo personale di Aislinn per una settimana.

Francesco si stava davvero preoccupando, sembrava che Luca fosse scomparso dallo stesso continuun spazio-tempo e che lui fosse l’unico a ricordarsi chi fosse. Poi qualche secondo dopo, da una via laterale, apparve, trafelato proprio lo scrittore di Godbreaker.

“Non sapete cosa mi è successo!” urlò Tarenzi con il suo tipico accento del nord. Non poté finire la frase che venne falciato e tagliato in due da una carrozza fantasma che portava il gottoso ambasciatore di Dakar, Valberici, al ricevimento in onore della Regina Thirrin. A Londra. In ritardo di giusto qualche secolo.

Francesco e gli altri furono scioccati dal vedere la morte prematura del loro caro amico ma poi dallo stesso vicolo sbucò un altro Luca Tarenzi. Uguale, identico, sempre trafelato, sempre con quell’accento un po’ del nord. Imp pensò che il continuum spazio-tempo impazzito da quanto era successo avesse creato due copie di Luca e per ristabilire l’equilibro una delle due fosse stata terminata. Era sicuramente questa la spiegazione. Poi, ora, dopo averlo rivisto, tutti si ricordavano di Luca.

“Allora Luca cosa hai visto di così emozionante che ce ne volevi parlare? …O meglio il tuo doppio che è morto, ma fa lo stesso. Allora?” chiese Adriano curioso.

“Dopo. Fame. Carne. Mangiare. Andare!” disse questo Luca Tarenzi, che era anche meno peloso del vero Luca Tarenzi. Imp constatò che la parlantina di Luca era rimasta sempre la stessa e non aveva nemmeno perso l’appetito, anche dopo aver visto la morte di un suo doppio.

“Carne cruda yummmm!” urlò lo scrittore dai capelli folti correndo come un esagitato per la piazza.

“Ah, ora riconosco il mio Luca!” continuò Dimitri, che in realtà ormai era completamente concentrato nella lettura del grimorio donatogli dal Signore delle Arti Mistiche.

“C’è qualcosa di strano in Luca però…” disse Imp ma ormai l’avventura era finita, era stanco e non ci pensò molto su questa questione. Halloween era quasi passato, doveva andare a dormire, il giorno dopo ci sarebbe stato un altro giorno di Lucca. E bisogna essere preparati bene per il Lucca Comics & Games. Sempre.

THE END

p.s.: nel racconto di Natale si scoprirà la verità sul Luca Tarenzi e sul suo doppio… quindi stay tuned!

Il racconto di Natale di Mad Dog: Il Meraviglioso Mondo di Oz

Ecco qui il nuovo racconto di Natale di quest’anno, purtroppo mi scuso se molti miei amici e amiche non sono “entrati” nel racconto, ho dovuto scorciare alcune parti, togliere alcuni personaggi, perché era già troppo lungo questo nuovo racconto. Quindi vi lascio alla lettura augurandovi Buon Natale! Ah, non ve la prendete se siete i cattivi, a Natale non bisogna sempre essere buoni! XD

MUAHAHAHAHAHAH sono Mad Dog il demone ribelle. Se siete qui vuol dire che siete stati taggati da quello spammatore disonesto di Impo per leggere il nostro racconto di Natale di quest’anno! Probabilmente starete già chiamando il vostro avvocato per denunciarmi per la parte che avrete in questa nostra nuova avventura… ma non fatelo, la vostra vita è breve, perché sprecarla nelle aule dei tribunali italici? E dico che la vostra vita è breve perché quest’anno c’è la fine del mondo e non parlo di quei Maya, no, no, io parlo del virus zombie che ho rilasciato mesi fa. Ci sta mettendo un po’ di tempo ma, se ho fatto i calcoli giusti, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre sarete tutti zombi! Voi, io no. Salverò pochi eletti e mi rifugerò sulla Luna a procreare senza problemi. Comunque dicevamo, il racconto di Natale di quest’anno… dovete sapere che nella città italiana famosa per la magia e per la squadra più scudettata d’Italia c’era una ragazza che lavorava in una radio…

Mad Dog presenta:

Il meraviglioso mondo di Oz

C’era una volta, nella città di Torino, nota per un antico lenzuolo sudato e per la squadra di calcio più famigerata del Bel Paese, una radio nota come Radio Onda Medievale. In questa radio lavoravano oscuri esseri, che spesse volte si vedono morire nei film horror… sto parlando dei nerd. Per la precisione, i conduttori erano molto nerd, ed erano famosi per la loro nerdaggine. Questa particolare radio trattava, quindi, argomenti da nerd e di fantasia come il fantasy, i fumetti e la chiesa cattolica. C’era anche la rubrica di tortura medievale, che era la più gettonata, per questo nel nome della radio c’era la parola “medievale”. Ora dovete immaginarvi un giorno freddo come pochi altri, il 21 dicembre 2012. Da giorni i dotti meteorologi di il meteotelomettolì.it avvertivano che stava arrivando la più grande tempesta di aria fredda formatasi dalla combinazione di due precedenti perturbazioni che provenivano, la prima Fafnir, dal Polo Nord, e la seconda, Ymir dalla Siberia. Insieme formarono il terribile ciclone chiamato scientificamente come “Boiafaus ca frid” (visto che la vicenda è ambientata in parte a Torino, si parla torinese. Spero.). La fine del mondo era più vicina se anche i meteorologi di il meteotelomettolì.it non trovavano più nomi sensazionali da dare alle correnti atmosferiche. Faceva così tanto freddo a Torino quel giorno che persino gli orsi bianchi dello zoo avevano iniziato la migrazione verso la Sicilia. C’erano raffiche di vento che portavano via le carrozzine con i bambini urlanti e che aveva fatto finire il sindaco Fassino sulla cima del Monte Bianco e c’era così tanta neve che i pupazzi di neve erano diventati giganti del ghiaccio. Nel frattempo, in previsione dello spostarsi della perturbazione verso la Capitale, Alemanno aveva già riparato in Tunisia. Anche se tutto il sistema atmosferico congiurava contro di loro, gli intrepidi, e nerd, conduttori della Radio erano al lavoro nel bellissimo edificio che ospitava Radio Onda Medievale. L’edificio costruito subito dopo il secondo dopoguerra aveva la tipica forma di un capretto sgozzato e squartato. Sopra questa bellissima costruzione c’era la gigantesca antenna che trasmetteva su tutte le frequenze dell’etere tale e quale alla radio dei Simpsons. Nessuno a Radio Onda Medievale aveva pensato che, trasmettendo sul web, l’antenna fosse superflua. I nostri tre conduttori si chiamavano Laura, che era alta un metro e tre mentos, Claudia che non si separava dalla sua macchina fotografica manco quando andava al bagno e Fab, noto per avere un lavoro nel design e fumettista. Cioè forse. Non ho mai capito che cazzo di lavoro facesse Fab, non so cosa significhi designare… fare il designaer… designaers… desistocazzo! Insomma era una specie di artista, uno di quelli che non capisci mai cosa fa. I tre conduttori stavano per iniziare la trasmissione del loro programma di punta Medieval Torture on the Air quando tutto l’intero edificio tremò violentemente. Profonde e serpeggianti crepe si crearono nei muri, l’ululato del vento e il freddo glaciale penetrarono in ogni dove. Una sirena, acuta e profonda, faceva sentire il suo lamento sanguinolento.

“Fab e spegni quel cazzo di cellulare!” disse, con la sua solita soavità, Laura.

“Se lo spengo come faccio a sapere quanto piacciono le mie foto di Instagram?” rispose il povero Fab che non sapeva che presto sarebbe morto in modo orrendo.

Nel mentre Claudia scattava varie fotografie per immortalare questi momenti di drammatica vita vissuta alla Radio. Poi una voce disse:

“C’è una tromba d’aria bisogna andare al rifugio…” ma il povero uomo, di cui non conosciamo l’identità ma che sappiamo faceva parte dello staff della radio venne schiacciato dal crollo di un muro che lo seppellì.

I tre dj… no, aspetta non erano dj…, si ecco i tre conduttori si recarono veloci verso il rifugio anti-atomico costruito per paura che i comunisti prima o poi decidessero di bombardare quei ladri della Juventus. Le due ragazze entrarono leste dentro ma Fab all’ultimo momento si fermò e disse:

“Ho lasciato il disegno che mi aveva fatto Jim Lee nell’ufficio, torno subito lasciate la porta aperta!”

Scattante come una gazzella nella savana africana Fab raggiunse il suo ufficio e prese il disegno che aveva estorto con le minacce a Jim Lee all’ultima Lucca. Ancora doveva rimandargli il gatto che aveva rapito per farsi fare il disegno. Gli altri li teneva in cassaforte a casa per tirarli fuori e rivederli su ebay solo quando il grande disegnatore di comics americani fosse passato a miglior vita. Fab, correndo, tornò davanti al rifugio. Notò, con sollievo, che le ragazze l’avevano aspettato e che avevano lasciata aperta la porta. Proprio mentre stava per entrare l’intero palazzo venne spazzato via da un uragano gigantesco. Prima di essere strappato via dalla furia degli elementi, le due conduttrici della Radio sentirono Fab gridare:
“Ricordatemi perché ero celiaco!”

Poi la porta del rifugio si chiuse da sola di botto lasciando le due nostre protagoniste di questo racconto al buio. Per ora due, una farà una fine poco carina e diventerà poco importante ai fini della trama. Purtroppo le due ragazze non capivano bene cosa stava succedendo. Infatti, i muri tremavano come non mai, come se una forza immensa stesse spingendo il palazzo, o quel che ne rimaneva, da una parte e dell’altra. Sembrava di stare sulle montagne russe e l’effetto durò per alcune ore quando, con un tonfo sordo, il rifugio smise di muoversi. Dalla botta si ritrovarono a terra doloranti. Inoltre nel rifugio non c’era un buono odore, provateci voi a stare in una montagna russa perenne… anche i più forti di stomaco si sarebbero sentiti male! Le due ragazze uscirono, frastornate, dal rifugio anti-atomico per ritrovarsi in una landa che le lasciò, letteralmente, a bocca aperta. Davanti a loro videro colline ondulate ricche di campi verdeggianti e di boschi rigogliosi e case variopinte dalle strane fogge e colori. Alcune sembravano simili a quelle del villaggio dei Puffi, dalla forma a fungo, altre erano simili alle case dei villaggi giapponesi che si vedevano nei manga. Su tutta questa città incombeva un grande palazzo, uguale ai templi che si possono trovare nel Giappone. Una folla, di strani personaggi, si era radunata vicino a loro, a debita distanza. La cosa strana, per le nostre due eroine, era che tutti questi personaggi portavano i costumi dei personaggi dei manga, degli anime, dei videogiochi e così via dicendo. Dalla folla si fece avanti una donna, vestita interamente di nero, con un capello a punta lungo ed un bastone nodoso in mano.

“Avete distrutto la statua che mi ritraeva, brutte disgraziate! Ma ve la farò pagare, nessuno, infatti può scampare a me Liciadhora la temibile Strega dell’Est signora di tutti i draghi del Mondo di Oz!” urlò la strega che puntò il bastone verso Claudia che con un lampo colorato divenne un cagnolino. Bisogna dire che la povera Strega dell’Est era reduce da una brutta esperienza, infatti, si era recata alla Fiera dell’Est ed aveva comprato un topolino per fare un suo perfido incantesimo. Purtroppo l’aver comprato quel topolino aveva innescato tutta una serie di vicende che aveva coinvolto, tra gli altri, un gatto, del fuoco, un macellaio e l’Angelo della Morte. Insomma, era naturale che reagisse in questo modo… poi era cattiva. Laura guardò la sua amica che era stata trasformata in un chihuahua e l’orrore l’avvolse. La sua amica canide le aveva fatto la cacca sulle scarpe poi Laura si ricordò della strega e si mise ad urlare perché non voleva diventare un prendi-pulci ambulante.

“A te, invece” disse la strega malvagia “ti farò diventare qualcosa di viscido… tipo una” Splat. Liciadhora non poté finire la sua frase perché l’antenna della radio la spiaccicò e la ridusse in una poltiglia rossastra. Tutte queste emozioni fecero svenire Laura che cascò a terra e per poco non schiacciò la sua amica ora canide, Claudia. Quando si risvegliò la conduttrice di Radio Onda Medievale era attorniata da strani personaggi. Uno di loro, un ragazzo l’unico vestito in una maniera più o meno normale, la aiutò ad alzarsi in piedi.

“Ti ringraziamo per aver salvato il nostro paese, Cosplayland, dalla perfida Strega dell’Est e dai suoi draghi! Mi presento io sono il Borgo-Mastro del nostro villaggio che si chiama Lussuria del Cosplay. Queste due con me sono Noemi la nostra stilista ufficiale e Sbabby la migliore spadaccina di tutto l’est di Oz!”

Laura squadrò le due ragazze. La prima Noemi aveva dei capelli verdi, molto lunghi, ed un vestito nero molto elegante, mentre Sbabby aveva i capelli rosa, un vestito molto sexy e delle katane attaccate alle cosce. Ah si e poi erano due gnocche. Il primo pensiero di Laura non fu “Come posso far tornare normale la mia amica?” ma “Come posso tornare a Torino che a Natale c’è il nuovo episodio del Doctor Who?”, la nostra eroina lo chiese al Borgo-Mastro.

“Torino? Natale? Doctor Who? Non so di cosa tu stia parlando, ma vieni salvatrice della nostra patria, siediti a questo tavolo e mangia un po’ delle nostre leccornie. Aspettiamo che arrivi Giulia la Strega del Nord. Lei è buona e forse puoi aiutarti!” disse il Borgo-Mastro pulendosi i suoi occhiali da sole assai costosi. Le due cosplayers, così si chiamavano infatti gli abitanti di quella contrada, fecero sedere Laura davanti ad un tavolo imbandito con dei cibi tipicamente giapponesi. Lo stress del viaggio e dello scontro con la Strega dell’Est aveva fatto diventare la nostro protagonista assai affamata ed in poco tempo finì tutto ma si ricordò di dare qualcosa anche a Claudia. Quando Laura ebbe finito di mangiare si avvicinò una ragazza, dai capelli scuri e che vestiva uno strano vestito rosso che riconobbe essere “steampunk”. La strega sembrava minacciosa, aveva uno strano affare attaccato al braccio, fatto di vari tubi e da siringhe ben poco invitanti.

“Sono la Strega del Nord, Giulia ma qui mi chiamano anche come Doc Astaroth Menghele. Ho saputo dal Borgo-Mastro quello che hai fatto per la mia gente. Ti ringrazio, da sola non avrei mai potuto sconfiggere la Strega dell’Est e i suoi temibili draghi. Cosa posso fare te?”

“Vorrei tornare a casa e la mia amica è stata trasformata in un cane dalla Strega dell’Est… cosa devo fare?”

“L’unica cosa che puoi fare è andare dall’Imperatore di Oz, è un grande mago e sicuramente ti potrà aiutare. Purtroppo la mia magia non è abbastanza potente… sappiamo che altri come te sono venuti qui nel Mondo di Oz nelle ere passate ma non sappiamo come e se sono tornati al vostro mondo. Inoltre, dato che l’hai uccisa tu con la tua magia, ti spettano di diritto le orride scarpe rosse della Strega dell’Est. Inoltre…”

La Strega del Nord, prendendo di contropiede Laura, la baciò in bocca appassionatamente.

“Con questo bacio” continuò Astaroth ad una sorpresa conduttrice radiofonica “hai il mio marchio su di te, l’Imperatore di Oz saprà che la tua storia è vera!” detto questo la Strega del Nord scomparve in una nuvola di vapore e scintille.

“A me il bacio non lo da mai…” commentò acido il Borgo-Mastro che poi continuò dicendo a Laura che ancora non si era ripresa dallo shock “Per andare al Castello di Smeraldo dovrai seguire la strada lastricata d’oro. Non sarà difficile, ti daremo anche da mangiare. Purtroppo non posso darti una scorta, dobbiamo infatti scacciare i draghi e cercare di difenderci anche dal malvagio Stregone dell’Ovest… appena saprà che la sua alleata è morta ci darà addosso!” concluse mesto il Borgo-Mastro che era ancora contrariato per non aver ricevuto un bacio anche lui. La nostra protagonista pensò che doveva raggiungere in pochissimo tempo questo Imperatore di Oz per riuscire a tornare a Torino. Quindi salutò quella strana gente e con il suo cane si mise in cammino per la strada dorata. Passarono alcuni giorni di cammino in quella landa magica e strana, i cui campi non producevano grano o patate ma ramen già pronti e tranci di pizza calda. Ogni notte Laura veniva ospitata da chi aveva la casa a lato della strada, infatti le sue gesta ormai erano ben note e tutti i cosplayers volevano ripagare il debito che sentivano di avere con lei. Erano passati tre giorni da quando la nostra protagonista era atterrata in questo strano mondo, Laura stava camminando per il sentiero dorato quando sentì un lamento provenire da un campo lì vicino. Avvicinandosi si accorse che il lamento proveniva da uno spaventapasseri. Il fantoccio era infisso su un palo e si lamentava di continuo e in maniera assai lugubre. Le parole erano incoerenti ma era evidente che l’essere soffriva molto.

“Liberami da qui, ti prego, ho fame e non posso prendere da mangiare stando qui su!” disse lo Spaventapasseri la cui bocca, formata da una spaccatura rudimentale nel sacco di tela che era la sua testa, era irta di denti appuntiti ma di paglia. Laura scrutò quello strano fantoccio e notò che assomigliava molto agli zombie di Walking Dead. Il suo colorito era cinereo, gli occhi scarlatti e orlati di nero, la vista famelica. Non ci pensò due volte e liberò lo spaventapasseri, le faceva troppa pena e poi era leggerissimo e non fu un grande problema toglierlo dal palo.

“Grazie umana! Ti prometto che non ti mangerò il cervello! Io mi chiamo Marco e sono un spaventapasseri zombi!” esclamò il fantoccio tutto contento.

“Mi chiamo Laura… e quindi tu… mangi i cervelli?” chiese la ragazza che ora provava un po’ di paura.

“Si, purtroppo! Sono stato creato dalla malvagia Strega dell’Est per sorvegliare questo suo campo e mi ha reso uno zombie per rendermi più minaccioso. A me non piacciono nemmeno i cervelli, sono pieni di zucchero ed io sono diabetico! Se ci fosse un modo per liberarmi da questo fardello, lo farei volentieri!” disse lo spaventapasseri che intanto stava misurando mentalmente la grandezza cranica di Laura. Aveva subito scartato l’ipotesi di mangiare il suo cervello, troppo lavoro e poca resa.

“Vieni con me dall’Imperatore di Oz, mi hanno detto che è un potete mago. Io devo andare da lui perché voglio tornare nel mio mondo!” disse la ragazza che sperava di aver trovato qualcuno con cui condividere il viaggio.

“Verrò sicuramente con te, ho un debito con te e forse, poi, questo Oz potrà veramente salvarmi. Spero solo che la Strega dell’Est non venga a cercarmi!” e lo spaventapasseri sembrò davvero preoccupato da quell’ipotesi. Aveva una grande paura della strega. Laura gli spiegò come era arrivata ad Oz e come la strega fosse morta. Lo spaventapasseri quindi, ancora più convinto di prima, decise di seguire la ragazza e quello strano cane che abbaiava di continuo. Quella notte trovarono rifugio in un vecchio capanno nel bosco, lo spaventapasseri non dormì, non ne aveva bisogno, invece Laura dopo un breve pasto si addormentò accoccolandosi insieme al canide che una volta era la sua amica Claudia. Il mattino dopo, di buon ora, il gruppo si stava per rimettere in marcia quando Laura notò qualcosa di strano nella radura davanti a loro. Infatti c’era una sorta di statua, rossastra, che sembrava coperta di ruggine. La ragazza e lo spaventapasseri si avvicinarono e notarono che la statua, se poteva chiamarsi tale, era un essere robotico, seduto sulle ginocchia. Guardava in cielo con un espressione di odio negli occhi. Laura notò che l’essere era un cyborg, metà macchina e metà uomo, in qualche modo simile ai Borg di Star Trek.

“Aiu… ta… te… mi…” disse l’essere cibernetico spaventando assai i due che non si aspettavano che l’essere fosse vivo.

“Usb” disse poi il cyborg con la sua metallica e computerizzata. Laura allora si ricordò di aver visto una cosa fuori posto nel capanno. Cioè una chiavetta usb, che aveva preso e messo nello zaino che si portava dietro con il cibo. Prese quindi la penna e la infilo nel petto del cyborg dove c’era una presa apposita, all’altezza del cuore.

“Reboot in corso. Si prega di attendere.” subito dopo gli occhi dell’essere robotico divennero interamente blu come una certa e nota schermata del sistema operativo di una certa ditta americana.

“Non piantarmi in asso OS!” esclamò quindi il computer-umano per lo stupore di Laura e dello spaventapasseri. Passarono i minuti e sembrò che non fosse successo nulla. Poi all’improvviso il cyborg si alzò in piedi, sgranchendosi le giunture e scrostandosi la crosta rossiccia che lo ricopriva.

“Grazie per avermi salvato. Se non fosse stato per voi sarei rimasto per sempre in questa radura!” disse l’essere porgendo la mano a Laura e allo spaventapasseri e poi continuò “mi chiamo Luca e sono stato trasformato in un cyborg dal malvagio Stregone dell’Ovest, Francesco Falcone!”

Ora Laura guardò meglio questo strano essere che sembrava sbucare da un telefilm sci fi, era alto, magro, le sue parti robotiche spiccavano sul pallore della sua pelle grigia e screpolata, inoltre al posto della mano sinistra aveva una sorta di tronchese gigante.

“Come mai ti ha trasformato in un essere del genere?” chiese lo spaventapasseri ponendo una domanda che avevano in mente sia lui che Laura.

“Perché ero uno scrittore migliore di lui, quindi mi ha trasformato in un cyborg, senza emozioni, senza sentimenti. Sono riuscito a continuare la mia carriera e i miei libri vendevano ancora più dei suoi quindi mi ha mandato contro le sue terribili scimmie volanti urlatrici. Mi hanno uplodato un virus molto potente chiamato “gangnam style”. Solo il disco di ripristino mi poteva salvare ma il virus ha bloccato ogni mia funzione motoria. Prima di soccombere sono riuscito a ferire alcune delle scimmie, ormai sono passati dieci anni. Mi chiedo come vadano i miei libri adesso… il problema è che, per quanto scriva meglio del malvagio stregone, voglio tornare normale. Scrivere libri senza sentimenti è una tortura terribile!” esclamò sconsolato il cyborg.

“Ti possiamo aiutare noi!” disse Laura che continuò dicendo “Noi siamo diretti verso il Castello di Smeraldo dell’Imperatore di Oz. Abbiamo tutti delle richieste per lui, forse può aiutare anche te!”

“Verrò con voi. Per quanto non abbia più sentimenti, devo in qualche modo ricompensare il vostro aiuto.” Ora il gruppo contava quattro soggetti, tutti molto strani, che si avventuravano sul sentiero dorato. Per loro era facile, ma il sentiero dorato non è affatto semplice da seguire, infatti ne sa qualcosa un certo Paul Atreides! Ma torniamo ai nostri eroi, il gruppo adesso formato da Laura, Claudia in forma canide, Marco lo Spaventapasseri zombie, Luca il cyborg, era diretto verso il Castello di Smeraldo dimora dell’Imperatore di Oz. Erano passati alcuni giorni dall’arrivo dell’ultimo membro del gruppo, i campi stranamente coltivati di ramen e pizza avevano lasciato il posto ad un bosco fitto e irto di vegetazione. In certi punti la strada era stata invasa dai rampicanti e da altre piante e solo grazie agli attrezzi del braccio multiuso del cyborg riuscivano a passare e a continuare il cammino. Ormai il cibo per Doro… ehm Laura e il canide stava finendo, la loro era stata l’ultima colazione, poi si sarebbe dovute accontentare delle bacche e dei frutti che avrebbero trovato nella foresta. Laura stava fantasticando su alcune cose che voleva mangiare quando sarebbe tornata a Torino quando, improvvisamente, davanti a lei e al resto del gruppo apparve, spiccando un balzo dal bosco circostante, un leone gigantesco. Il ruggito della belva fece spaventare così tanto il gruppo che tutti si ritrovarono con il sedere per terra. Il leone si apprestò ad avventarsi su Laura ma all’improvviso si fermò e fu scosso da violenti tremori.

“Non posso farlo! Non posso farlo! Non posso mangiare la carne… non ci riesco proprio! Sono vegetariano… e il re della foresta non può essere vegetariano!” esclamò il leone affranto iniziando anche a piangere.

“Mi hai fatto prendere un colpo bestiaccia!” esclamò Laura rimettendosi in piedi.

“Perdonatemi nobile umana, è che se non caccio qualche preda, gli altri animali del bosco hanno detto che non sarò più loro re. E come farò ad allevare i miei figli?” chiese il leone affranto.

“Quanti figli hai?”

“Nessuno, nobile spaventapasseri… ma non si sa mai nella vita! Poi, il colmo della sfortune, sono pure celiaco e quindi la mia scelta di cibi è molto limitata!” piagnucolò ancora il leone. Ormai aveva formato una pozza di lacrime così grande che il cyborg portò in alto Claudia. Poteva ben finire affogata!

“Perché non vieni con noi dall’Imperatore di Oz al Castello di Smeraldo? Ci andiamo tutti per chiedergli qualche cosa di particolare… forse a te ti potrà far diventare carnivoro!” disse Laura che ora aveva preso a cuore questo povero animale. Le ricordava un po’ il suo defunto amico Fab.

“Oh, sarebbe un onore! Io mi chiamo il Leone Fabuloso, ma tutti mi chiamano Fab!” e allungò la zampa che Laura, e poi tutti gli altri, strinsero. Quindi si rimisero tutti in cammino sulla strada dorata, grazie al nuovo arrivato, Laura e il suo canide riuscirono a mangiare qualcosa di meglio delle bacche. Infatti il leone conosceva alcuni tuberi e altri frutti commestibili che era possibile trovare durante la strada. Erano passati tre giorni da quando avevano incontrato il re del bosco, quando il gruppo seguendo la strada dorata si trovò in una strana e tetra radura. Nel bel mezzo di questa radura, ricca di alberi nodosi e ritorti, si trovava un tavolo imbandito per il thè delle cinque del pomeriggio. Non mancava niente, dai biscottini, alla marmellata e al burro. Due loschi individui stavano gustando il thè. Uno era un uovo gigante da cui spuntavano delle braccia e delle gambe umane. Stava seduto sul tavolo e stava mangiando con gusto dei biscottini al cioccolato. L’altro era seduto su una sedia accanto a lui. Apparentemente era un umano normale ed era vestito riccamente, come un nobile. Stava parlando ma sembrava che il suo compagno non fosse molto contento di ascoltarlo. Quando si accorsero del gruppo i due si zittirono e quello vestito da aristocratico fece segno ai nuovi venuti di avvicinarsi.

“Venite avanti popolani, io sono il Duca Barbi e questi è il mio amico Tanabrus! Siamo lieti di avervi qui alla nostra tavola, per quanto non sia nostra ma del compianto Cappellaio Matto. Sedetevi pure e gustate questo thè leggermente allucinogeno che viene direttamente dal Paese delle Meraviglie!”

Il Duca stava continuando a parlare quando venne interrotto dallo spaventapasseri.

“Ma voi… non siete dei personaggi del racconto di Natale dell’anno scorso?” chiese dubbioso.

“Oh si, ma, beh in questo vostro racconto c’è carenza di grandi personaggi e quindi ci hanno mandato qui per dar manforte. Poi, purtroppo, i protagonisti dello scorso racconto sono diventati tutti famosi ed ora sono tutti impegnati in altre produzioni. La crisi, poi, ha tagliato il budget, per questo si riutilizza un set dell’anno scorso!”

Questo volta il Duca Barbi venne interrotto dal leone Fab.

“E tu… Duca… non eri morto? Ricordavo che la Regina di Cuori ti aveva tagliato la testa. Te l’hanno riattaccata con lo spago?” esclamò la belva feroce concludendo con una risata.

“Oh, già, dimenticavo. Sono morto!” urlò il Duca sconvolto. La sua testa si staccò dal corpo e cadde con un tonfo sul tavolo facendo sbilanciare Tanabrus che cascò in terra. Il guscio ormai spaccato, i suoi organi vitali sparsi per tutto il suolo, l’uovo-uomo sapeva di star per tirare le cuoia e sapeva che doveva dire una frase celebre per essere ricordato dai posteri. Quindi disse:

“Ricordatemi perché non mi sono mai piaciuti i libri di Licia Troisi!” e detto questo esalò il suo ultimo respiro, forse.

“Io mi mangiò il cervello dell’uovo… ho una fame da lupi!” disse lo spaventapasseri, che appena aveva visto quel cervello succulento, non aveva potuto far nulla che soccombere alla fame.

“… sono ancora vivo in realtà…..” e queste furono davvero le ultime parole di Tanabrus.

Dopo che lo spaventapasseri, per l’orrore dei suoi amici, ebbe finito di mangiare anche il cervello del Duca Barbi, il gruppo si rimise in cammino e quando il sole stava per calare arrivarono al Castello di Smeraldo. Laura pensava che il castello non fosse veramente di smeraldo, invece era proprio così. La magione scintillava di verde anche alla morente luce solare, se fosse stato pieno giorno probabilmente la sua lucentezza sarebbe stata anche troppo forte da sopportare. Il castello, notò la conduttrice radiofonica, assomigliava molto al famoso castello tedesco di Neuschwanstein in Baviera. Le bandiere garrivano al vento sulle tozze torri che svettavano in cielo. Ad uno dei cancelli vennero fermate da alcune guardie, interamente vestite di verde e quindi poi furono portati nell’ufficio del Guardiano dei Cancelli. L’uomo era un tipo in carne, con una folta barba scura, che stava bevendo un boccale di birra altrettanto scura. Anch’egli era vestito di verde e indossava un panciotto che non nascondeva la sua pancia prominente.

“Mi chiamo Eleas e sono il Guardiano dei Cancelli del Castello di Oz. Cosa ci fate qui?” chiese l’uomo da dietro una piccola scrivania in legno che a confronto con la sua stazza sembrava un banco di un bambino delle elementari.

“Siamo venuti a chiedere udienza al grande Imperatore di Oz, abbiamo tutti un desiderio da chiedergli.” disse Laura a nome di tutto il gruppo.

“L’Imperatore di Oz non riceve la gente normale senza…” stava dicendo Eleas, che però si fermò di colpo quando guardò le labbra della ragazza e quindi riprese “il simbolo della Strega del Nord, quindi siete voi che avete sconfitto la malvagia Strega dell’Est! Potete entrare nel castello senza problemi e farò in modo che domani mattina potrete vedere sua signoria. Siete ospiti nostri. Ma prima di tutto mettetevi questi occhiali protettivi. Qui infatti le pietre sono normale giada, ma all’interno è tutto fatto di smeraldo. Senza occhiali la lucentezza degli smeraldi uniti alla luce del sole vi accecherebbero! Poi se volete comprare qualcosa dell’Apple, di cui sono l’unico rivenditore autorizzato qui ad Oz, mi fareste un favore!”

Così per la prima volta da molti giorni Laura riuscì a dormire in un letto comodo, tra lenzuola pulite, aspettando l’indomani mattina di incontrare questo Imperatore che, forse, l’avrebbe aiutata a tornare a casa.

La mattina successiva, dopo una lauta colazione, Laura, per prima, poté incontrare l’Imperatore di Oz nella sala del trono del castello. La sala del trono era gigantesca, all’inizio c’era una sorta di pronao, come nei templi dell’antica Grecia, poi c’era una lunga stanza con una serie di doppie colonne doriche. Le colonne erano alte almeno venti metri. La luce del sole, che penetrava da delle grandi finestre poste in alto, era di vari colori a causa dei mosaici che ornavano i vetri delle finestre. In fondo alla lunga sala c’era un trono magnifico, sembrava un blocco di smeraldo intero che poi era stato plasmato da delle mani sapienti. Accanto al trono c’era un essere che, anche nella sua più fervida immaginazione, Laura non si sarebbe mai aspettata di trovare. Un diavolo scarlatto, provvisto di corna, artigli, e tutto quello che si può aspettare da un demone sexy e lussurioso come Mad Dog.

“Tu sei la piccola umana… io mi chiamo Mad Dog e sono la guardia del corpo dell’Imperatore di Oz. Adesso si mostrerà ai tuoi patetici occhi mortali! Ammira la potenza del grande Oz!” esclamò con voce assolutamente fantastica e sexy il demone. Che poi si toccò il pacco, giusto per darsi un tono. E dal nulla, al centro del trono, apparve un uomo vestito interamente di verde, con una sorta di completo militare vecchio stile. Uno stile un po’ ottocentesco. Il verde ovviamente era verde smeraldo. In faccia aveva una maschera di porcellana sempre dello stesso colore, completamente liscia. E senza alcuna fessura.

“Vedo che hai lo stemma della Strega del Nord sulle tue labbra. Un onore che viene concesso a poche persone e che Mad Dog si rammarica, ancora, di non aver ricevuto. Hai fatto molto per me uccidendo la malvagia Strega dell’Est, quindi parla e se potrò fare qualcosa per te, lo farò volentieri… ma sappi che ben altri problemi mi assillano, quindi forse non sarò in grado di adempiere alla tua richiesta…” disse l’Imperatore di Oz con una voce neutra e fluida.

“Voglio tornare a Torino e la mia amica Claudia è stata trasformata in un animale dalla malvagia Strega dell’Est… lei mi può aiutare?” chiese Laura vogliosa di tornare finalmente a casa dove poteva mangiare qualcosa di sano e nutriente che le mancava tanto. La Nutella.

“Mi piacerebbe farti tornare a Torino e mi piacerebbe anche a me tornare sulla Terra ma purtroppo non posso aprire portali verso altre dimensioni finché il malvagio Stregone dell’Ovest non viene sconfitto. Sto facendo di tutto per fermarlo e non posso usare la mia magia in altri incantesimi finché lui non sarà sconfitto. Quindi ecco l’accordo… uccidi per me lo Stregone dell’Ovest e portamene la prova ed io poi potrò aiutarti… ora fa venire, uno alla volta, gli altri tuoi amici, così sentirò quali sono le loro richieste.”

Laura uscì sconsolata dalla sala, pensava infatti che la sua avventura nel mondo di Oz fosse finita, invece sembrava che fosse appena cominciata. Quando disse ai suoi amici quanto era successo, gli altri cercarono di tirarla un po’ su di morale e gli dissero che avrebbero fatto di tutto per far in modo di cambiare idea all’Imperatore di Oz.

“Gli mangerò il cervello!” disse lo spaventapasseri.

“Gli toglierò il cuore!” disse, invece, il cyborg.

“Lo mangerò!” esclamò il leone accompagnando il tutto con un possente ruggito.

I tre amici di Laura, infatti, pensavano che, per quanto l’Imperatore di Oz dovesse essere un mago potente, nulla avrebbe potuto contro di loro che erano ben più forti di un normale umano. Quindi fu la volta dello spaventapasseri, che entrò baldanzoso nella grande sala. Già sapeva cosa l’aspettava ma rimase deluso e sotto shock da quello che vide. Il demone cornuto era sempre lì e lo introdusse all’Imperatore di Oz ma invece dell’uomo con la maschera di porcellana c’era sempre un uomo ma era molto più minaccioso. Non si vedeva bene cosa indossasse, c’era come una foschia ombrosa che lo precludeva alla vista. Si capiva che era alto e magro e che indossava qualcosa che aveva una sorta di cappuccio. L’unica fonte di luce ora nella grande sala del trono, perché il sole si era oscurato all’improvviso quando era comparso il potente mago, era una sigaretta che l’Imperatore di Oz, fumava con tranquillità. La sigaretta non finiva mai e non perdeva cenere. Lo spaventapasseri era spaventato come non mai, infatti l’unica cosa che temeva era il fuoco. Una scintilla sola e sarebbe bruciato e morto in pochi secondi. Guardò con terrore l’Imperatore di Oz. Capì che era una persona con cui era meglio non scherzare. L’Imperatore lo guardò e un sorriso sardonico gli attraverso le labbra. A quel punto, una voce gutturale e profonda, che apparteneva al demone cornuto disse:

“L’Imperatore di Oz non vuole parlare con te in questo momento. Non ne ha bisogno, sa già cosa ti serve. Un cervello vero per sostituire la tua fame di cervelli umani. Lo può fare ma dovrai accompagnare Laura nella sua missione di uccidere lo Stregone dell’Ovest. Ora vai e vai a dire al cyborg che lui è il prossimo a dover entrare!”

Lo spaventapasseri era così impaurito che non se lo fece ripetere due volte e tornò volentieri dai suoi amici riferendogli quello che era successo.

“Non mi fa paura” disse il cyborg che continuò “è sempre umano, in qualunque forma lui appaia. Vedrete che riuscirò a farmi dare quel che voglio e che volete anche voi!”

Così anche il cyborg entrò nella sala del trono, ma anche lui non trovò quello che si stava aspettando. C’era si il demone, che faceva sempre la sua porca figura, ma al posto di uomo, in qualunque sua forma, sul trono apparve una ragazza con delle ali nere lucenti. La sua bellezza era indescrivibile, sembrava un angelo ma non un angelo del Paradiso, ma un angelo dell’Inferno, tanto bello quanto letale. I suoi capelli corvini scendeva flessuosi fino alle spalle nude. Gli occhi neri scrutavano il cyborg senza cattiveria ma con compassione. Il corpetto nero e i pantaloni di pelle nascondevano a stento un corpo di estrema bellezza.

“Adesso sono diventato Morte, il distruttore di mondi.” disse la ragazza con una voce angelica ma che scottava le orecchie e faceva male al cervello.

“Ti presento Liz, l’Angelo della Morte, caro il mio cyborg senza cuore… di pure a lei quali sono le tue richieste!” disse il demone cornuto che si divertiva veramente a tormentare questi poveri questuanti.

“Sono stato privato dei sentimenti… è come se non avessi più un cuore, lo rivoglio indietro e solo l’Imperatore di Oz mi può aiutare!” esclamò il cyborg che era impaurito dall’Angelo della Morte. Infatti il povero essere cibernetico aveva paura che, essendo ormai privo di sentimenti, fosse anche privo dell’anima e che quindi quando fosse morto, sarebbe morto per sempre e non ci sarebbe stata una vita dopo la morte.

“Accompagna Laura nella missione che le è stata data e avrai ciò che vuoi.” disse l’Angelo della Morte senza tanti complimenti. Il cyborg andò via dalla stanza a passi lenti, senza avere il coraggio di guardarsi indietro. Ormai le abilità di trasformazione dell’Imperatore di Oz stupivano sempre di più il gruppo di amici ma non il leone che sprezzante disse:
“Sia uomo o donna io gli salterò addosso e lo obbligherò ad esaudire i nostri desideri!” e detto questo entrò nella stanza con un ruggito. Anche lui, se avete capito anche voi l’antifona, non trovò quello che si aspettava. Si c’era sempre il bel demone da una parte che non si curò affatto del ruggito, ormai era annoiato e voleva andare a mangiare qualcosa. Un cane ad esempio. Il leone era pronto a balzare sul trono appena si fosse palesata una forma umana ma improvvisamente comparve una palla di magma ribollente. Il re della foresta non sapeva come comportarsi come avrebbe fatto ad affrontare un nemico del genere?

“Leone so qual è la tua richiesta e la mia proposta è sempre la stessa, aiuta Laura ad uccidere lo Stregone dell’Ovest ed io esaudirò il tuo desiderio. Ora va via e portate la vostra risposta domani mattina a Mad Dog!” e detto questo la bolla di magma ribollendo scomparve. Per tutto il resto del giorno il gruppo di amici parlò su cosa fare, alla fine l’unica opzione che gli rimase era di accettare l’offerta dell’Imperatore di Oz e di partire per fare la missione che gli aveva assegnato. Decisero di partire subito l’indomani mattina appena dopo aver parlato con il demone. Mad Dog li ricevette direttamente nella grande sala stravaccato sul trono.

“Abbiamo deciso… andremo ad uccidere lo Stregone dell’Ovest.” disse Laura un po’ sconsolata, infatti dal giorno prima non trovava più Claudia. Chissà dove si era cacciata! Proprio in quel momento, mentre il demone si rialzava, sentì il guaito che ormai conosceva benissimo. Quello di Claudia in forma canide. E sembrava provenire dalla pancia di Mad Dog.

“Hai mangiato la mia amica?” chiese, bellicosa, Laura.

“Mangiato, che parolona. Attualmente l’ho dislocata nel mio stomaco. Si troverà bene. Due giorni fa ho mangiato un altro cane, forse è ancora vivo. Faranno amicizia!” esclamò il demone cornuto che però poi dovette stravaccarsi di nuovo sul trono.

“Sapete dopo aver… dislocato il tuo cane nel mio stomaco… ho un certo mal di pancia…”

Poi la situazione divenne sanguinolenta, con un rumore di ossa rotte e di carne lacerata, come un novello Alien, il cane in cui Claudia era stata trasformata, emerse dalla pancia del demone cornuto urlante.

“Oh no, non di nuovo!” esclamò Mad Dog. Infatti non era la prima volta che del cibo mangiato dal famoso demone cornuto si rifiutasse di venir mangiato e si scavava la sua via verso la salvezza. Dopo che ebbero superato questo piccolo incidente, questa compagnia di malati di mente, partì alla volta della landa di Mondador, verso il castello di Monta-Dûr, la dimora dello Stregone dell’Ovest. Per i primi giorni di viaggio si trovarono ancora nella contrada del Castello di Smeraldo. I frutti degli alberi erano tutti verdi, mele, pere, peperoni, carote. Tutto assolutamente verde e commestibile. Poi pian piano la vegetazione verdeggiante lasciò il posto ad un terreno brullo e incolto, ricco di alberi scheletrici e di cespugli spinosi. Più si avvicinavano a Monta-Dûr e più gli animali scarseggiarono, non incontravano più nessun abitante. Poi un giorno, quando la foschia della prima mattina si diradò, poterono vedere il sinistro castello dello Stregone dell’Ovest. La magione era scolpita nel granito nero, immensa, alta e con un’unica torre che finiva con una copula con reminiscenze gotiche. Sulla sommità della copula c’era una scultura, un’arpa immensa. Dalla sommità della Copula delle Muse, lo Stregone Francesco Falcone vide l’arrivo del gruppo. Sapeva bene chi fossero, aveva le sue spie nel Castello di Smeraldo. La sua risata sinistra e prodigiosa fece tremare i servitori vicino a lui. L’estasiato mago, infatti, pensava che poteva facilmente sconfiggere questo gruppi di bizzarri avventurieri. Ordinò alla sua muta di lupi mannari di attaccare il gruppo che era entrato nella sua terra. Il capo dei licantropi era un mago avversario dello Stregone dell’Ovest, che era stato battuto e trasformato con potenti incantesimi in un fedele servitore del Signore di Monta-Dûr. Quello che una volta era il Signore delle Arti Mistiche del Mondo di Oz, il Dimitri Supremo, guidò il branco di feroci lupi mannari sui nostri poveri protagonisti. Lo Stregone dell’Ovest guardò compiaciuto pensando che ormai aveva vinto ma si dovette ricredere. Il cyborg riuscì a sconfiggere tutti i licantropi con un sol colpo, una spruzzata di argento colloidale e tornarono tutti umani e ignudi. Quindi lo Stregone decise di mandare contro il gruppo di Laura i suoi possenti corvi giganti. Il capo di questi uccelli era anche lui un vecchio avversario del Stregone, Il Saggio Prete della Fede Tarenziana. Anche lui era stato trasformato in un essere mostruoso al servizio dello Stregone dell’Ovest. Anche questa volta, però, i servi del Falcone vennero battuti. Questa volta ci pensò il leone che con un possente ruggito fece cadere tutte le piume dei corvi giganti. Lo Stregone dell’Ovest, spazientito, decise allora di usare le sue api umane. L’Ape Regina era una famosa maga, Ninna la Blogstar, che era stata, anch’essa, sconfitta dal terribile incantesimo che aveva sconfitto tutti gli altri e poi era stata trasformata in un’ape-umana. Ma anche questa terza volta, i propositi dello Stregone dell’Ovest andarono in malora. Fu lo spaventapasseri, questa volta, che vinse la contesa con un fischio molto potente, fece disorientare le api e le fece svenire. Francesco Falcon era davvero arrabbiato, decise di usare l’unica arma che gli rimaneva le Scimmie Urlatrici Volanti™ del Progetto Cryzalide. Il Progetto era capitanato dal perverso Dottor Valbe-Rizi, il quale si presentò mezzo ubriaco al suo Signore, come sempre d’altronde. Lo scienziato aveva una brocca di grappa sottobraccio.

“Dobbiamo dispiegare le sue creature dottore, lo faccia immediatamente!” berciò lo stregone che, innervosito, prese la brocca di grappa e se la scolò in un sol sorso.

“Si, hic, Stregone. Vado subito, hic!” disse barcollando il Dottore avviandosi verso il suo laboratorio che ricordava tanto quello di un certo Dottor Frankenstein. Valbe-Rizi liberò le terribili Scimmie Urlatrici Volanti™ dalle loro gabbie e le mandò all’attacco del gruppo guidato da Laura. Questi esseri era un vile incrocio tra umani e scimmie, pelosi, con braccia possenti e ali di pipistrello. Anche questi prodigi orridi della scienza erano stregoni avversari dello Stregone dell’Ovest, erano quattro e i loro nomi erano: Leonardo, Paolo, Francesco e Dorotea. Ora erano costretti ad adempiere al volere dello Stregone dell’Ovest ed erano stati tutti sconfitti dallo stesso incantesimo che aveva sconfitto tutti gli altri stregoni che erano caduti sotto le grinfie dello Stregone dell’Ovest. Questa volta gli amici di Laura non poterono nulla contro le Scimmie Urlatrici Volanti™. Il cyborg venne infettato di nuovo da un virus potente, lo spaventapasseri smembrato, il leone malmenato così tanto che sembrò morto. Le Scimmie Urlatrici Volanti™ stavano per arrivare a Laura per buttarla giù in un burrone quando gli venne l’ordine mentale da parte dello Stregone dell’Ovest di portarla al Castello di Monta-Dûr. La ragazza e Claudia in forma canide vennero prese senza tanti complimenti dalle possenti zampe delle scimmie e portate sulla balconata della Copula delle Muse dove, in attesa, si trovava lo Stregone dell’Ovest. Laura, per la prima volta, poté vedere per bene il suo avversario, che ormai sembrava aver vinto. Lo Stregone dell’Ovest era un uomo come molti altri, statura nella media, corporatura nella media ma quello che indossava era strano. L’uomo aveva una vesta con mantello e cappuccio tutti neri come la pece, solo i bordi dell’abito erano di un altro colore, un rosso scarlatto. Per quel che si poteva vedere dei polsi indossava delle borchie e aveva alcuni strani anelli nelle dita delle mani.

“Allora ecco qui l’umana che ha osato uccidere la mia fida alleata la Strega dell’Est. Ora farai la fine peggiore che possa capitare ad un mio avversario! Proverai sulla tua pelle l’incantesimo che ha sempre reso inermi tutti i miei avversari! Dottor Valbe-Rizi prepari le Scimmie Urlatrici Volanti™!” Detto questo il buon, si fa per dire, scienziato e le scimmie si misero ai lati dello Stregone e poi… beh… lo Stregone dell’Ovest iniziò a cantare e a ballare quando una musica partì dagli altoparlanti dell’oscuro castello. Una canzone di Madonna “Like a Prayer”. E i suoi sgherri ballavano a ritmo della musica accompagnando il loro malvagio signore. Ecco per chi non conosce il testo della canzone che aveva sottomesso intere orde di maghi del Mondo di Oz!

Life is a mystery, everyone must stand alone
I hear you call my name
And it feels like home

Chorus:

When you call my name it’s like a little prayer
I’m down on my knees, I wanna take you there
In the midnight hour I can feel your power
Just like a prayer you know I’ll take you there

I hear your voice, it’s like an angel sighing
I have no choice, I hear your voice
Feels like flying
I close my eyes, oh God I think I’m falling
Out of the sky, I close my eyes
Heaven help me

(chorus)

Like a child you whisper softly to me
You’re in control just like a child
Now I’m dancing
It’s like a dream, no end and no beginning
You’re here with me, it’s like a dream
Let the choir sing

(chorus)

Just like a prayer, your voice can take me there
Just like a muse to me, you are a mystery
Just like a dream, you are not what you seem
Just like a prayer, no choice your voice can take me there

Just like a prayer, I’ll take you there
It’s like a dream to me

Laura poteva ben capire perché questo incantesimo potente aveva reso inermi tutti gli stregoni che si erano confrontati con lo Stregone dell’Ovest. Infatti lo Stregone dell’Ovest era terribilmente stonato e faceva male alle orecchie sentirlo. Inoltre era così egocentrico che la canzone la cantava pensando a se stesso come referente! Poi vederlo ballare con i suoi sgherri faceva sanguinare gli occhi. La ragazza si stava sentendo male, sentiva che era la fine del suo viaggio, che sarebbe morta lì. E non aveva tutti i torti. Pure io ho paura di restarci secco. Ma sapete che vi dico? Chissene fotte delle ricompense che mi ha promesso lo Stregone dell’Ovest. Non c’è la faccio a resistere, è terribile, credo che il mio cervello sia arrivato nella dita dei piedi. O peggio. Arghhhhhh

All’improvviso Laura si trovò nella mani un secchio con dell’acqua e sentì una voce sensuale e profonda dirle:
“Cazzo, lanciagli l’acqua, lo fermerai. Ti prego il cervello mi sta uscendo dalle orecchie!”

“Mad Dog?” chiese la ragazza.

“No, tu torna dentro cazzo! Fallo subito!” urlò ancora il demone che sapete non è bello quando il cervello cerca di scappare dal tuo corpo. Laura quindi lanciò l’acqua addosso al mago che si mise subito ad urlare dal dolore. Ecco vedete non era acqua ma acido solforico… e un po’ di acido muriatico. E anche un po’ di… si bava di Alien. Ahò dovevo esse sicuro che schiattasse. Mad Dog apparve accanto alla ragazza e le diede una pacca sulla spalla così forte che la fece cadere per terra e si congratulò con lei per la buona riuscita della missione.

“Traditore! Eravamo alleati!” berciò Francesco Falcon che si stava liquefacendo in una pozza maleodorante.

“Poveraccio il dolore lo fa straparlare!” disse Mad Dog che intanto stava camminando lentamente all’indietro senza farsi notare.

“Don’t cry for me Oz! Blub blub…” furono le ultime parole del malvagio mago.

Le Scimmie Urlatrici Volanti™ festeggiarono la loro liberazione dal giogo dello Stregone dell’Ovest.

“Vi potrò anche far tornare normali umani… però prima fatemi fumare questa sigaretta. Francesco Falcon me lo impediva perché credeva che con tutta la grappa che mi bevo bastava una scintilla per farmi esplodere. Che sciocchezze, io sono uno scienziato e queste cose non succedono!” disse Valbe-Rizi accendendo una sigaretta. Dicono che quel giorno la palla di fuoco che si sprigionò dal corpo esploso del dottore si vide persino dal Castello di Smeraldo. Le Scimmie Urlatrici Volanti™ decisero di aiutare Laura e i suoi amici. Rimisero in sesto il cyborg e lo spaventapasseri e aiutarono il leone a guarire. In pochi giorni erano di nuovo pronti a tornare al Castello di Smerlando dall’Imperatore di Oz, il quale li ricevette immediatamente e si congratulò con loro per la buona riuscita della missione. Disse che avrebbe subito aiutato gli amici di Laura e poi avrebbe fatto in modo che lui e Laura potessero tornare nel loro mondo. Allo spaventapasseri diede un cervello vero e lo curò dalla sua condizione di zombie. Al cyborg diede un cuore vero e la possibilità di tornare da avere sentimenti. Il leone venne curato con la magia e la tecnologia e riuscì di nuovo a mangiare la carne. Fece tornare umani anche tutti quelli che lo Stregone dell’Ovest aveva trasformato in esseri mostruosi. Inoltre fece in modo che lo spaventapasseri regnasse sul Castello di Smerlando dopo di lui. Il leone sarebbe tornato nella sua foresta come re di fatto. Invece al cyborg era stato il compito di far tornare una bella landa Mondador. Ormai era tutto pronto per la partenza e Laura salutò i suoi cari amici di avventure. L’Imperatore l’aveva ammonita, i portali sono instabili ed una volta aperti bisogna andare subito dentro, senza esitare. L’incantesimo era pronto, il portale apparve dal nulla, un gorgo vorticante di nuvole verdi smeraldo. Proprio in quel momento Laura si ricordò della sua amica Claudia, era ancora in forma di cane e non sapeva dove fosse. Si mise a cercarla e quando arrivò al portale ormai questi stava collassando. L’Imperatore si buttò in tempo dentro ma Laura non fece in tempo. Sentì la voce dell’Imperatore di Oz, distorta, che le diceva:

“Vai dal Barone Adriano, lo Stregone del Sud, lui saprà come farti tornare a casa. Addio Laura!”
Sul terreno dove si era aperto il portale la ragazza trovò la maschera di porcellana verde che aveva indossato l’Imperatore di Oz in tutta la sua esistenza nel Mondo di Oz. Ancora una volta Laura chiese aiuto ai suoi amici e con l’assistenza degli stregoni che erano stati liberati dagli incantesimi dello Stregone dell’Ovest, il gruppo si trovò direttamente davanti alla Magione della Zentropia. Questo castello sfidava ogni logica, sembrava preso direttamente da uno di quei rompicapi senza fine. Torri che invece di svettare in cielo, rigirate, sbucavano dal nulla e toccavano terra con il tetto. Scale che portavano ad un salto di decine di metri, altre che partendo da una finestra di una torre, facevano una giravolta e tornavano nel loro stesso percorso formando uno strano otto. Sembrava uno di quei quadri in cui ci sono scale e porte in posizioni impossibili. Al cancello che si trovava sospeso in aria e ci si arrivava attraverso una scala in pessime condizioni, vennero fatti accedere all’interno del castello. Dopo aver girovagato per sale che si trovavano con il soffitto per pavimento e il pavimento per soffitto, arrivarono nell’harem del Barone Adriano. Qui attorniato da una folla di belle ragazze svestite c’era lo Stregone del Sud. Il Barone Adriano, dal ventre prominente e dalla barba incolta e lunga, accolse con calore i nuovi arrivati. Disse che stava festeggiando la fine della dittatura dello Stregone dell’Ovest. Ormai erano giorni che festeggiava. E non aveva intenzione di smettere. Il Barone Adriano indossava solamente un accappatoio dorato riccamente decorato. Poi aveva un tirapugni d’oro in ogni mano con le scritte “Barone” e “Adriano”. Inoltre aveva delle catene d’oro che avrebbero fatto piegare persino il collo di Mr. T. Dopo aver sentito le richieste di Laura ed essersi aggiustato con un movimento assai intellettuale gli occhiali, il Barone Adriano parlò:

“Quelle orride scarpe rosse che indossi erano della Strega dell’Est. Basta che le sbatti tra loro per tre volte, desideri di trovarti a casa e sarai in questa città che chiami Torino. Per la tua amica, tornerà normale, una volta che sarete nel vostro mondo. Ti ringrazio per quel che hai fatto per noi ma ora devo continuare l’orgia che hai interrotto!”

Appena la ragazza fu fuori dalla Magione della Zentropia, prese in braccio la sua amica Claudia, salutò con calore gli amici che l’avevano accompagnata in questa avventura e poi fece quello che gli aveva detto di fare il Barone Adriano. Un tornado, come quello che l’aveva portata nel mondo di Oz, l’avvolse e la sollevò in aria. Rapidamente andò in alto fino a che non vide tutto il Mondo di Oz. La terra dei cosplayers, il Castello di Smeraldo, Mondador, la Magione della Zentropia poi tutto scomparve in un caleidoscopio di colori. Quando riaprì gli occhi la sorpresa fu grande, prima di tutto Claudia era tornata umana e poi si trovava a casa. O quasi. Aveva desiderato di essere a Londra. E così era. Si trovava nella capitale del Regno Unito. Proprio in una via accanto alla famosa Trafalgar Square. Le due ragazze si abbracciarono contente di essere tornate nel loro mondo, quando una carrozza le investì e le uccise sul colpo. Nella carrozza, fantasma, viaggiavano gli spiriti della Regina Thirrin e dell’Ambasciatrice del Gran Ducato di Toscana, Viola Vitalis. Erano in ritardo per il ballo in onore dell’Ambasciatore di Dakar e della sua meravigliosa moglie. Nessuno degli occupanti si accorse di quanto avvenuto. La carrozza continuò il suo viaggio silenzioso e senza fine verso la residenza dell’Ambasciatore di Dakar.

The End

Personaggi ed interpreti

Laura: Laura

Claudia: Claudia

Fab: se stesso e il Leone Fabuloso

Marco Varuzza: Lo spaventapasseri

Luca Azzolini: Il cyborg

Licia Troisi: La Strega dell’Est

Francesco Falconi: Lo Stregone dell’Ovest

Francesco Roghi: L’Imperatore di Oz

Adriano Barone: Lo Stregone del Sud

Francesco Dimitri: Il capo dei licantropi

Luca Tarenzi: Il signore dei corvi

Rossella Rasulo: L’ape regina

Valberici: Il Dottor Valbe-Rizi

Paolo Barbieri, Leonardo Patrignani, Dorotea de Spirito, Francesco Guigui: Le Scimmie Urlatrici Volanti™

Mad Dog: La guardia del corpo dell’Imperatore di Oz

Borgo: il Borgo-Mastro

Noycosplay: Noemi la cosplayer

Sbabby: Sbabby la cosplayer

Giulia Astaroth: La Strega del Nord

Gianrico Gambino: Eleas il Guardiano dei Cancelli del Castello di Smeraldo

Special Guest Star

GL D’Andrea nella parte del Fantasma del Natale Passato

Liz Nemesi Biella nella parte dell’Angelo della Morte

Francesco Barbi nella parte del Duca

Tanabrus nella parte di Humpty Dumpty “Tanabrus”

Thirrin nella parte della Regina Thirrin

Viola Vitali nella parte dell’Ambasciatrice del Gran Ducato di Toscana Viola Vitalis

Mad Dog presenta Alice in Wonderland

“Salve cari amici e care amiche che ci leggete da vicino e da lontano, da sopra la tazza del cesso e da dentro la scatola di sardine che chiamate metro, io sono Mad Dog il demone cornuto e come ogni Natale è giunta l’ora di raccontarvi una storia che vi faccia venir voglia nuovamente di fare tanti regali che l’economia fa schifo e se non fate qualcosa andrete tutti zampe all’aria! E ricordatevi comprate italiano! Iniziamo questa bella storia, io sono accanto un bel focolare, sono in una vera casa vittoriana. E’ una casupola, piccola, a Londra. Si chiama Buckingham Palace o qualcosa del genere. Quindi ora apro questo gigantesco tomo… che ha davvero un titolo gagliardo!”

Mad Dog presenta Alice a Wonderland

C’era una volta tanto tempo fa in una galassia lontana lontana… ah no scusate, ho sbagliato introduzione. Ecco ricominciamo. C’era una volta nell’Inghilterra vittoriana, terra di Dracula, Sherlock Holmes, Dorian Gray, Jack lo Squartatore, Peter Pan, Scrooge, il Dottor Jekyll e Mister Hyde, una ragazza di nome Alice Elizabeth Nemesi che doveva essere data in moglie al vecchio Ambasciatore di Dakar, il noto consumatore di grappa Valberyx Relais-Ganze. La giovane donna non amava affatto l’attempato signorotto che gli volevano far maritare quindi tentò di scappare dalla casa paterna in cui l’avevano rinchiusa. E la nostra storia inizia da qui.

Alice correva a perdifiato. Aveva saltato con un sol balzo le scale della sua abitazione e si stava dirigendo più lontano possibile da quel vecchio inquietante che straparlava di demoni, alcol e diritti civili. Era quasi notte, le strade erano illuminate fievolmente da numerosi lampioni ad olio che lasciavano molte ombre ad incombere per la città di Londra. La ragazza urtò molte persone nella sua fuga prendendo sia gli insulti di qualche passante che i fischi acuti dei poliziotti che pattugliavano le strade. L’Ambasciatore di Dakar le andava dietro come poteva, infatti le sue vecchie gambe afflitte dalla gotta non l’aiutavano. Vide che la ragazza si stava dirigendo verso uno dei tanti parchi che adornavano la città. Stava per raggiungere la sua promessa sposa quando una delle gambe cedette lasciandolo da solo in mezza alla strada male illuminata. Il dolore era lancinante, acutissimo. E lo fu ancora di più, ma durò molto poco, quando la carrozza dell’Ambasciatrice del Gran Ducato di Toscana, Viola Vitalis, lo investì uccidendolo sul colpo. L’Ambasciatrice non si accorse di nulla così come il suo vetturino che continuò imperterrito a puntare verso il Palazzo Reale dove la Regina Thirrin attendeva la sua cara amica proprio per una cena di gala per il matrimonio dell’Ambasciatore del Dakar. Dovete anche sapere che Viola Vitalis, nota per la produzione del suo famoso yogurt per la digestione, era stata l’Ambasciatrice di Dakar fino all’anno prima quando era tornata in Toscana ed era stata eletta Ambasciatrice a Londra del Gran Ducata di Toscana. Torniamo ad Alice anche lei, inoltratasi nel parco, non si era accorta della prematura fine del suo, già defunto, marito. Troppo occupata a scappare non aveva fatto caso allo “splat” che aveva sentito dietro di lei. Ora cercava un buon posto dove nascondersi dagli occhi, seppur afflitti dalla vecchiaia, del suo inseguitore. Proprio mentre stava cercando qualcosa nel parco vide un essere bianco sfrecciare davanti a lei. Sembrava un coniglio bianco ma era più grande di un normale coniglio ed indossava un completo con tanto di panciotto, occhiali firmati da Armani ed un orologio con la catenella.

“Son in ritardo! Son in ritardo la Regina mi taglierà la testa! Non mi dovevo fermare a guardare quelle conigliette di Playboy che si spogliavano! Stupido Borgo! Stupido!”

L’essere non si era minimamente accorto della presenza di Alice e si buttò a capofitto in un buco nel terreno, abbastanza grande, pensò la ragazza, da far passare anche lei. Alice, quindi, decise di seguire quel coniglio bianco nella sua tana per salvarsi dal suo inseguitore. Appena si infilò nell’anfratto la nostra protagonista venne risucchiata in un tunnel oscuro di cui non vedeva la fine dato che l’oscurità obnubilava la sua vista. Capiva di stare cadendo e pensò che si sarebbe fatta molto male una volta che la sua caduta si fosse fermata, invece, toccò magicamente terra poco dopo senza alcun danno. Dal fondo dell’antro non riusciva a vedere il buco da cui era precipitata e non sapeva nemmeno per quanto tempo fosse precipitata, poteva essere un minuto come un’ora. Aveva perso la cognizione del tempo. Alice si rialzò e si spolverò il grazioso vestito azzurro che ora era pieno di terriccio e fanghiglia. Si guardò attorno e si accorse che l’unica via era perfettamente davanti a lei, un piccolo corridoio illuminato da una lampada ad olio. Dopo averlo percorso si ritrovò in una stanza più grande, una vero e proprio salotto arredato con fine gusto. C’era un caminetto in cui scoppiettava allegro un fuocherello, c’erano alcune poltrone, un divano, una libreria ricolma di strani libri dal poco spessore e dalla bassa altezza. Ne prese qualcuno, c’erano dei disegni sopra, strani disegni. Nella copertina di questo strambo libro c’era una ragazza dai capelli azzurri ed il titolo del tomo che aveva preso era “Evangelion”. Rimise subito a posto quel volume, infatti la sua razionale mente da educata ragazza vittoriana aveva subito pensato che quell’opera letteraria non era fatta assolutamente per lei ma sicuramente per qualche persona assai disturbata nella mente. Decise che era arrivato il momento di uscire da quella stanza (si, lo so cosa pensate, ma il suo cervellino in questo momento era troppo impegnato nel razionalizzare quello che aveva visto e non si poneva la questione del perché qualcuno avrebbe dovuto costruire un salotto così in profondità e con un’entrata così strana. C’è anche da dire che forse il suo cervellino non avrebbe potuto porsi tale questione…). Alice vide che c’erano due porte nella stanza, una piccolina che non avrebbe mai potuto attraversare ed una più grande, a sua misura. Aprì quest’ultima e si ritrovò in una stanza completamente spoglia, grande quanto il salotto. In fondo c’era un’altra porta. Si stava avviando con passo deciso verso il fondo della stanza curiosa di sapere dove portasse la nuova porta quando vide che davanti a lei c’era un topolino di campagna assai strano che la guardava preoccupato. Il roditore aveva in testa un basco nero, un semplice gilet marroncino e stava dipingendo su un minuscola tela. L’oggetto del suo dipinto era un tocco di formaggio con i buchi così tanto succulento che lo stesso topo aveva la bava alla bocca. Purtroppo la nostra Alice aveva paura dei topi quindi non ci pensò due volte e spiaccicò il topolino con la sua scarpa. Quello, impietrito dalla paura, nemmeno si mosse e prima di morire riuscì soltanto a fare un mesto squittio. (Che nella lingua dei topi significava più o meno “Da morto le mie opere varranno di più!). La ragazza, comunque incuriosita dal dipinto, lo avvicinò agli occhi per vederlo meglio e si accorse che in basso al lato della tela c’era una scritta “Zerov”. Forse quello, si disse, era il nome del topolino che aveva appena ammazzato e si prese il quadro nella speranza che, ora che il pittore era morto, anche se un ratto, potesse valere molto. Alice quindi cercò di avvicinarsi alla porta a cui stava andando prima di essersi fermata per schiacciare l’infido topastro ma più si avvicinava e più il suo obiettivo si allontanava e si rimpiccioliva fino a ridursi ad una porticina di minuscole dimensioni. “Solo un topolino potrebbe passare per questa minuscola apertura” pensò mestamente Alice a cui venne un’idea. Frugò nel gilet dell’animale che gli era rimasto appiccicato alla suola della scarpa. La sorpresa fu grande quando trovò una piccola chiave e un pezzo di formaggio mezzo ammuffito. Dato che la nostra ragazza aveva fame e non mangiava nulla dal pranzo, decise di mangiare quel poco formaggio, giusto per mettere qualcosa sotto i denti. Il formaggio faceva schifo e per poco la nostra eroina non vomitò tutto quel poco che aveva nella stomaco. Dovete infatti sapere che la nostra Alice era fissata con le diete e quindi ci teneva ad essere snella e mangiava poco per tenersi in forma, anche, all’epoca, non avevano inventato Pesoforma! Alice non sapeva cosa fare ora, decise che almeno avrebbe provato a mettere la minuscola chiave nella serratura della porticina. Ci riuscì, dopo molti sforzi, quasi contorcendosi e riuscì ad aprire la porta la quale, appena apertasi, si ingrandì fino a diventare della sua grandezza. Nella stanza successiva trovò una sorta di grande labirinto formato da dei banconi disposti in modo assai strano, sembrava un mercato ma così grande e così complicato quale non aveva mai visto nella Londra di sopra. Notò che molte specie di animali, tassi, faine, talpe, daini, e chi più ne a più ne metta affollavano questo spazio che le sembrava infinito. All’improvviso però sentì un terribile crampo allo stomaco e si accorse, mentre il dolore aumentava, che vedeva gli oggetti rimpicciolirsi sempre di più. Dopo qualche secondo sentì una botta alla testa e capì che, non era il mondo che era diventato più piccolo ma lei che era diventata un gigante e aveva sbattuto il capo sul soffitto di quella grande sala che ora sembrava invece assai piccola. Alice, disperata per la sua situazione, si mise a piangere, pensando a tutto quello che era successo, alla sua famiglia, al fatto che volessero maritarla con un vecchio orbo. Poteva avvertire fievolmente quelli che le sembravano urli, ma in quel momento non se ne curò molto ancora ingarbugliata nei suoi pensieri. Si accorse, comunque, che sparito il lancinante dolore, stava, pian piano tornando ad una statura normale. Grande fu la sorpresa quando vide che le sue lacrime avevano originato un grande mare in quei pochi minuti in cui aveva pianto. Molti animali erano periti per annegamento e i loro cadaveri galleggiavano sul pelo dell’acqua. “Per fortuna io so nuotare!” pensò Alice notando che alcuni animali e cioè un Dodo, un Aquilotto e un Pappagallo stavano precariamente a galla sopra un tavolo. Il Dodo, evidentemente più anziano di loro, che portava un paio di occhiali a lorghette e un bel bastone intarsiato, stava rimproverando i due altri uccelletti più giovani. Il primo, aveva il piumaggio ancora nero mentre l’altro, con un piumaggio multicolore come si confà alla sua specie, aveva anch’esso gli occhiali.

“Daniele e Marco per colpa vostra è morta la povera Greta! La dovevate proprio legare come un salame?” disse il Dodo indicando con un’ala una Papera tutta avvolta in una corda che galleggiava morta lì vicino.

“Non è colpa nostra, nostra, è colpa colpa dell’umana umana!” disse il pappagallo guardando storto Alice. La ragazza, sentitasi presa in causa, volle replicare e quindi si avvicinò alla zattera improvvisata del trio, scansando con disgusto la Papera morta.

“Mi spiace per la vostra amica e per il trambusto che ho fatto…” disse la ragazza veramente dispiaciuta per aver ucciso tanti poveri piccoli animaletti.

“E siamo anche tutti bagnati!” disse l’Aquilotto che non provava affatto rimorso per quel che aveva fatto alla povera Greta e per la sua precaria fine.

“Per fortuna l’acqua ormai è completamente defluita ed io so un modo per asciugarci presto, dobbiamo fare una Corsa Sfiancante di Wonderland™ così saremmo subito asciutti. Poi ragazzina ci darai quello che hai per compensare la perdita della nostra preziosa merce!” disse il Dodo tutto serio.

“Cosa sarebbe questa corsa e cos’è Wonderland?” chiese Alice che non aveva mai sentito questo particolare sport e di questo luogo di cui parlava il Dodo.

“Wonderland è dove ci troviamo dove regna la Regina di Cuori e il suo consorte. Invece la Corsa Sfiancante di Wonderland™ consiste nel correre tutti in cerchio, si inizia quando si vuole e si finisce quando si è asciutti, si fa il giro che si vuole ma bisogna sempre seguire quello che ti sta dietro. Semplice no?” esclamò l’uccello estinto nel mondo di superficie partendo a razzo seguito dagli altri due uccelli. La corsa non fu affatto facile infatti Alice non aveva ben capito come si svolgesse per bene e, inoltre, evitare i cadaveri degli animali morti non era molto semplice ma alla fine tutti e quattro erano di nuovo belli asciutti anche se molto stanchi. Il Dodo si avvicinò alla ragazza, volendo evidentemente qualcosa in cambio per la perdita della sua preziosa merce ed Alice non trovò nulla di meglio da dargli che il cadavere del topo insieme al suo quadro, che aveva riposto con cura in una della sua tasche dopo aver trovare la chiave della porta minuscola. “Almeno ho la cena pronta!” esclamò il Dodo tutto contento, sbarazzandosi del dipinto, tornando dai suoi compari. Alice si stava avvicinando verso una grande porta da cui poteva vedere un scenario campestre, colline, boschetti di conifere tagliati da sentieri serpeggianti, quando venne fermata da due strane persone. Erano due donne, molte magre e abbastanza basse, senza collo, l’unica differenza era il colore dei capelli, una c’è li aveva rossi e l’altra invece neri. Erano anche vestite uguali, avevano una sorta di pigiama a righe bianche e nere, mentre in testa avevano un colbacco nero.

“Per colpa tua abbiamo perso…” iniziò quella con i capelli rossi.

“…tutta la nostra mercanzia!” concluse la donna con i capelli neri.

“Mi spiace molto di avervi recato danno…” disse Alice, che sinceramente si stava stufando di essere sempre rimproverata dagli abitanti di Wonderland.

“Io sono Tuidelpatti…” disse la rossa.

“…ed io sono Tuidelale.” finì l’altra sorella.

“Io mi chiamo Alice, piacere.” disse la ragazza che non sapeva bene come comportarsi con queste due strane persone.

“Per ricompensarci del maltolto…” disse per prima questa volta Tuidelale.

“… dovrai ascoltare la nostra più lunga ed apprezzata poesia!” finì Tuidelpatti.

“Sono sicura che è una bellissima poesia, ma ora io dovrei andare…” Alice non riuscì a finire la sua frase che le due donne intonarono insieme una strana cantilena che la costrinse ad ascoltare la poesia che ora, per il vostro gaudio, leggerete anche voi. Le due sorelle parlavano insieme contemporaneamente come fossero un coro di una chiesa.

“10 righe dai libri sulla rete,

abbiamo creato follemente,

e abbiam raggiunto tante mete,

per aver visite immensamente,

e tante persone liete,

son venute immediatamente.

Tanti ci copiano la pensata,

ma anche se son scorretti,

nessuno è come la nostra genialata,

dai fans siam sorretti,

perché la nostra idea era la più sensata.

Accoglierem presto sottobraccio,

Un Tricheco e un Carpentiere,

il fantasy per loro è canovaccio,

angeli e arlecchini fan ben volere,

“Adriano tu sei un ragazzaccio,

non la devi far gemere!”

“Lo devo fare perché la ragazza”,

Il Tricheco disse forte,

“mezzo lupo e mezza ramazza,

con la sua vita data a sorte,

dovrà far la pazza,

per evitare la morte!”

“No davvero”, il Carpentiere

disse assai ridendo

e il Tricheco con grande mestiere

aggiunse “Il libro attingendo

alla moda del quartiere

venderò ungendo!”

“Una bella vendita,

devo far fare,

e la mia borsa arricchita,

così tanto da guadagnare,

da campare di rendita,

che il mutuo devo pagare!”

“Io invece…” disse il Carpentiere,

“di angeli e demoni vado scrivendo,

tante cose forestiere,

che così la gente faccio impazzendo,

e lo strambo faccio prevalere,

a Milano, stupendo!”

“Luca insieme dobbiam fare,

qualcosa da cui vivere,

che non faccia cagare,

che soldi faccia piovere

e poi tanto brindare,

fino a farci commuovere!”

“Adriano sei nel giusto”

disse il Carpentiere

“un progetto robusto

dobbiam far compiere

di urban fantasy venusto

e con il demone cornuto come alfiere!”

Alice stava seriamente pensando ad un modo onorevole per togliersi di mezzo perché quella poesia, di cui non aveva ben capito il senso, era orribile e, aveva notato, aveva fatto scappare tutti gli altri animali che affollavano la sala. Le due sorelle, senza dire altre parole, presero a correre di gran carriera verso il fondo del salone, spingendosi a vicenda senza un motivo apparente che lasciò ancora più basita la ragazza. Alice decise quindi di avventurarsi verso il bosco che aveva visto precedentemente, si inoltrò nel primo sentiero che trovò e ben presto la natura attorno a sé inizio ad essere veramente molto strana. Gli alberi, infatti, aveva lasciato il posto a funghi giganti, dai molteplici colori che incutevano un quieto timore nella ragazza. Si fermò indispettita allorché si accorse che un fungo, ben più grande degli altri, bloccava il sentiero e che uno strano essere si trovava sopra questo fungo. Questo essere era un misto tra un bruco e un essere umano, orribile a vedersi ed emanava un odore nauseabondo. Aveva le testa e il busto di essere umano, poi il resto del corpo era quello di un viscido bruco dalle numerose zampe e con una corta peluria bianchiccia che gli cingeva tutto il corpo da insetto. In testa portava solamente una strana tuba con degli enormi occhiali sopra. Stava fumando da un narghilè e nemmeno si era accorto della presenza di Alice, quindi la ragazza si arrischiò a parlare.

“Chi sei?” chiese la nostra protagonista assai curiosa.

“Io sono il Brucaliffo Dimitri e tu signorina chi saresti che stai disturbando le mie ore di meditazione?” rispose l’essere i cui occhi continuarono ad essere vacui per l’effetto e la potenza della droga che stava respirando.

“Sono Alice e mi sono perduta inseguendo il Bian Coniglio… poi sono cresciuta a dismisura ed ora… non so più dove andare!” la voce di Alice era triste, si era infatti stancata di tutte queste sue avventure e voleva tornare a casa, per ora il pensiero di doversi sposare con il vecchio e orbo ambasciatore di Dakar era scomparso. La ragazza stava attendendo una risposta dal Brucaliffo ma si accorse che l’essere si era addormentato beatamente, allora, dato che gli faceva schifo toccarlo con le sue manine curate, prese un legnetto e colpì delicatamente l’essere sulla testa. Il brucuomo si svegliò e sembrò vederla per la prima volta, i suoi occhi infatti non sembravano adesso essere più schiavi della droga.

“Per sapere dove andare prima devi capire chi sei, quindi chi sei Alice?” chiese lo strano personaggio mentre aspirava copiosamente il fumo dal narghilè.

“Io sono Alice… sono una ragazza inglese…” rispose la protagonista del nostro racconto assai disorientata dalla domanda del Brucaliffo.

“Non intendo quello. Qual è il tuo ruolo in questa storia? In Wonderland? Ognuno qui ha un ruolo, io sono il saggio Dimitri che ti consiglierà su cosa fare, ma il tuo ruolo qual è?” chiese ancora sibillino il Brucaliffo.

“Non lo so…” disse la ragazza che si stava per mettere a piangere infatti in qualche modo le domande di quello strano essere la toccavano nel profondo, infatti non sapeva nemmeno lei bene chi fosse.

“Ci sono tanti ruoli che potresti ricoprire, la sciocca ragazza che si innamora dello pseudo-vampiro o la giovane dal tormentato passato che è destinata a sconfiggere il male o ancora potresti essere destinata a perdere la testa. La Regina Licia cerca sempre nuove pretendenti… ma… ora devo andare, il fumo è finito… a presto Alice!” disse il Brucaliffo per poi scomparire in una nuvola di fumo azzurrino. Alice non sapeva che fare ma si accorse, cosa che la fece stupire ancora di più, che anche il fungo era scomparso ed ora il viottolo continuava portando ad un giardino ed una casa che assomigliava alle normali case di campagna dell’Inghilterra. Appena Alice riuscì a vedere per bene la casa si accorse che aveva le porte spalancate e una marea di utensili da cucina giaceva sul giardino. Molti strani nani da giardino, che raffiguravano creature d’incubo con tentacoli, zoccoli e corna, erano stati danneggiati e distrutti dal lancio degli attrezzi per cucinare. In casa, come appurò ben presto, non c’era anima viva. Da quel che poteva vedere chiunque fossero gli abitanti di quella abitazione erano andati via di gran furia. La ragazza decise di continuare a seguire il sentiero che l’aveva condotta fino a lì e che vedeva in lontananza si divideva in due tronconi differenti. Stava per arrivare all’incrocio quando si accorse che su un ramo di un albero che si trovava accanto a lei si stava materializzando qualcosa di assai strano. L’essere era una sorta di gatto, ma grande come mai ne aveva visti, con il pelo rossastro con alcune righe nere, aveva un sorriso sornione, una bocca troppo larga quasi quanto tutta la faccia. I suoi molti denti erano aguzzi e sporchi di sangue, così come gli artigli. Per completare il tutto questo gatto aveva le corna ricurve da caprone. Alice era sinceramente impaurita da questa apparizione, era l’essere più pericoloso che avesse mai incontrato a Wonderland, questo poteva ben capirlo. La sua risata era gutturale e vulcanica, la osservava di sottocchio divertito.

“M-mi diresti” – iniziò a dire la ragazza che tremava dal terrore ma voleva comunque sapere come tornare a casa – “quale strada devo prendere per andare via di qui?”

“Tutto dipende da dove vuoi andare, piccola umana.” rispose il gatto demoniaco sogghignando ancora di più e mostrando per bene tutti i suoi denti affilati.

“Il dove non ha importanza…” disse Alice che era ancora più confusa e impaurita data la risposta dell’animale.

“E allora non ha importanza nemmeno dove vai piccola umana.” disse il gatto ora ridendo di gusto, aprendo la sua bocca in cui la ragazza poteva finire in un sol boccone.

“Voglio tornare a casa!” esclamò Alice al colmo della paura.

“Non te la fare sotto, piccola umana. Beh, se prendi la strada a destra vai dal Cappellaio, lui è matto. E se vai a sinistra vai dalla Lepre Marzolina. Anche lei è matta. Qui siamo tutti i matti! Ed è bello così cara la mia piccola umana. Non mi sono presentato, che cattivo gatto che sono, mi chiama Mad Dog e sono un gatto del Cheshire. Non so cosa cazzo vuol dire, ma è così che mi dipingono!” le parole del gatto erano veloci e la sua voce sembrava avere il rumore della lava che viene eruttata da un vulcano. Alice comunque si era calmata perché vedeva che il gatto non aveva intenzioni malvagie.

“Ma se sei un gatto come mai ti chiami Cane Pazzo?” chiese Alice sempre perspicace quando c’era da insultare le persone che aveva appena incontrato.

“Non sarebbero fatti tuoi… – disse il gatto sbuffando infastidito – ma io non sono proprio un gatto sono più un demone. Anzi di solito non ho questa forma particolare, anche se qui io sono un gatto in effetti. E’ complicato e la tua povera testolina da umana certe cose non le può comprendere. Ora se non ti dispiace, mi piacerebbe rimanere con te a parlare di Wonderland e della Regina Licia e delle teste mozzate ma inizio ad avere fame e sento che c’è un maialino-bambino qui intorno di cui vorrei cibarmi! A presto piccola umana!” disse il demone gatto sparendo poco a poco.

Alice non sapeva proprio cosa fare, questo paese Wonderland era così strano, così diverso dalla sua semplice e quotidiana Londra. Quasi si pentiva di essere scappata da suo futuro marito. Decise comunque di andare avanti e pensò di andare a trovare il Cappellaio, senza un vero e proprio motivo. Dopo qualche minuto di cammino arrivò alla casa del Cappellaio che trovò fatiscente e a pezzi, un vero e proprio rudere, però davanti alla casa c’era un lungo tavolo apparecchiato alla perfezione per il thè. Notò che a tavola c’era tre strambi individui. Il primo era un uomo normale, con un vestito ricco di pizzi, dai colori sgargianti, con i capelli lunghi castani ed un cappello a tuba più grande della sua testa, il secondo era una lepre grande il doppio dell’uomo, indossava un vestito simile al Cappellaio, il terzo individuo era un Ghiro che dormiva alla grossa facendo da cuscino agli altri due che stavano consumando un thè. La Lepre Marzolina guardò la ragazza appena arrivata e finendo il suo thè disse: “Qui non c’è posto per te, è tutto occupato!” Comunque Alice, vedendo che c’erano molti posti liberi si mise seduta, perché aveva sete e voleva bere anche lei un po’ della bevanda inglese per eccellenza. “Siamo bloccati in un loop temporale che fa si che sia sempre l’ora del thè, per questo ragazza non c’è posto per te, i posti sono sempre per noi, ci muoviamo per prendere quelli nuovi!” disse la Lepre Marzolina non disse che era colpa sua se il tempo si fermato, infatti aveva importunato una persona sbagliata per farla aderire al progetto suo e del Cappellaio Matto, cioè 10 Tazze di Thé, e quella persona era Signor Tempo che se l’ha prese molto per il tempo perso per essere stato importunato. La Lepre guardò malamente Alice che stava per assaggiare il suo thè, infatti ormai la ragazza aveva proprio abbandonato le buone maniere vittoriane di casa sua, se tutti qui si comportavano da pazzi, perché non poteva farlo anche lei si diceva? Alice notò che davanti a lei c’era un bel cannolo con la crema pasticcera, un cannolo molto appetitoso, quindi stava per prenderlo in mano quando sentì un grido acutissimo. Era il Cappellaio che aveva una voce strana, del nord, scozzese forse si disse la ragazza, ma aveva anche qualcos’altro di strano che non sapeva identificare.

“Il cannolo è mio!” urlò il Cappellaio “Non lo devi mangiare te! E’ mio!” – e agguantò il dolce mettendoselo tutto in bocca e mangiandolo in sol boccone – “Io comunque sono Fabio noto come il Cappellaio Matto, lui è Ata ma lo chiamiamo tutti la Lepre Marzolina, non ricordo perché… e poi lei è Flavia. Dorme sempre. Ed ora levati dai piedi ragazzina che dobbiamo bere il thè è quasi ora!” quindi il Cappellaio che cambiò posto e così anche la Lepre che si portò appresso il Ghiro usandolo ancora come cuscino. Alice decise di andare via da quel branco di pazzi dato che non era la benvenuta, poi il loro thè era davvero strano, ora le apparivano i colori tutti sballati, tutti più vividi, si chiese che strano thè fosse mai quello che aveva bevuto per farle quest’effetto. Si inoltrò di nuovo per il sentiero che aveva seguito prima e si trovò un tipico giardino all’inglese, pieno di rose rosse e di alberi dalle chiome anch’esse rosse. Sentiva che c’era un strano odore metallico nell’aria, un odore che capiva e non capiva cos’era allo stesso tempo. Notò che delle carte da gioco dalla forma umana stavano portando via dei corpi di uomini-carte senza testa e che lì vicino a loro c’era un gruppetto di persone di cui conosceva solo il Bian Coniglio. La ragazza gli andò incontro e capì che aveva davanti la Regina di Cuori di Wonderland e quindi si inchinò con rispetto. La Regina di Cuori era una donna bassa, con dei cappelli rossi cortissimi, un vestito assai elaborato, di stile vittoriano, in cui campeggiava in bella evidenza in molteplici forme il simbolo dei cuori. La corona della Regina Licia era formata da cuori umani cuciti insieme e infusi nell’oro. Accanto a lei c’era il Re di Cuori, vestito in maniera consona ad un regnante come lui, con molti gradi militari e con una corona simile a quella della sua Regina, era di poco più alto della Regina. Inoltre c’era pure il Fante di Cuori, che portava un elmo pieno di arabeschi che rappresentavano lo stemma della casa reale ed aveva un’armatura brillante e assai pensante almeno così sembrava dal modo in cui si incurvava la schiena dell’uomo. La Regina, che aveva le pupille a forma di cuore stilizzato, guardò stranamente la nuova venuta.

“Chi sei tu ragazzina?” disse la sovrana con la sua voce chiara e squillante squadrando dall’alto in basso, per quanto poteva fare con la sua modesta altezza, la giovane che aveva davanti con quel ridicolo completino bianco e azzurro.

“Mi chiamo Alice, sua altezza reale, e vengo dalla Londra che sta di sopra.” disse la ragazza ancora inchinata.

“Ci manca un giocatore per giocare al Croquet di Wonderland™, uno dei giocatori aveva fatto un punto contro di me e quindi ho dovuto tagliargli la testa, così come all’arbitro e ad un tizio che passava, sai, non aveva letto i miei libri. Tu li ha letti vero? Le Fantastiche Cronache di Wonderland™…” chiese la Regina Licia sibillina.

“No io…” ma Alice non riuscì a finire la frase che la Regina urlando la interruppe.

“Cosa? Tagliatele la testa!!!!” la faccia della Regina era diventata paonazza dal furore ma venne presto calmata dal Re di Cuori che le poggiò una mano sulla spalla.

“Cara, lei non abita qui è normale che non sappia dei tuoi libri, falla portare dal Grifone alla libreria della Falsa Tartaruga… così potrà anche leggere i miei di libri, Estasiato di Wonderland™ e tutti gli altri come il libro che ho scritto con il Fante di Cuori, Licia la Star di Wonderland™. Tutti libri bellissimi, che vendo ad un prezzo modico, addirittura se li prendi tutti ne hai uno in regalo!” disse il Re di Cuori che era un grande venditore e sapeva destreggiarsi molto bene nel marketing. Presto Alice, senza che potesse obiettare qualcosa, venne presa malamente da un Grifone che era sbucato dal nulla e portata in volo verso un Castello tenebroso che rappresenta, anch’esso, nelle forme il raccapricciante simbolo della casa regnante.

“Quello è Castel Mondador, il Castello della Regina e del Re di Cuori. Io comunque sono Odry, piacere di conoscerti.” disse l’animale che la stava trasportando con la sua voce graffiante ed inumana.

“Il piacere è tutto mio, mi chiamo Alice.” disse la ragazza mentre veniva sballonzolata nelle zampe del Grifone.

Il volo non durò molto e presto atterrarono sul tetto di un torrione sinistro e pauroso, con i merli a forma di cuore. Il Grifone indicò con una zampa la porta che portava al pieno di sotto della torre.

“Dobbiamo passare dalle prigioni prima, è lo standard per chi come te si perde qui a Wonderland. Così puoi vedere come non devi sbagliare…” disse l’animale in maniera misteriosa. La ragazza si chiese che genere di detenuti ci potessero essere nella prigione e tremò di paura pensando ai personaggi che aveva incontrato a Wonderland e che erano perfettamente in libertà. “Chissà come saranno pessimi questi detenuti…” pensò.

Scesero delle scale scure e malandate, per poco Alice non si fece tutti gli scalini in discesa libera, ma alla fine arrivò ad un corridoio molto lungo, stranamente più lungo di quanto potesse far pensare la torre da fuori, attorniato da celle in cui si potevano vedere i vari detenuti. Nella prima cella che incontrarono c’era una ragazza, che avrebbe potuto avere l’età di Alice, completamente vestita di bianco, anche la sua pelle era assai cerea, sembrava che si fosse immersa nella farina. Si muoveva piano, guardandosi con curiosità morbosa le dita delle mani e facendo esclamazioni felici a tutti i piccoli granelli di polvere che vedeva danzare nell’aria.

“Quella è la Anita Book, la Regina Bianca, una volta era un’appassionata di libri ma poi ha bevuto troppo thé del Cappellaio… e beh, da allora è sempre fatta come una scimmia. La Regina Licia non può tagliarle la testa, il thè l’ha resa immune alla morte. Però l’ha fatta completamente impazzire!” disse il Grifone, anche abbastanza divertito da quella visione.

Nella cella esattamente davanti a quella della Regina Bianca c’era invece una donna interamente vestita di nero, con un vestito vittoriano molto dark, noi diremmo che fosse gothic ma Alice non sapeva cosa volesse dire quel termine, quindi le sembrava solo molto dark. Anche la pelle della donna, e i capelli, erano scuri, ma era un nero diverso da quello dei neri dell’Africa che Alice aveva visto alle volte per le vie di Londra, no quello era il nero del buio, dell’oscurità senza luce. Un nero che inghiottiva gli altri colori e la luce stessa, infatti riusciva difficilmente a scorgere questa figura che la osservava malamente da dietro le sbarre della sua cella.

“Quella invece è Lara, la Regina Nera, il suo regno è stato inglobato dalla Regina Licia tempo fa, nel suo caso è ancora viva perché si teme che se l’ammazziamo una tremenda maledizione cadrà su di noi. Una maledizione “metal”, che nessuno sa bene cosa voglia dire. La Regina Nera per sconfiggere la nostra di Regina aveva evocato il GLabberwocky ma questi, non si sa ancora perché, si è rivoltato contro di lei e le ha mangiato il marito il Re Nero e tutto l’esercito. Qualcuno dice che abbia sbagliato l’evocazione e che il GLabberwocky le si sia rivoltato contro. Lei da la colpa a Mad Dog… dice che… sia stato lui ad arrivare e non quel gigantesco drago di metallo. Ah si, tu non sai nemmeno cosa sia il GLabberwocky… dicono che sia un Principe tra i suoi simili, è un drago immenso, tutto di metallo brunito. Per fortuna io non l’ho mai visto! Continuiamo però!” disse il Grifone.

Alice non sapeva cosa pensare di tutta questa gente che vedeva nelle celle, era gente veramente strana e pessima per il suo modo di vedere. Continuarono comunque ad andare avanti, finché non trovarono una cella piena di sangue, ossa mangiucchiate e con pelo di pecora tutto sparso ovunque. Appena si avvicinarono Alice sentì un miagolio fievole fievole e capì che da lì era passato qualcuno che aveva già incontrato.

“Oibò!” – disse il Grifone effettivamente sorpreso – “Cosa è successo qui? Qui c’era la Federica, la Pecora Vip, pensava di essere più bella della stessa Regina e per questo l’avevamo messa via per la Pasqua di Ido… sai quando il nano andò in fondo al mare… ah, si tu non hai letto i libri… ora però lo saprai! Andiamo avanti…”

Stavano per superare un’altra cella quando l’uomo che era dentro venne avanti e attirò l’attenzione di Alice.

“Tu sembri una normale!” disse l’uomo assai sollevato di incontrare un essere umano come lui “mi chiamo Mario Pasqualotto, sono uno scrittore. Ieri sera, ero a Lucca, per concludere degnamente la serata, ho bevuto la grappa di uno strano tipo… un certo Valberici… ed ora sono qui! Non capisco se sono completamente ubriaco o se sono veramente finito nel Paese delle Meraviglie… anche se è diverso da quel che ricordo… mi puoi aiutare ad uscire di qui?” chiese l’uomo, che Alice notò aveva i capelli e la barba lunghi ed un vestito che poteva essere anche bello se non fosse stato tutto stropicciato dalla permanenza nella cella. La ragazza, comunque, al sentire il nome “Valberici” che ricordava molto il nome del suo futuro marito, decise di non dare confidenza a quel tipo e, anche se continuava a chiamarla, con quel suo strano accento, che noi sappiamo essere emiliano, lei lo ignorò ed andò via. Dopo altre celle, il Grifone la fece fermare davanti ad un’altra gabbia, in cui c’era un cavaliere vestito di tutto punto, con tutta l’armatura, completamente bianca che ormai si era arrugginita. Il simbolo che campeggiava nell’armatura e veniva ripetuto anche nel lacero mantello era un mela morsicata. Non poteva vedere la faccia dell’uomo perché aveva la celata calata e vedeva che era stata saldata per non poter essere più alzata.

“Quello è il Eleas, il Cavaliere Bianco, Cavaliere del Sacro Apple. Tentò di liberare la Regina Bianca e disse che avrebbe precipitato la Regina Licia nelle segrete per aver usato una volta i servigi dell’ex Cavaliere Nero, Window$, per questo la nostra Regina ha deciso che lui non avrebbe più visto la luce del sole e ha fatto saldare la celata del suo elmo per sempre!” il Grifone, notò la ragazza, era comunque spaventato da questo tipo, che per quanto fosse dietro la cella, in catene, aveva ancora un qualcosa di regale in sé. Arrivarono alla fine all’ultima cella abitata da un prigioniero davvero strano, questi era un uovo gigante, ed era imbavagliato.

“Lui invece è Humpty Dumpty anche noto con il suo nome da criminale Tanabrus. E’ un sobillatore, voleva sollevare il popolo contro la Regina, dicendo che i suoi libri non sono belli! La Regina Licia non ha ancora trovato una giusta punizione per la sua sfacciataggine!” disse il Grifone compiaciuto adesso di essere arrivato alla fine di quell’interminabile corridoio di celle. L’animale aprì l’immenso portone e si ritrovarono in una libreria piana di tomi, traboccante di libri. Venne incontro a loro una Tartaruga, che salutò calorosamente il Grifone per poi porgere la zampa ad Alice, che la strinse prontamente.

“Io sono Pam la Finta Tartaruga, anche se sono una vera Tartaruga ma una volta, molto tempo fa, ero la sarta di corte della Regina Licia, ma lei un giorno non apprezzò più i miei vestiti e decise di tagliarmi la testa. Quando lo fece, ritrassi la testa e mi finsi morta, da allora faccio finta di essere una Falsa Tartaruga e lavoro in questa libreria. Immagino che tu sia qui per leggere i libri della Regina ed ora lo farai, ma prima devi assolutamente sentire la mia ultima poesia… eccola qui!

Oh che bel vestito, ricco e traboccante

che ho cucito per la Regina svolazzante

Chi a questo vestito mai resister potrebbe?

Vestito vittoriano, oh che bel vestito!

Vestito vittoriano, oh che bel vestito!

B-e-e-e-l v-e-e-s-t-i-i-t-o-o

B-e-e-e-l v-e-e-s-t-i-i-t-o-o…” la Finta Tartaruga non riuscì a finire la sua orrida poesia perché venne interrotta dal Grifone.

“Dobbiamo andare, incomincia il processo, ho sentito la campana suonare…” disse il Grifone che in realtà non aveva sentito nessuna campana ma voleva andare via al più presto da quello strazio infinito. Il Grifone agguantò Alice e la portò in alto, in alto, fino a sbucare, grazie ad un buco nel soffitto nel cielo, per poi ributtarsi in picchiata in basso, fino ad arrivare ad un’aula di tribunale che non aveva tetto e che “cresceva” nel mezzo del giardino inglese. La sala era affollata di carte umane e animali. I banchi della giuria erano affollati da animali con delle ridicole parrucche bianche. Al banco degli imputati c’era il Fante di Cuori, mentre come giudice c’era il Re di Cuori e la Regina fungeva da boia avendo preso in mano la lunga spada a due mani, con la lama color ebano, che usava per tagliare la testa a chiunque non le stesse a genio. Sul banco dei testimoni si era appena seduto il Cappellaio, che non era molto tranquillo di stare vicino alla Regina di Cuori, perché tempo fa gli aveva venduto una partita di thé difettoso e aveva paura che se ne ricordasse. Infatti appena la Regina lo vide, strinse gli occhi che diventarono solo due fessure fiammeggianti, e alzando la spada, con un colpo secco decapitò il Cappellaio senza lasciargli scampo. Nessuno sembrava particolarmente sorpreso o scandalizzato da quello che era successo e presto portarono via il corpo del Cappellaio. Alice e il Grifone si sedettero in prima fila per assistere al processo, infatti la ragazza era molto interessata a quanto stava avvenendo. Dopo che le guardie ebbero portato via il cadavere del Cappellaio, la cui testa continuava imperterrita a cercare di bere il thé che era caduto dalla tazza durante la sua decapitazione, arrivò il nuovo testimone. Questi era un uomo alto e magro, vestito come un nobile, aveva grandi baffi neri e una parrucca nera con molti boccoli.

“Sono il Duca Barbi, suddito della Regina di Cuori ed Esimio Scrittore…” disse l’uomo appena si sedette. La Regina lo osservò pulendo diligentemente con un panno la lama sporca della sua spada poi gli disse: “Pensi che i tuoi libri siano migliori dei miei?” e lo disse in una maniera che non concedeva eccezioni, purtroppo il Duca era un tipo molto particolare come tutti gli abitanti di Wonderland. Il Duca Barbi infatti era un grande sofista e bastian-contrario e doveva, per forza, ribatte in qualche modo alla Regina.

“Vede Regina Licia, in realtà visti da un punto di vista socio-economico-cultura-metafisico-quantico quello che scrivo io nei miei libri rappresenta un’evoluzione stilistica e contenutistica-filosico-material-lucciosa rispetto ai suoi primi libr…” il nobile non riuscì a finire la frase che già la sua testa stava rotolando sul terreno, in maniera assai allegra almeno giudicando dalla risata del Fante di Cuori. La testa finì vicino al piede di il Barbieri, il Pittore di Corte che aveva dipinto, con il suo stile ultra-realistico e perfetto, la morte del Duca Barbi. Il Pittore di Corte era molto famoso in Wonderland, orde di ragazzine lo attorniavano dovunque andasse, sia perché era un gran figo sia perché dipingeva le copertine dei libri della Regina Licia. Venne poi chiamato al banco dei testimoni un ragazzo con un completo impeccabile completamente bianco, militare, con le spalline con i gradi d’oro e viola.

“Sono l’Imperatore di Oz e sono qui in vacanza a Wonderland… ho letto i libri della Regina e li trovo carini…” disse il ragazzo ma il commento non piacque alla Regina che era arrabbiata perché non aveva avuto il tempo di pulire la lama della sua spada. La Regina, quindi, tentò di tagliare la testa all’Imperatore di Oz ma prima che potesse farlo il ragazzo era scomparso in una giostra di luci colorate. Il Bian Coniglio guardò Alice e poi disse a gran voce: “Si chiama al banco dei testimoni Alice dalla Londra che sta di sopra!”

La ragazza era assai stupita di essere stata chiamata a testimoniare non sapeva sinceramente cosa dire e soprattutto non aveva capito cosa avesse fatto il Fante di Cuori per essere un imputato quindi chiese lumi al Re di Cuori che la guardò come si guarda una macchia di fango sulla scarpa e disse: “E’ ovvio! Non lo sai cretinetta? Il Fante di Cuori ha osato dire che, il fantastico libro che abbiamo scritto a due mani, è più bello dei libri scritti dalla mia consorte… ora dobbiamo appurare se abbia veramente detto questa cosa o no….” disse il Re di Cuori che si guardò bene dal dire cosa veramente pensasse e sapesse della situazione non volendo, anche lui, rimetterci la testa.

“Allora cosa sai di quanto è successo ragazzina?” disse la Regina di Cuori scrutando Alice e pulendo di nuovo la lama della sua spada che si era nuovamente sporcata di sangue.

“Non so nulla, lo giuro! Non ero presente quando è successo!” disse Alice, che aveva paura anche lei di rimetterci la testa.

“Quindi dici che è successo! Abbiamo le prove! Tagliamo la testa al Fante!” urlò la Regina di Cuori balzando addosso al Fante e tagliandogli di netto la testa ed un braccio, che il povero cavaliere aveva alzato per proteggersi. A questo punto successe qualcosa di strano, ancora di più strano di quanto fosse già accaduto, Alice notò che si stava ingrandendo, che stava crescendo… forse era colpa del thé che aveva bevuto prima, pensava. Comunque era diventata un gigante.

“Non è giusto che lei diventi così grande, non può crescere così qui! Anch’io voglio essere gigante come lei che pizza!” disse un componente della giuria, una lucertola di nome Giulia Astaroth, così come c’era scritta nella targhetta che aveva attaccata sulla pelle squamosa. Alice odiava le lucertole, erano brutte e squamose, per questo la schiacciò senza problemi, uccidendo la povera bestiolina all’istante. Subito dopo apparve il gatto demoniaco, ma solo la sua testa che si trovava esattamente davanti alla faccia di Alice. Mentre la Regina sbraitava di tagliare la testa alla ragazza e il Bian Coniglio cercava una lama abbastanza grande per farlo, il gatto demoniaco le parlò con la sua voce grottesca.

“E’ ora di tornare a casa ragazzina. Dovevi salvare questo mondo dalla pazzia pazza e malvagia della Regina di Cuori ma non ci sei… – A quel punto si udì uno “splat” per errore Alice aveva calpestato la Regina Licia uccidendola sul colpo e staccandole la testa, Mad Dog quindi, sorpreso continuò – Uhm penso che anche così vada bene… è ora di tornare alla tua Londra! Dormi ragazzina, dormi!” Tutto intorno a lei si fece oscuro e confuso e ben presto cascò di nuovo nell’oscurità oleosa per poi svegliarsi, senza poter capire quanto tempo fosse passato, nel parco in cui si era rifugiata per sfuggire al suo futuro marito. Era cascata in una buca, ecco cos’era successo, inoltre con il suo peso aveva ucciso anche quel coniglio bianco che aveva visto prima di svenire. Mezza intontita decise di tornare a casa e pensò che alla fine forse non era così male sposare l’Ambasciatore di Dakar. La ragazza anzi era pure contenta, aveva voglia di sposarsi e vivere una vita felice e normale. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo, come sarebbe andata avanti la sua vita perché una carrozza la prese in pieno uccidendola sul colpo. L’occupante della carrozza, l’Ambasciatrice di Firenze dal ritorno dal party a corte della Regina Thirrin, non si accorse di nulla come al solito anche perché era ancora sconvolta dalla notizia della morte dell’Ambasciatore di Dakar, da chi adesso avrebbe preso la buonissima e introvabile grappa dakartiana di cui andava ghiotta?

“Così cari miei finisce questo racconto di Natale! Chissà se indovinate quale sarà il libro che verrà parodiato l’anno prossimo! Comunque spero che anche voi abbiate gustato una cena succulenta per la Vigilia come ho fatto io e vi stiate apprestando ad alloggiare il cibo del Pranzo di Natale. Con tutto il quore vi auguro Buon Feste, spero che abbiate ricevuto quello che volevate, nel caso lamentatevi con chi vi ha fatto i regali scrausi… Ora mi aspetta il mio di regalo di Natale personale, sto giocando a nascondino con una certa Kate… eh, ma ora la trovo, se la trovo! MUAHAHAHAHAHAHAHHH”

Personaggi e interpreti

Alice: Liz Nemesi Biella

Il Bian Coniglio: Borgo

Il Brucaliffo: Francesco Dimitri

Lo Stregatto: Mad Dog

La Regina di Cuori: Licia Troisi

Il Re di Cuori: Francesco Falconi

Il Fante di Cuori: Luca Azzolini

Il Duca: Francesco Barbi

Il Topo: Zerov

Il Dodo: Luca Fagiani

Il Pappagallo: Marco Varuzza

L’Aquilotto: Daniele Gemma

La Papera: Greta

Il Cappellaio Matto: Fabio Montagnani

La Lepre Marzolina: Ata Kan

Il Ghiro: Flavia de Lioncourt

Le Gemelle Tuidelale e Tuidelpatti: Patti e Alessandra Puggioni

Humpty Dumpty:Tanabrus

Il Pittore di Corte: Paolo Barbieri

La Finta Tartaruga: Principessa Pamela

Il Grifone: Odry

La Lucertola: Giulia Frontalini

Il Cavaliere Bianco: Eleas

La Pecora: Federica di Nardo

La Regina Nera: Lara Manni

La Regina Bianca: Anita Book

Special Guest Starring

Il Jabberwocky:GL D’Andrea

Il Tricheco:Adriano Barone

Il Carpentiere:Luca Tarenzi

Valberyx Relais-Ganze:Valberici

La Regina Thirrin d’Inghilterra: Thirrin

Viola Vitalis: Viola Vitali

L’Imperatore di Oz: ?

Mario Pasqualotto: Se stesso

Mad Dog presenta Canto di Natale

Piccola premessa, non tutte le persone presenti nel video alla fine sono presenti nel racconto, sarebbe venuto troppo lungo! Inoltre non tutti voi miei cari amici ed amiche siete nel video, siete troppi XD

L’inverno era arrivato anche sul solitario pianeta Oricalco, una coltre spessa e uniforme di neve ammantava i palazzi della gigantesca metropoli così come il castello fiabesco che si trovava al centro della città ed il parco che lo circondava. Anche se la morsa artificiale dell’inverno si faceva ben sentire, l’attività lavorativa era ancora frenetica e non veniva rallentata da queste condizioni atmosferiche. Nella piazza principale di Atlantide era stato portato un abete di dimensioni epiche addobbato per l’occasione festiva. Ai piedi di questo albero troviamo due dei protagonisti di questo racconto. Uno è un demone cornuto conosciuto per la sua voracità e lussuria, l’altro è un Dio con la testa di sciacallo, gelido come un pezzo di ghiaccio e formale come un esattore delle tasse.
“Non capirò mai gli addobbi dei mortali… palle e fili colorati, un albero bisognerebbe addobbarlo con intestini, fegati e cuori!” disse Mad Dog con la sua tipica voce che ricordava la lava di un vulcano che scorreva lenta dopo un’eruzione.
“Sono dei classici addobbi che risalgono ad una tradizione molto…”
Il Dio della morte dell’Antico Egitto non riuscì a finire la sua frase, venne interrotto da una profonda risata del suo compagno.
“Ci sono pezzi di ghiaccio meno gelidi di te Lu! Non ti ho chiesto di spiegarmi l’origine del fottuto Santo Natale! Sono coglione io mica stupido. Mi piace anche questa festa, faccio anch’io i regali. Oh si, non guardarmi con quella faccia da baccalà, l’ho fatto anche a te, e non ti immagini cosa possa essere! Poi sai mio caro e defunto amico so anche qual è il vero significato del Natale… e non star a sentire quei rotti in culo dei cattolici… tsè come se Gesù fosse nato davvero quando dicono loro. Se ne inventano quelli di cotte e di crude! Io ci gioco a poker con Jahwèh ogni mercoledì sera, lui mi ha detto la verità su tutte ‘ste cazzo di leggende. Hanno fottuto l’idea ai romani ‘sti cattolici. Son furbi come volpi… Lu perché te ne vai?”
“Sono più antico di te Mad Dog. So già come sono andate le cose senza che me le racconti tu, condite con tutte le tue espressioni scabrose. C’ero quando è iniziata la leggenda di San Nicola. So tutto. E non ti disturbare per me. Non farmi un regalo. Io non festeggio questa festa come non festeggio le altre feste mortali. Non ti farò un regalo.” disse il dio della testa di sciacallo con la sua voce fredda e distante.
“Qualcuno qui non ha lo spirito di Natale! Devo assolutamente fartelo inculcare nel cervello. Sicuro. Ora ti racconterò una storia e non fare quella faccia contrariata, se non la senti ti giuro che materializzerò qui un esercito di renne zombie come l’anno scorso! Ti ricordi poi com’è andata vero? Quindi ‘sta zitto e ascolta… tanto tempo fa sulla Terra in una città chiamata Londra…”

Mad Dog presenta Canto di Natale

Siamo alla fine dell’Ottocento, Londra è la città più importante del mondo, la più grande metropoli. In questi turbolenti anni in cui la povertà incalzava e si poteva morire di freddo senza un po’ di riscaldamento, la città era diventata nota per alcuni fatti assai strani legati a figure come Jack lo Squartatore, Sherlock Holmes, Peter Pan, il Dottor Jekyll, il Dottor Van Helsing, Dorian Grey. La Storia che voglio raccontarvi in questo momento di festa per voi poveri e miseri mortali è quella del più avaro degli avari, l’uomo che era diventato ricco sfondato con il business della posta privata il suo nome era Frankezer Scrooge. La Scrooge & Marley era diventata l’unica posta di tutta la nazione grazie ad un contratto assai vantaggioso con la Corona. La neve cadeva a pacchi postali espressi ben più veloci di quelli di Poste Italiane, l’intera carbonifera metropoli erano imbiancata e gelida come un pacco di cocaina colombiana. (Si ora non fate gli stronzi, so che la cocaina non è gelida ma ci sta bene come metafora…). Mentre tutti sia ricchi che poveri si stavano preparando a festeggiare il fottuto Santo Natale, solo una persona lavorava ancora il ventiquattro di dicembre. In uno studio ghiacciato, senza stufa per risparmiare, l’avido Scrooge stava contando alcune monete sul palmo grinzoso della sua mano.
“Manca una sterlina mr Barbers!” esclamò il prematuramente incanutito Frankezer squadrando malignamente l’uomo che si trovava davanti a lui.
“Gliela darò appena avrà spedito il mio pacco, è un contratto molto importante, diventerò ricco abbastanza da poter sfamare la mia famiglia e permettermi anche una stufa!” disse l’uomo. Era alto, magro, quasi gracile a causa dell’alimentazione povera. Indossava un vecchio completo marrone rattoppato in più punti, aveva le dita sporche, nere, ma non per mancanza di igiene, erano sporche per l’uso smodato che faceva del carboncino che usava per disegnare tutto il giorno.
“Menzogne! Voi artisti vivete di favole e di nient’altro. So chi è lei, è quello che disegna i draghi! Pft! Torni quando farà un lavoro serio. Via mi ha fatto anche perdere troppo tempo e mi prendo anche una sterlina per il tempo che mi ha fatto perdere!” esclamò il vecchio lanciando malamente le monete rimanenti al povero, in tutti i sensi, artista.
“Ma ma… lei non può rubarmi una sterlina!”
“Posso e lo farò! C’è scritto nelle avvertenze all’entrata. In piccola ma c’è scritto. Il tempo è denaro. Fannullone! Vattene con i tuoi piedi se non vuoi che lo faccia il mio buttafuori!”
Dopo che l’uomo uscì mestamente, Scrooge suonò insistentemente un campanellino ed arrivò di gran carriera il suo contabile Bob Zerovatchit, direttamente dalla piccola e malconcia scrivania in cui lavorava accanto alla porta.
“Si signore?” chiese con timore l’impiegato che conosceva bene il carattere astioso e burbero del suo padrone.
“Ecco una nuova sterlina da contare per oggi, fregata ad un gonzo, tieni!”
Scrooge si stava rimettendo a scrivere qualcosa su un grande libro mastro, quando si accorse che il suo contabile era ancora fermo con la moneta in mano davanti a lui.
“Cosa vuoi scansafatiche?”
“Signore mi chiedevo se… domani possa avere un giorno di ferie… sa è Natale…”
“Ah il Natale – rispose sprezzante Scrooge – una festa buona per gli idioti e per chi ha le mani bucate! Solo per questa volta ti permetto di avere un giorno di ferie ma te lo decurterò dalla lauta paga che ti do ogni fine mese!” disse il vecchio che sghignazzò per la propria intelligente trovata.
“Bussano alla porta, vai a vedere chi è… forse qualcuno che vuole lavorare oggi e che mi darà tante belle sterline!”
Zerovatchit andò ad aprire e accompagnò davanti a Scrooge un uomo e una donna, tutti e due vestiti assai sobriamente e distinti nei portamenti. L’uomo indossava un’impeccabile completo grigio mentre la donna indossava un abito marroncino con una ricca gonna.
“Io sono Frank Falcons e la mia amica è Lycian Troìs siamo di Amnesty International e le vogliamo proporre un affare eccezionale!” disse l’uomo con un acuto accento scozzese.
“Amnesty… non è quella società di beneficenza?” chiese Scrooge sospettoso grattandosi un porro che aveva alla punta del naso.
“Si infatti le vogliamo chiedere una somma anche modesta per aiutare i poveri che non possono passare…” la donna, con un tipico accento londinese, non riuscì a finire la frase che venne interrotta dalla risata dell’avido spedizioniere.
“Andate via di qui se non volete che chiami la polizia ladri!” esclamò poi Scrooge
“Ma fatelo in nome della nostra Somma Regina Thirrin che ci governa con saggezza e costanza!”
“Signor Falcons a me la nostra giovane Regina non ha portato giovamenti se non nelle sue tasche con le tasse che ha applicato sui ricchi di cui faccio modestamente parte! Se vedessi quello stecchino di ragazza le farei vedere come si governa un regno come la nostra gloriosa Inghilterra! I poveri poi! Se sono poveri è solo colpa loro, non si impegnano abbastanza. Dovrebbero morire tutti così si risolverebbero molti problemi come l’affollamento delle carceri e la sovrappopolazione!”
Il viso di Scrooge era diventato paonazzo mentre eseguiva la sua invettiva solo quando ebbe finito si accorse che i due attivisti erano scappati dall’orrore per quello a cui avevano assistito. L’avaro spedizioniere sperava di potersi a rimettere a lavorare ma venne interrotto dall’arrivo impetuoso del suo unico parente ancora vivo, il nipote, Gabriel detto Tanabrus.
“Buon Natale e Felice Anno nuovo zio! Verrai domani al nostro pranzo?” esclamò il ragazzo tutto contento.
“Sciocchezze! Il Natale è solo per i fannulloni come te caro nipote che si fanno chiamare in maniera astrusa! Che hai da festeggiare che sei povero? Hai lavoro che non mai capito quale sia e che comunque non ti frutta abbastanza per essere ricco come me. Ti sei sposato con una tizia che ha come sua più grande ambizione quella di diventare la ritrattista della nostra antipatica Regina Thirrin! Non verrò mai a trovarti finché sarai sposato con quella!”
“Ma non venivi nemmeno quando non avevo ancora sposato Licial zio! Poi riparare orologi è un’arte, una passione che anche se non frutta troppi soldi mi rende felice. Vieni domani, ti prego, è Natale, non ti chiedo nulla, solo che tu possa passare una giornata felice con me, mia moglie ed i miei amici!”
Scrooge osservò la pelata e gli occhiali rabberciati del nipote per poi esplodere in una cupa risata.
“Non verrò mai, il tempo è denaro e tu me ne hai già fatto sprecare abbastanza. Vattene!” urlò il vecchio.
Il giovane non si scompose troppo rivolse un nuovo “Buon Natale e Felice Anno Nuovi” allo zio per poi salutare il contabile.
Gabriel uscì dall’ufficio ed incrociò alla porta un gruppo di giovanti cantanti, che si facevano chiamare Cosplay Singers, che da alcuni anni giravano la città nel periodo delle feste per racimolare qualche soldo. Il nipote di Scrooge gli lanciò un’occhiata piena di compassione sapendo che lo zio li avrebbe sgridati e quindi lasciò qualche moneta ai cantori. I ragazzi ringraziarono il benefattore e lo videro sparire nel vicolo ormai oscuro tra cascate di fiocchi di neve. Si misero a cantare dietro la porta della Scrooge & Marley, intonando Silent Night. Passarono pochi secondi e il vecchio avaro spalancò la porta urlando, brandendo un attizzatoio e facendo fuggire i poveri ragazzi, per poi tornarsene dentro borbottando. Passarono pochi minuti e suonò l’ora per andare a casa e staccare dal lavoro. Scrooge non rivolse nemmeno un saluto a Zerovatchit e si incamminò incupito verso casa ripetendo alle volte la parola “sciocchezze”. Non salutò nessuno e appena qualcuno si avvicinava per fargli auguri li scansava e grugniva in malo modo. Quando stava per entrare nella sua vecchia e logora casa, due senzatetto che dormivano a lato della strada, lo salutarono ed gli chiesero qualcosa in elemosina. Le due donne, imbacuccate in coperte tarlate e rattoppate, riconobbero immediatamente Scrooge. La più anziana delle due, che era anche quella più in carne, con una carnagione olivastra ed il viso butterato di ecchimosi, lo guardò sorpresa per poi tentare di abbracciarlo. L’uomo si scansò malamente e le osservò malignamente.
“Siamo Pam e Odry non ci riconosci?” disse l’altra donna, assai magra, con la pelle mulatta e i due denti centrali anneriti che sporgevano dal sorriso sdentato.
“Si purtroppo si. La sartina e la… non ho mai ben capito cosa facessi tu – disse Scrooge indicando la più macilenta delle due – eravamo amici nella giovinezza. Mi avete rubato molto tempo e denaro allora. E vedo che siete state ricompensate a dovere. Ora devo andare a mangiare qualcosa di caldo e a ristorarmi al fuoco, cosa che voi non potete fare. Addio.”
Il vecchio non le degnò più di uno sguardo e le scansò malamente con il suo bastone quando tentarono, stupefatte, di avvicinarsi. Salì in fredda le scale che conducevano al suo portone e stava per immettere la chiave nella serratura quando il batacchio della porta assunse le fattezze della faccia del suo vecchio e defunto socio di affari, Eleas Marley. Sembrava assai sofferente, gli occhiali infranti, gli occhi spiritati più del solito, la barba incolta. Poi tutto sparì e tornò come prima. Scrooge sebbene spaventato entrò con calma in casa, ripose cappello e cappotto sull’attaccapanni per poi dirigersi verso la sua cupa stanza.
Mentre mangiava un po’ di brodaglia riscaldata su un piccolo fuocherello non poteva non pensare all’immagine che aveva visto alla porta. Doveva essere per forza un disturbo di stomaco e le arrabbiature di quella giornata. Stava rimuginando su quanto era successo quando sentì dei tonfi provenire dalle scale che portavano alla sua stanza. Tonfi sordi e ritmici. Qualcosa adesso si trovava dietro la porta chiusa saldamente a chiave, ma il mero legno non poteva tener lontano quello che entrò. Uno spettro. Lo spettro di Eleas Marley il suo vecchio socio in affari morto proprio quel giorno sette anni prima. Il suo vecchio amico aveva tutto il corpo legato da catene a cui erano affibbiati a mò di lucchetti macchine da scrivere e altri strani oggetti, tutti targati Macintosh.
“Eleas… sei proprio tu?”
“Sono lo spirito di Eleas Marley dubiti di questo Frankezer Scrooge?” chiese lo spettro con voce spettrale e anche con spettrale carisma, ma facciamo anche con spettrale spettralità!
“Pensavo fossi un disturbo di stomaco, uno davvero ma davvero brutto, ma tanto brutto.”
Lo spettro urlò di disperazione e scuoté le sue catene con violenza tanto da far diventare ritti i capelli di Scrooge.
“Cosa sei venuto a fare qui Eleas?” chiese titubante Scrooge.
“Sono qui per avvertirti che farai la mia stessa fine!”
“Scivolare su una lastra di ghiaccio, cadere dalle scale del Palazzo Reale, schiacciare il barboncino preferito della Regina Thirrin per poi infine essere goffamente schiacciati dalla stessa carrozza della Regina?”
“No stupido! Intendo diventare uno spettro e vagare per l’eternità dannato sulla terra con la catene che mi sono costruito in vita, e noi non abbiamo la fortuna del Fantasma di Canterville, non possiamo fare scherzi al prossimo!” gemette Eleas Marley facendo rabbrividire il suo vecchio socio.
“Perché saresti condannato a questa pena? Era un bravo uomo d’affari, riuscivi a gabbare chiunque con le tue contrattazioni!”
“E’ quest’atteggiamento egoista che mi ha portato alla dannazione eterna, forse anche perché per un certo periodo ho usato quella dannata macchina da scrivere della Microsoft. E’ stata colpa di quella Windows. Si. Anche di quello. Ma tu Scrooge potrai evitare il mio fato! La tua catena è più pesante della mia. Tre spiriti ti visiteranno dalla mezzanotte di questa notte per farti cambiare vita. E’ grazie a me se hai quest’occasione, così forse anch’io potrò riposare in pace se avrò fatto una buona azione… ti saluto Scrooge, e non sai quanto mi manchino la polenta con il sugo di cinghiale!”
Lo spettro di Eleas Marley scomparve lentamente lasciando nel povero Frankezer un senso di inquietudine che non aveva mai provato prima in vita sua. Si cambiò velocemente mettendosi il suo vecchio pigiamo e la sua vecchia vestaglia e si coricò nel letto a baldacchino. Passarono lente le ore e quando le campane suonarono la mezzanotte una luce accecante invase la stanza e riuscì a penetrare le cortine del letto di Scrooge che si svegliò di soprassalto. Le tende lentamente vennero scostate mentre la luce diminuiva. Davanti a sé, l’avaro, poté vedere un uomo alto circe un metro e mezzo (un hobbit in pratica per voi lettori di fantasy), che aveva un’età indefinita tra i trenta e i trentuno anni. Aveva in testa uno strano cappello a tuba con sopra degli occhialoni giganteschi, dal cappello uscivano alcuni ciuffi di capelli ricci e neri. L’uomo indossava un completo marrone di foggia assai bizzarra, sembrava un miscuglio di abiti vittoriani e futuristici.
“Viene con me, io sono il Fantasma del Natale Passato, del tuo Natale!” esclamò lo spettro che prese senza tanti complimenti la mano di Scrooge. Un vortice di luce li risucchiò e li portò in un largo locale, una specie di magazzino. In uno sgabuzzino all’entrata due ragazzi stavano finendo di fare dei conti prostrati su di una scrivania che riusciva a stento a contenerli entrambi. All’improvviso un uomo assai corpulento con una benda sull’occhio sinistro piombò nello stanzino urlando “E’ tempo di prepararsi per la festa di Natale. Su su finirete dopo questi conti. Voi andate a chiudere il locale e preparate la carne, io penso alla grappa!”
“Ma quello è il vecchio orbo Gabriel Valbewing, gli ho fatto da apprendista per qualche anno e quell’altro ragazzo è Iri, non ricordo il suo vero nome. Brutta fine, venne investito dalla carrozza della Principessa Thirrin. Proprio fra qualche giorno. E anche Valbewing non durò poi molto, morì quando nel suo corpo ci fu più grappa che sangue!” disse Scrooge sovrappensiero.
Intanto erano arrivati altre persone, tutta la numerosa famiglia di Valbewing, le sue figlie, sua moglie e il suo taciturno figlio, oltre a loro erano arrivate anche molti ragazzi e ragazze. Un orchestrina si mise a suonare un motivetto leggero e le danze poterono cominciare. Il vecchio Scrooge notò che la sua versione più giovane non stava ballando ma stava aspettando qualcuno con impazienza. Proprio in quel momento entrò nel locale una ragazza bellissima, leggiadra, divina, insomma era una gnocca di prima categoria, anche se personalmente io preferisco quelle con un po’ più di carrozzeria davanti, ma questi sono gusti. Dicevo… si questa fantastica creatura indossava un bel vestitino color giallo canarino, colore che sinceramente fa davvero schifo ma come ho scritto prima i gusti son gusti. Questa abito le scendeva perfettamente sul corpo disegnando le sue… nahhhhh non posso descrivervi una bonazza come farebbe Dickens, lo devo fare a modo mio per dincibacco! … Questa storia mi sta facendo parlare in maniera che veramente astrusa… Comunque dicevo, si, la descrizione della gnocca. Quel che spiccava in lei erano sicuramente le chiappe, belle tornite come piacciono a me e le gambe… uhm che gambe! Lunghe e affusolate, ma Scrooge mica poteva vederle con quella gonna in stile vittoria… Però io so che aveva belle gambe. La ragazza si chiamava Elizabeth Bielle, chiamata da tutti Liz. Ed era la ragazza di Scrooge. E da questo si capisce come questo racconto sia un fantasy, quando mai una bella ragazza come Liz si metterebbe con un cesso come Scrooge. Mai! Potrebbe solo fare la mia concubina! Ah poi che occhi, assolutamente da mangiare, perfetti, verdi come… come… non è che avete presente la bava di un drago di smeraldo? Beh il colore era più o meno quello, senza il bianchiccio della saliva acida. Come si illuminarono gli occhi di Scrooge, di tutti e due gli Scrooge, si ingrandirono e strabuzzarono davanti a quelle bellezza. E sono sicuro che non era l’unica cosa che si ingrandiva, anche se penso che il vecchio Scrooge certe cose non le possa fare, sapete in questo tempo non c’era mica il Viagra che allieta i vecchietti! I due giovani incominciarono a ballare e tutti gli occhi si spostarono su di loro, erano davvero un bello spettacolo, sorridenti, felici, gioiosi.
“All’epoca lo festeggiavi il Natale…”
“Spirito ero giovane, sciocco, poi ho capito che il Natale è solo una sciocchezza. Perché dovrei essere felice se non ho un soldo in tasca? Perché dovrei festeggiare se sto male? Perché dovrei sprecare una giornata di lavoro in cui potrei guadagnare tanti soldi? E’ una festa per i fannulloni…”
“Meglio essere poveri e felici, che ricchi e brontoloni come te Scrooge. E’ tempo di andare avanti…”
La scena cambiò improvvisamente, il mondo intorno al vecchio avido e allo spettro si dissolse, cambiò contorni e divenne un viale alberato, ricoperto di foglie marcescenti. Due figure avanzavano nella nebbia, uno era il giovane Scrooge e l’altra era la sua fidanzata Elizabeth Bielle. Stavano discutendo animatamente.
“No spirito, ti prego, non farmi vedere questa scena, è troppo doloroso!” gracchiò il vecchio Scrooge.
Lo Spettro del Natale Passato non si scompose più di tanto alla richiesta dell’uomo e osservò tristemente quello che era già successo molti anni prima. Liz diede un sonoro schiaffo al suo ormai ex fidanzato e corse via piangendo allontanandosi per sempre da Scrooge.
“Ho scelto l’amore per il denaro al posto del suo amore… è l’ho rimpianto per tutta la mia vita. Non l’ho mai ammesso chiaramente, ma rivendendo questa scena ho capito quanto sono stato folle. Spirito ti prego riportami a casa, non voglio più vedere altro!”
“Abbiamo ancora molto altro da vedere per esempio quello che hai fatto alla tua famiglia…”
Lo Spirito del Natale Passato non poté continuare la sua frase perché venne aggredito da Scrooge che spinse la sua tuba in basso fino a che il fantasma non venne completamente risucchiato dal cappello per sparire in lampo di luce accecante. Scrooge si risvegliò illeso nel suo letto come se nulla era successo, sentì chiaramente che c’era qualcuno che mangiava e ruttava nel suo, a lungo deserto, salone anche perché la porta era socchiusa e si intravedere un filo di luce che penatrava nella sua stanza da letto. Scese piano dal letto e in punta di piedi, cercando di non fare il minimo rumore, si affacciò titubante. Quel che vide lo sconvolse, su un trono di cibarie cotte, quali polli, tacchini, oche, maiali, buoi, capre, pecore, insomma tutto quello che si poteva mettere sotto i denti entrando in una macelleria, sopra questo strano trono, era issato un gigantesco diavolo cornuto, altro circa tre metri, che si sollazzava mangiando parti del suo stesso scranno. L’essere era attorniato da delle donne di malaffare, bellissime e totalmente nude che esibivano sulla sommità delle loro teste delle piccole corna. Il demonio indossava solo una vestaglia rossastra come la sua pelle che gli lasciava scoperte le spalle ed il petto muscoloso. E lo so che ve lo state chiedendo tutti, si, sono io il Fantasma del Natale Presente. Si, si, lo so che sono bello e sexy, non c’è bisogno di dirmelo, ma se lo dite è meglio… comunque torniamo alla narrazione.
“Mortale fatti avanti, io sono il Fantasma del Natale Passato… no aspetta… sono quello del Natale Che deve ancora venire! No… quello è ‘n’atro… io sono ecco si, ora ricordo, io sono il Fantasma del Natale Presente! Dai andiamo che non ho molto tempo!” disse il demone ruttando sonoramente.
Scrooge cercò di scappare, impaurito da questa visione, ma l’essere fu più veloce di lui, lo aggiuntò con una sua zampa e attraverso un vortice di zolfo puzzolente lo portò in una piccola e vecchia casa.
“Dove sono?” chiese il vecchio avaro.
“Come non riconosci la famiglia del tuo impiegato? Quella bonazza è la moglie di Zerovatchit, si chiama Scarlett, e i cinque bambini che vedi sono i loro figli. Stanno aspettando i loro papà che con Tiny Tim, il loro figlio più piccolo, è andato alla messa di Natale. Ah si, lo so che lo pensi pure te, ‘sta Scarlett si da da fare. Un po’ di televisione non farebbe male a questi due… peccato che non l’hanno ancora inventata!” disse il demone ridendo sguaiatamente.
“Tu Spirito, parli in maniera assai strana…”
“E tu sei un avido ed idiota mortale, ora guarda e ‘sta attento. Questi qui saranno anche poveri, perché te gli dai uno stipendio da fame a quel poraccio, ma almeno sanno godere la vita. In tutti i sensi!”
Scrooge distolse l’attenzione da quello Spettro così particolare e vide che i bambini aiutati dalla madre stavano apparecchiando la tavola proprio mentre il padre ed il fratello erano tornati. Il cuore del vecchio ebbe un sussulto quando vide Tiny Tim. Il bambino era assai gracile, aveva una gruccia con sé e camminava zoppicando in maniera evidente. Si sedettero tutti a tavola ed intonarono una breve preghiera, poi la madre dispose sul tavolo un’oca, non molto grande, cotta a puntino che accompagnata da piselli e cipolle sarebbe stata l’unico piatto di quel pranzo di Natale.
“Non hanno altro da mangiare per il pranzo di Natale?”
“No caro Scroggetto, sai com’è c’è qualcuno che paga i suoi dipendenti una miseria, mica si possono permettere le laute minestrine insipide che ti pappi tu.” gli rispose sarcasticamente il diavolo.
“E dimmi Spirito, Tiny Tim non mi sembra molto in forze, cosa gli accadrà nei prossimi anni?”
“Cosa ti aspetti che gli accada zucca pelata? E’ debilitato, zoppo, mangia poco, schiatterà. Vedo una sedia vuota e una gruccia custodita gelosamente. E la sua morte sarà solo colpa tua! In fondo non sei te quello che ha detto che i poveri dovrebbero morire tutti? Che non si impegnano abbastanza sennò sarebbero ricchi? Anche Tiny Tim è povero, quindi merita di morire?”
“Io non intendevo…” cercò di dire Scrooge che venne interrotto dalla risata del demone.
“Sei uno spasso mortale, ora vediamo come se la passa qualcun altro tuo nipote…”
Il mondo attorno a Scrooge si dissolse, la casa del suo fido impiegato divenne quella, ben più spaziosa, del nipote. Si trovarono in un salotto dove il nipote, la sua compagna e i suoi amici, stavano bevendo un po’ di liquore dove aver gustato il pranzo di Natale.
“Ve lo giuro” – disse Gabriel – “Ha detto proprio che il Natale è una sciocchezza!”
Ci fu una risata generale a cui si unì, volentieri, anche il demone cornuto, dando anche una poderosa spallata al povero Scrooge che ruzzolò sul pavimento del salone.
“Tuo zio è proprio irrecuperabile!” disse una delle ospiti, una donna, Federica Of Dude, un po’ in carne con un tipico vestito vittoriano di color beige, che di origini italiane, era anche lei una pittrice come la moglie di Tanabrus.
“Diciamola tutta cara Fed, lo zio di Gabriel è un vecchio avido e gretto che non vorrei incontrare per nessuna ragione al mondo! Non capisco perché Gabriel tenti ancora di invitarlo ogni anno…”
“Cara mia moglie, sai che lo faccio soltanto perché è l’unico parente che mi è rimasto e che mia madre lo amava profondamente.”
“E’ ora di andare, mi rimane poco tempo per farti vedere anche tutto il resto, andiamo!”
Lo Spettro del Natale Presente non aspettò un altro momento e preso Scrooge per un braccio lo trascinò in strada, qui si fermò all’improvviso e cascò bocconi a terra ansimando.
“Credevo di avere più tempo! Stanno uscendo come gli Alien!” urlò il demone cornuto contorcendosi. Tra urli e strepiti dalla sua larga bocca fuoriuscirono due bambine scarmigliate, con capelli lunghi, vestite di stracci, sporche, che più che a bambine a Scrooge assomigliavano vampire. Avevano infatti artigli acuminati, zanne lunghe e occhi completamente rossi.
“Queste sono le figlie dell’umanità… Naeel, l’Ignoranza e Lyppa la Miseria! Guardati da loro, ma soprattutto dalla prima è più insidiosa e viscida di tutti i politici messi insieme! Ormai lo sento sto scomparendo… dopo di me, verrà il Fantasma del Natale Futuro… è uno tosto lui!”
E queste furono le ultime parole del demone che scomparve insieme all’Ignoranza e alla Miseria. Scrooge si ritrovò da solo nella strada ammorbata di nebbia, mentre il gelo gli penetrava nelle vecchie ossa. Dalla bruma sbucò una luce come di carboni ardenti che si avvicinava sempre di più. Qualche secondo dopo, davanti all’impaurito avaro, comparve un uomo mingherlino, con degli occhiali scuri, capelli corti ed una barbetta incolta. Fumava una sigaretta che non si consumava mai e che aveva prodotto quel bagliore che Scrooge aveva visto poc’anzi. Aveva un vestito strano per l’umano, infatti portava una sorta di camicia di un colore indefinibile e dei pantaloni altrettanto strani, anche le sue scarpe erano quanto di più strano Scrooge potesse pensare.
“Tu sei il Fantasma del Natale Futuro?” chiese titubante il vecchio avaro.
Lo Spettro non rispose ma diede solo un accenno con la testa, l’aura che irradiava era metallica, fredda come la Morte, dura. Il mondo prese a vacillare e a cambiare come ormai Scrooge sapeva bene. Si trovarono in un vecchio bugigattolo pieno di cianfrusaglie, vestiti, mobili vecchi, posate, bottoni e tanti altri oggetti messi alla rinfusa. Un’anziana donna si trovava davanti ad una stufa intenta a riscaldare le sue dita intirizzite. Dalla porta entrare tre altre donne, anch’esse anziane, portando ognuna un fagotto chi piccolo, chi grande. Le donne si guardarono e poi esplosero tutte in una risata collettiva.
“Noto avete tutte preso qualcosa al vecchio avaro, iniziamo da te Sarah Corvis, come va il tuo lavoro di becchino?” disse la rigattiera.
“Bene, vecchia Provy, tanta gente muore per il freddo e poi quando li seppellisco posso sgraffignare qualcosa… ecco cosa ho preso io a quel vecchio rachitico!” esclamò la donna vestita completamente di nero con dei lunghi capelli ormai grigi aprendo il modesto sacchetto che aveva con portato con sé.
“Uhm… vediamo… una forchetta, una spilla d’argento di non pregevole fattura… e qualche bottone. Cara Sarah, ti darò esattamente sette scellini, per tutta questa mercanzia, cosa fai accetti?”
“Accetto ovviamente, tra averceli e non averceli sette scellini!” esclamò la becchina.
“Passiamo a te Frederica Of Nard, cosa mi porta la cuoca di quel vecchiaccio? Uhm vediamo” – disse la rigattiera aprendo il sacco della cuoca – vecchi lenzuoli, qualche posata d’argento ed una vestaglia. A te darò esattamente un pound, otto scellini e un pence… ora tocca a Mary Chan la cameriera del vecchio. Vediamo un po’ oh! Sublime qui ci sono le tende del suo letto, con ancora attaccati gli anelli e… una canottiera di pregevole fattura, cara Mary, sarai quella che prendi di più oggi!” disse Provy con un sorriso sornione.
“Bene, almeno abbiamo guadagnato qualcosa noi dalla sua morte, nessuno è stato accanto a lui nei suoi ultimi momenti. E ben gli sta, era malvagio, gretto e si meritava solo questo dalla vita!” esclamò la cameriera del morto suscitando un’altra risata generale.
“Spirito dimmi ma di stanno parlando? Quella mi sembra la mia cameriera…” chiese il povero Scrooge impaurito che stava iniziando a capire a chi si riferissero questo gruppo di donne. La scena cambiò di nuovo, ora si trovavano in un cimitero, invaso dalla bruma con vecchie lapidi vaiolate dai licheni. Il Fantasma del Natale Futuro indicò una lastra tombale che si trovava davanti all’avaro Scrooge che indietreggiò inorridito vedendo che nella lapide c’era scritto il suo nome.
“Quindi è questo il mio destino Spirito… ho capito, Spirito, cambierò! Lo prometto ora portami a casa, ti prego!” squittì Scrooge sempre più impaurito.
Lo Spirito rise sguaiatamente, la risata penetrò nel cervello dell’avaro che si accasciò a terra bocconi, ormai convinto che fosse arrivata la sua fine. Aprì gli occhi, si trovava nel suo letto avvinghiato tra le coperte, fuori era mattina e si sentiva il cinguettio degli uccelli. Scrooge si affacciò alla finestra tutto contento, fuori dalla porta c’erano quei ragazzi, quei cantori che aveva scacciato dal suo studio.
“Ehi voi, dico a voi, si, ditemi che giorno è oggi?”
“E’ il giorno di Natale!” risposero in coro, cantando i Singers in Cosplay (si hanno cambiato nome e allora? Ci avete da ridire? Ah bene!) che dovete sapere erano composti da Matt Borg, un ragazzo con gli occhiali ed un naso assai prominente, Fran Danì, una bella ragazza con un corpo da favola, Masaki Kaneuchi il suo ragazzo, mezzo inglese e mezzo giapponese che faceva girare la testa a qualunque ragazza ed infine la più dolce del gruppo, la bellissima Elizabeth Tosy. Allora, pensò Scrooge, gli spiriti mi hanno tenuto impegnato solo una notte, quindi di volata si vestì ed era pronto per uscire. Davanti alla porta della sua casa trovò ancora i ragazzi del coro a cui regalò dieci sterline a testa ed anche alle sue vecchie amiche regalò altrettanto denaro per poi correre dal pollivendolo per ordinare un tacchino gigante da portare alla famiglia del suo impiegato. Infine decise di andare dal nipote con un bel dolce per cercare di riallacciare i rapporti e ci riuscì, divenne una persona onesta e gentile, cercò di aiutare tutte le persone che aveva disagiato con le sue azioni. Purtroppo la vita di Scrooge venne stroncata un anno dopo quando la carrozza che trasportava l’Ambasciatrice di Dakar, Viola Vitals, verso il palazzo della Regina Thirrin, lo investì ponendo fine alla sua vita. Ma da questa storia noi impariamo che…

Mad Dog si accorse solo a questo punto di essere da solo nella piazza gelata, e di essere attorniato da renne zombie e da un Babbo Natale super-zombie in cerca di vendetta.
“Oh… capperi, devo combattere! Vabbè ho solo il tempo per augurarvi a tutti voi un Buon Natale… e attendete il mio pacco! MUAHAHAHHAHAHAHAHHAHH!

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