Crossover

Ecco la terza parte del vecchio blogracconto a puntate scritto da me, ValbericiMechanikwing, questa è proprio la parte scritta da Mecha che sono riuscito a rintracciare dopo che ci eravamo persi di vista da un paio d’anni. La prima e la seconda parte potete trovarle qui.

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Ancora mappe. Che strazio.

Il giovane Steppembaum stava seduto in una piccola tenda di colore chiaro: attorno a lui, ogni superficie orizzontale e verticale era ricoperta da carte, per lo più planimetrie e rapporti dai gruppi di ricerca. Dall’entrata, una lama di luce del sole di Turchia gli colpiva un ginocchio da due ore; il calore, simile a quello dell’acciaio bollente, appena mitigato dal costante alito di vento salmastro che proveniva da oltre il promontorio. Stava finendo di leggere gli aggiornamenti, e ancora non riusciva a credere quanto “quel vandalo di Schliemann”, guidato solo dal suo primordiale e scriteriato istinto romantico, fosse andato vicino alla verità: i nuovi rapporti confermavano la notizia bomba lanciata nel 1999, che Ilio c’era davvero; e non era quel piccolo insediamento che si credeva all’inizio, ma una città enorme. Le ultime stime dei gruppi di ricerca indicavano un’area di rovine di decine di ettari, cioè una vera mostruosità anche per la concezione antica di “megalopoli”, e paradossalmente improbabili assedi decennali venivano ormai trattati quasi come un affare di ordinaria amministrazione per un centro abitato con quei numeri; questo e altri progressi rendevano il lavoro degli appassionati pieno di entusiasmo, anche se lui, una copia dell’Iliade del Monti sempre in tasca, purtroppo non si trovava lì per assecondare un suo sogno che pure aveva fin da bambino.

Sedeva immobile e rigido, tormentando il foglio che aveva sotto gli occhi stanchi, ignorando qualsiasi impulso che non fosse finalizzato a portare a termine la sua missione; e la sua missione era quella di riuscire a guardarsi allo specchio. Non nel senso metaforico del termine: non era mai stato un gran che come cattivo, e lo specchio avrebbe comunque avuto dei seri problemi a trovare qualche nefandezza da mettergli davanti per conto della sua coscienza; il problema era molto, molto più preoccupante, e lo perseguitava dall’inizio del mese, quando si trovava a Torino.

L’ennesima giornata afosissima in una deprimente biblioteca, in compagnia di un suo illustre congiunto/defunto dalla biografia tutt’altro che allegra, gli aveva presentato un conto salato: crollo da stress, e due giorni fermo in camera sua dopo una veloce visita al pronto soccorso, dove un laconico infermiere lo aveva congedato dicendogli “letto e camomilla e starà benissimo”. E uno Steppembaum segue sempre le intuizioni della Scienza, anche quando vengono da un pragmatico e annoiatissimo infermiere torinese con l’aria di chi si sveglia solo in presenza di ferite da arma da fuoco o crisi cardiache.

Il primo giorno a letto era stata una soddisfazione assoluta: 18 ore di sonno sparse casualmente durante tutto il corso della giornata, genitori rassicurati via telefono, neanche l’ombra di un libro in tutta la camera d’albergo; il secondo giorno da dietro la tenda della doccia aveva azzardato un’occhiata alla sua faccia, guardandosi nello specchio sopra il lavandino per vedere se sembrava ancora un fantasma e se fosse il caso di farsi la barba. Pessimo errore.

Si era ritrovato mezz’ora dopo, accovacciato sotto l’acqua corrente con la testa tra le mani, mentre rombi di tuono, visioni di paesaggi e di persone che non aveva mai visto, e un paio di splendenti figure che sembravano uscite direttamente dall’Iliade in fiamme e gloria gli incidevano in testa le loro parole. Quando l’acqua gelida divenne una frusta insopportabile uscì cautamente dalla doccia e cercò di riprendersi, mentre le visioni di volti sconosciuti ma familiari continuavano imperterrite il loro messaggio su Atlantide, e sulla loro ultima speranza di sopravvivere alla guerra cosmica che minacciava di estinguere per sempre una civiltà dalle radici così antiche e potenti da essere entrata nella leggenda. E, ovviamente, tutto il resto… ma lui era un fissato, e quando si parlava di storia antica qualsiasi altra cosa passava in secondo piano.

Lo specchio gli aveva regalato altri momenti terribili da quel giorno, così era diventato imperativo riprendere le ricerche da dove le aveva lasciate il suo antenato, per scoprire se le sue erano allucinazioni di un pazzo, oppure una verità troppo grande che la sua mente non poteva ancora accettare. Insomma, per riprendere la sua vita aveva bisogno di una prova di una delle due alternative; lui era sinceramente convinto della prima, ma visto che entrambe lo portavano agli scavi di Ilio si era ritrovato, senza pensarci più di tanto, a prosciugare il suo fondo personale, partire su due piedi e farsi assumere con altrettanta rapidità come volontario degli scavi, per soli “tenda e snack”, ovvero la versione di “vitto e alloggio” per archeologi dilettanti e disperati. Una buona parte dei fondi prosciugati era evaporata nel finanziamento di certe lettere di presentazione, ma perché divagare…

Era lì da due settimane, e il suo lavoro era quello di studiare testi antichi per capire dove iniziare i prossimi scavi, sperando di trovare un’area abbastanza importante da consentire scoperte rilevanti: poteva spaziare in tutta l’area senza restrizioni, esaminare reperti… Aveva potuto cercare la sua prova; e, visto che non aveva ancora scoperto niente su Atlantide o su delle guerre cosmiche, era felicissimo di poter iniziare a credere di essere impazzito per un breve periodo come può capitare a chiunque ogni tanto, e che sotto non c’era nient’altro di preoccupante. I soldi erano finiti; il turno come volontario finiva la settimana prossima; stava per tornare a casa, dove avrebbe potuto cercare lo psicologo più vicino e farla finita. Le uniche cose che lo trattenevano dall’abbandonare la sua ricerca all’istante erano la sua accademica testardaggine nel voler essere sicuro di ciò che voleva dimostrare a se stesso, e due splendidi occhi che aveva visto tra gli scaffali di alluminio del deposito dei reperti. Conosceva poco quella ragazza, ma si erano aiutati parecchio a vicenda nei rispettivi lavori e ricerche fidandosi l’uno dell’altra: era abbastanza introversa, e spesso aveva un’aria malinconica quasi stesse scavando sulle rovine di un posto che aveva abitato e amato; ma ogni tanto sapeva sorprenderlo con sprazzi di gioia che avevano su di lui lo stesso effetto dell’aver assistito a una resurrezione. Quando si cercavano qualche posto isolato per stare da soli ognuno con i propri pensieri, spesso finivano per incontrarsi: presto era diventato un gioco, una cosa particolare e mai successagli prima; in poco tempo non riuscivano più a evitarsi; e nel giro di una settimana, non riuscivano più a smettere di cercarsi. Non se ne sarebbe andato da lì senza sapere se il destino avesse in mente qualcosa per loro due; forse, anche questa era accademica testardaggine.

Intanto evitava accuratamente gli specchi, ma continuava a pensarci, e un giorno si ricordò di un oscuro appunto che il suo antenato aveva affidato al suo diario, qualcosa riguardo alla sede dell’anima. Lo cercò nel suo portatile, e quello che trovò lo lasciò con lo stomaco sigillato.

“Secondo parte delle civiltà del mediterraneo un punto privilegiato per individuare la presenza della vita è nelle ginocchia, mentre quella dell’anima è nella bocca… come già Monti, nei suoi endecasillabi:

Già l’alma errava sulle labbra, e certo

di veder mi credetti in questo giorno

l’ombre dei morti e la magion di Pluto

…dice Ettore quasi morto in battaglia. Schliemann mi parlò della Bocca di Apollo, il luogo in cui le anime dei troiani dimorano per sempre insieme alla loro conoscenza e il futuro destino…”.

Quando l’aveva trascritto sul suo portatile un mese prima, aveva pensato solo al fastidio che provava pensando che neanche la sua passione per l’Iliade era una cosa personale ma ereditata; ma ora le domande erano altre. Ritirò improvvisamente il ginocchio dall’assalto del sole, si chiuse nella tenda, cercò di contenere il tremito simile a quello della febbre che lo stava assalendo. Quali anime stanno ferme in un posto per sempre? Quelle senza pace. Quali morti hanno un destino futuro? Quelli che in realtà non sono morti. Gli scomparsi, coloro che non hanno ancora combattuto l’ultima battaglia. Gli eredi di Atlantide.

Cercò nelle mappe, ma ricordava che il tempio di Apollo era già stato esplorato. Raccolse le sue cose e si avviò verso gli scavi, ma non trovò nulla; allora andò nell’unico posto in cui poteva ancora avere delle risposte, il magazzino dei reperti. Era l’ora di pranzo e non c’era nessuno dentro; cercò nel catalogo fino a trovare i pezzi ritrovati nel tempio di Apollo, e ne trovò uno, che da solo valeva tutti i soldi spesi negli scavi: una maschera votiva, in oro, dedicata al Dio delle arti e della poesia, il portatore della spada d’oro che sfoderava solo per ordine di Giove, del quale aveva portato spesso la terribile Egida in battaglia. Un volto privo di occhi, incredibilmente liscio dopo millenni; una singola lamina di metallo era stata usata per creare quelle fattezze forti e sensuali, ed era stata sapientemente e delicatamente ripiegata verso l’esterno per poter ottenere le labbra. Stando bene attento che non arrivasse nessuno, la osservò da tutte le angolazioni, provò a infilarla, ne rilevò tutti i particolari. Niente, a parte forse… Lamina ripiegata.

Non credeva a ciò che stava per fare. Estrasse il coltello, lo insinuò sotto il bordo della lamina del labbro inferiore: mentre il cuore gli martellava nel petto al pensiero degli anni di galera che si sarebbe fatto, e per la paura di trovare qualcosa, iniziò ad allargare la lamina, finché non sentì qualcosa spostarsi al suo interno e alla fine cadere a terra. Con urgenza ma con la massima attenzione richiuse la lamina cercando di farla combaciare col mento come prima, e dopo aver rimesso a posto il preziosissimo reperto prese da terra l’oggetto della sua vera missione: due pietre perfette, due piccole sfere che sembravano perle, di cui una era candida come un sole in miniatura, mentre l’altra era un frammento di tenebra. Ormai respirava a tratti, la gola sembrava chiusa e aveva i crampi allo stomaco dalla tensione; ancora inginocchiato le avvicinò agli occhi, e si ricordò delle parole sussurrate da un uomo dal volto così simile al suo:

“Cerca il luogo dove gli opposti sono nati, e saprai come fermare questa guerra…”

«Allora c’è qualcuno che sa, dopo tutto». Una voce calma e sottile, dura come una staffilata, lo sorprese facendolo saltare in piedi.

Lei.

Typhoeus

Diario del Professor Hans Von Steppembaum

Napoli, 26 dicembre 1890

Il mio caro amico Heinrich Schliemann è morto davanti ai miei occhi, nella sua camera di albergo, si era sentito male il giorno prima nella Piazza della Santa Carità. La sua morte mi ha sconvolto, non credevo che potesse succedere così presto e così velocemente, nessuno è preparato alla morte di una persona amica. Nemmeno Heinrich era preparato, nessuno o quasi lo è davanti alla grande livella. Gli sono stato accanto sempre da quando è collassato, gli ho stretto la mano quando ho sentito che il soffio della sua vita stava andando via, ma prima di morire, in un momento di lucidità mi ha rivelato qualcosa che non aveva voluto mai dire a nessuno prima d’ora. Una tavoletta trovata a Micene, anni fa, durante i suoi scavi alla ricerca della tomba del re Agamennone. Mi disse dove trovarla, di non dire a nessuno dove si trovasse e che come suo ultimo desiderio, voleva che io, il suo migliore amico, interpretassi la strana scrittura della tavoletta. Heinrich era convito che questo oggetto potesse condurre a tesori immensi ed inimmaginabili. Non ho potuto resistere a quegli occhi supplichevoli ed ho accettato l’ultima volontà del mio amico, in sua memoria ho preso come me questa tavoletta che era conservata in un baule di piombo che Heinrich teneva sempre e gelosamente vicino al sé. Domani aprirò questo baule e vedrò per bene questo manufatto, ora sono troppo stanco e triste per fare qualunque altra cosa.

Napoli, 27 dicembre 1890

Sto aiutando Sophia nell’organizzare il trasporto della salma di Heinrich ad Atene, dove in un cimitero della città è stato costruito un enorme mausoleo per accogliere il corpo del mio amico. Non ho ancora avuto il tempo di vedere la tavoletta, ma lo farò al più presto.

Berlino, 8 gennaio 1891

Non ho avuto il tempo per scrivere, ho dovuto aiutare Sophia con tutte le faccende conseguenti alla morte di Heinrich. Il suo funerale è stato grandioso, degno degli eroi dell’antica Grecia, che lui tanto amava. Oggi ho finalmente avuto il tempo per aprire il baule del mio amico. Ho dato una prima occhiata alla tavoletta, che credevo essere di terracotta, invece è fatta di un materiale strano, non saprei come definirlo, è leggero come il vetro, liscio e senza alcuna imperfezione, inoltre ha uno strano colore bianco latte. Le scritte invece sono di colore nero scuro, sembra un qualche genere di inchiostro. Infine la scrittura per quel che posso vedere è perfetta, lineare, senza sbavature. La lingua usata è assai strana e a me sconosciuta, anche se c’è qualche rassomiglianza con le lingue indo-europee. Dovrà far ricorso a tutti i miei studi di linguistica per decifrare questo documento, non so quanto tempo ci vorrà, ma lo faccio in memoria del mio grande amico Heinrich.

Berlino, 19 febbraio 1892

E’ passato più di un anno da quando ho iniziato a decifrare la tavoletta lasciatami dal mio amico Heinrich. Ormai ne sono certo, aveva ragione, c’è qualcosa di assai importante sotto, qualcosa di estremamente importante. Prima di tutto credo che la lingua usata sia l’indo-europeo originale quello che ha dato vita a quasi tutte le lingue di oggi. Non mi spiego ancora cosa potesse farci a Micene e come si possa essere conservata un tesoro del genere. Inoltre è assai più antico delle rovine di Micene e delle scoperte che ha fatto Heinrich. Ora riporterò parte del testo che sono riuscito a decodificare, purtroppo alcune parti non sono riuscito a capirle, ma ciò che ho scoperto finora è assai interessante.

“Il mio nome non ha importanza, a chi leggerà [….] scrivendo non importerà […..] solo sapere che io sono un atlantideo, uno degli ultimi rimasti in questo mondo. Il mio [….] profondo, non potete nemmeno [….] quanto sia lontano [….] origine. Sappiate questo, eravamo una grande civiltà, la più grande che [….] Avevamo iniziato un’età che nei vostri miti verrà definita dell’oro, un’era che non si ripeterà [….] nel vostro […..] A causa di un traditore, il nostro continente è affondato sotto i flutti dell’oceano. Il Signore Oscuro ha compiuto ciò per cui era stato destinato ed ora combatte il fratello gemello, l’Imperatore Bianco per la [….] Noi pochi sopravvissuti ci nascondiamo, cerchiamo di vivere [….] in pace [….] La nostra [….] superiore alla [….] di qualunque era [….] Purtroppo l’affondamento della nostra isola ha creato un gigantesco maremoto in tutto il [….] un diluvio immenso. Abbiamo deciso di stabilirci alle pendici di un vulcano di una piccola isola che può alimentare con [….] lava [….] apparecchiature.

Abbiamo scoperto qualcosa di eccezionale, le leggende degli abitanti del luogo […..] Tifeo o Tifone, rinchiuso al centro del vulcano, sconfitto da Zeus eoni […] non crediamo a queste [….] le divinità non esistono […..] solo stati creati per […..] i fenomeni naturali che […..]

La grotta che gli indigeni […..] indicato sembra emanare […] energia sconosciuta anche a [….] abbiamo deciso [….] esplorare la caverna il [….]

C’è qualcosa di vivo là sotto, qualcosa di potente ed antico, qualcosa che abbiamo risvegliato, dannato sia […..] già due di noi sono stati divorati dalla creatura […..] più potente la sentiamo […..] notte […] respiro attraverso il vulcano. Non [….] tutta è […..] raccontano le leggende [….] dobbiamo sigillare la [….] per impedirle di scappare [….] dobbiamo avvertire l’Imperatore Bianco.

Sono riuscito [….] contatto […..] che [….] detto dove si […..] l’ [….] dovrebbe trovare […..] nel [….] ad est di Atlantide […..] combattendo contro [……] Nero. Purtroppo non […..] a [….] nelle onde […] le energie che […..] devono interferire con […..] strumenti.

Non avrei mai creduto di vedere ciò che ho visto ieri, la creatura era sempre [….] ad attirare [….] scomparsi altri […..] Quando credevamo di aver perso […..] è arrivato dal cielo un uomo, un Dio, si fa chiamare Ares è il dio [……] viene dall’Olimpo. Ci ha detto che [….] stolti per aver risvegliato il […..] ha detto che siamo […..] pensando di essere gli unici ad aver la sapienza e la […..] Ha detto che abbiamo devastato […..] Ci ha intimato di andare via mentre lui chiudeva […..] inoltre ha voluto sapere se […..] è stato toccato dalla creatura. Solo Cratis ha avuto il coraggio di [….] l’ha ucciso all’istante colpendolo con un raggio dei suoi occhi dicendo che […] ormai era [….] legato alla […..] Ares ha detto di andare [….] che lui chiama Ellade. Non ho avuto il coraggio di [….] anche mio figlio è stato […..] Ares ha detto che avrebbe informato […..] Bianco che sembra l’unico ad aver […..] nella nostra [….] Per chiunque legga questo […..] evitate [….] il monte Aetna [….] caverna […] nord del vulcano […..] Tifone.”

Quanto è scritto in questa tavoletta è di straordinaria importanza, lo capirete anche voi, narra della mitica isola di Atlantide ben prima di chiunque altro, narra dei suoi sopravvissuti e si intreccia con la leggenda di Tifeo. Sono troppo eccitato ora per descrivere appieno la portata di questa mia scoperta e tutte le sue conseguenze. Lo farò quando starò in viaggio, forse avrò la mente più lucida, parto domani per la Sicilia, già mi sono accordato con il re d’Italia Umberto I per fare degli scavi intorno al vulcano. In onore del mio amico Heinrich Schliemann compio quest’impresa, che Dio vegli sulla mia testa e mi faccia compiere la più grande scoperta dell’umanità!

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Questa è la prima parte di un racconto ancora da finire, che spero di continuare. La seconda parte la scrisse Valberici e la potete trovare qui. La terza parte l’aveva scritta Mechanikwing ma la devo recuperare perché Splinder ha fatto la fine che fatto. Infine la quarta parte che avevo scritto io la voglio rivedere per bene. Dopo che l’avrò rivista potrei passare la palla di questo blogracconto a qualcun’altro come avevamo fatto per le prime parti ormai scritte molti anni fa.

Collapses and Falls

Non gli piaceva molto andare in moto, lo considerava un mezzo per i plebei, ma date le circostanze, gli serviva qualcosa di veloce in grado di attraversare facilmente e velocemente le fogne della città verso il regno dei disgustosi ghouls. Il suo casco era un prodigio della tecnica, collegato direttamente ai satelliti della sua compagnia e al computer centrale dell’Oberon Building, che aveva fatto riattivare poco prima uscire per andare a salvare la cacciatrice. Ora poteva, quindi, ricevere ogni genere di informazione dell’ambiente circostante. Fu solo grazie a quell’apparecchio e ai suoi sensi ipersviluppati di vampiro che sentì arrivare l’onda d’urto dell’esplosione. Il pavimento delle fogne si sgretolò per poi crollare in una gigantesca voragine senza fine. Stakes era stato velocissimo e appena il suolo si era disintegrato, aveva abbandonato la motocicletta e aveva usato la sua telecinesi per planare nel mezzo della voragine. Anche senza le informazioni che vedeva davanti ai suoi occhi, aveva capito che in quel punto c’era stata un’esplosione di una potenza inaudita. Doveva essere stata quella Sarah, per cercare di uccidere il Golem. Eppure aveva spiegato a Pickett che bastava cambiare le lettere del nome del mostro per farlo tornare ad essere un ammasso di argilla informe. Perché quell’idiota di ghoul non l’aveva fatto? Perché cazzo aveva complicato tutto? Sentiva che il golem non era morto, sentiva che quel dannato essere elementare che aveva evocato era ancora vivo. Si doveva ricomporre e dopo quell’esplosione, ci avrebbe messo molto tempo. Doveva trovare quella cacciatrice prima che lo facesse il gholem e prima che quell’idiota di dampyr nuclearizzasse il resto della città per eliminare il suo mortale nemico.

Gli era crollato tutto addosso. Letteralmente. Il soffitto era crollato e lo avevo travolto. Era riuscito a rifugiarsi in una nicchia del muro delle fogne e miracolosamente era sopravvissuto. Infatti, anche un vampiro come lui, poteva morire se rimaneva intrappolato sotto quei pesanti macigni. Quel che rimaneva della volta del cunicolo che stava percorrendo poco prima ora lo intrappolava dentro quella rientranza del muro che l’aveva salvato dal crollo. Provò a spostare uno dei macigni ma era tutto inutile. Il masso non si mosse di un millimetro e rimase nella sua posizione. Doveva escogitare un piano prima che il suo corpo finisse le scorte di sangue. Si ricordò di una delle tecniche imparate dal suo amico Dracula, in Romania. Espandere la mente, era la prima cosa da fare. Poi pensare al proprio corpo come qualcosa di volatile, come ad un gas che potesse passare tra le minuscole fessure della roccia. Doveva pensare di essere in superficie, sotto i raggi argentei della luna. Aprì gli occhi. Era fuori. Il vento gli accarezzava la pelle fredda e gli scompigliava i capelli rossi. Sentì una voce nella sua testa. Morrigan. La sua amata Morrigan. La donna, umana, che aveva stregato il suo cuore non morto.
“Qualcosa di antico si è ridestato. Lo sento. Deve essere fermato. Il nostro ordine ti darà tutto l’aiuto possibile. Le mie consorelle di New York ti aspettano. Sai dove trovarle. Che la Madrea Oscura, la divina Hekate Aidonaia, vegli su di te e su tutte noi.”

Era riuscito a salvarsi, miracolosamente. Per fortuna aveva progettato il suo studio in maniera perfetta. Una scappatoia di emergenza proprio accanto alla scrivania. E si era ritrovato nella merda, sia metaforicamente che letteralmente. Era atterrato sugli escrementi di un cane ma soprattutto aveva perso il controllo della sua città. Il suo attico era andato distrutto. L’unica cosa buona era che lo credevano morto. Tutti. Era un bene. Aveva bisogno di sangue, urgentemente. Per quanto si fosse salvato, l’esplosione aveva lambito la sua pelle e bruciato parte dei suoi vestiti. Aveva consumato molto sangue per guarire dalle ustioni. Non doveva farsi vedere, non doveva far supporre a nessuno che era ancora vivo. La fortuna era dalla sua parte, un barbone dormiva nel vicolo. L’uomo si era svegliato quando lo aveva sentito atterrare qualche secondo prima. Lo guardava in maniera strana. Non era così usuale vedere qualcuno, vestito in giacca e cravatta, con gli abiti consumati dal fuoco, atterrare in un vicolo, illeso. Nubi si avventò sull’uomo con una velocità fulminea. Il barbone non ebbe nemmeno il tempo di gridare che il vampiro gli ruppe il collo. Gli rubò i vestiti e buttò, con riluttanza, i suoi costosissimi abiti dentro un cassonetto. Lasciò il cadavere dell’uomo lì per la strada, senza succhiargli il sangue. Lui era Ludovico Nubi, non poteva bere il sangue di un pezzente. Ora doveva andare dove sapeva lui. In un posto dove avrebbe trovato un buon computer e scorte di sangue illimitate. Doveva andare dalla sua creatura. Dal miglior sistema informatico che avesse mai creato. E se qualcuno avesse fatto storie, c’era sempre la sua Beretta laccata in oro che avrebbe risolto la situazione.

ludoviconubiLudovico Nubi disegnato da Zerov.

Ancient Dangers

“Oggi ho incontrato l’uomo della mia vita! Si chiama Alan fa l’avvocato in uno degli studi più importanti! E’ bello, divertente ma soprattutto è pieno di soldi! Rhona, ti richiamo più tardi quando sarò tornata a casa, non voglio parlare al cellulare mentre guido.”
Spense il cellulare, un Nokia di ultima generazione e lo mise dentro la borsetta nera. Prese le chiavi della macchina, una Ford Mustang S-197 argentata, e disinserì l’allarme. Sentì un rumore di passi strisciati dietro di lei. Si girò di colpo, impaurita. La luce dei lampioni era fioca e irregolare e non consentiva una perfetta visuale della strada deserta. Vide qualcosa che stava avanzando, arrancando, verso di lei. Chi le stava davanti emetteva un sordo sibilo, come un respiro rauco e convulso. Colta dal timore di un possibile pericolo, prese lo spray all’aglio che teneva sempre dentro la sua borsa di Armani. Non riuscì a distinguere con precisione le fattezze dell’uomo che aveva davanti fino a che muovendosi a scatti, l’uomo non arrivò precisamente sotto la luce di una lampione. Per quanto l’illuminazione fosse fioca poté vedere che la pelle della creatura era completamente nera, arrostita, bruciata come la carne lasciata troppo tempo sul fuoco. Vide anche i denti perfettamente bianchi e i canini orribilmente sporgenti dalle labbra screpolate e secche. Il cuore iniziò a martellarle il petto. Gli occhi rossi, assetati di vita, del mostro che aveva davanti incontrarono i suoi, celesti, ottenebrati da una paura atavica che non le faceva muovere un sol muscolo. Con un balzo sorprendente la creatura le fu addosso in un attimo, sorprendendola con la sua agilità. Cercò invano di spruzzargli l’aglio sugli occhi ma il mostro era stato più veloce e affondò i canini, aguzzi, nella sua giugulare quasi staccandole di netto la testa con la forza del morso. Il mostro le succhiò con grande voracità quasi tutto il sangue in pochi secondi per poi lasciarla agonizzare. Scappò via nelle tenebre da cui era venuto come risucchiato da un gorgo oscuro. I suoi fini capelli biondi erano imbrattati del suo sangue. Alcune lacrime bagnarono le guance perfette della ragazza mentre appoggiata alla sua auto nuova esalava il suo ultimo respiro da viva.

Aveva quasi ripulito tutti i piani del palazzo, era da tanto, troppo tempo che non si prendeva uno sfizio come questo. Ammazzare delle nullità come erano quei vampiri che lavoravano per Nubi, era veramente una bella soddisfazione. Ammazzare poi il vampiro che aveva tradito il basileus, come diceva quella pubblicità, non aveva prezzo. Era arrivato a due piani sotto l’attico e qui si poteva vedere quale sfacelo avesse provocato l’esplosione. Il pavimento del piano era invaso da pezzi di calcinacci e di intonaco, i fili elettrici pendevano dal soffitto mentre ogni corridoio era invaso dall’acqua alta un centimetro circa. Aveva studiato attentamente la pianta di ogni piano del palazzo, ma ora probabilmente si era perso, cosa impossibile, pensò. Lui era Matt Stakes non poteva fare un errore così banale. Si trovava alla fine di un corridoio davanti ad una porta blindata, che era stata divelta dall’interno. Questa parte nella cartina non era segnata, non c’era alcuna porta. Notò che questo portone blindato, se fosse stata chiuso, si sarebbe mimetizzato perfettamente con il muro del corridoio. Quindi non si era sbagliato, semplicemente questa era una zona del palazzo che Nubi non voleva si sapesse l’esistenza. Sentì un gemito quindi entrò dentro una stanza piccola e quadrata che poi immetteva in un’altra stanza, completamente al buio. Un uomo giaceva, con un orrendo squarcio sul collo, riverso sul pavimento. Stava morendo, lo poteva vedere bene. L’uomo lo guardò dapprima sorpreso poi nei suoi occhi trasparirono terrore e paura. D’altronde pensò il vampiro, aveva davanti Matt Stakes.
“E’ scappato…” disse l’uomo sputando sangue dalla bocca.
“Chi Nubi?” gli rispose il vampiro preoccupato.
“No, l’essere innominabile. Colui che è antico. Colui che avevamo rinchiuso dentro l’altra stanza… Dorm…” disse l’uomo prima di spirare.
Il vampiro era incuriosito dalle parole dell’uomo appena morto e, anche se non l’avrebbe mai ammesso, nel profondo della sua anima dannata, era impaurito. Decise che per fugare ogni dubbio avrebbe dovuto saperne di più. Quindi mise una mano sulla tempia sinistra del cadavere e così facendo, attraverso un mistico rituale appreso in Cina, seppe tutto quello che sapeva il morto. Il sangue nelle vene di Stakes si gelò, se questo era possibile, un violento tremito percorse tutto il suo corpo. Ci volle tutta la sua concentrazione e tutto il suo autocontrollo per non impazzire. Per la prima volta da tanto tempo aveva paura, anzi terrore per quello che era successo, per quello che aveva fatto. Aveva liberato qualcosa di terribile, qualcosa di inarrestabile. Aveva fatto veramente una grande cazzata. Avrebbe dovuto informarsi meglio sull’edificio, avrebbe dovuto pianificare tutto meglio, invece la brama di potere e la vendetta avevano preso il sopravvento sul suo essere razionale. Ed ora era nella merda, non solo lui ma tutti vampiri. Ciò che aveva contribuito a liberare era di una spaventevole potenza, che solo pensarlo, lo fece vacillare. Doveva fare qualcosa, tenere allenata la mente, così non sarebbe impazzito. La situazione era drammaticamente cambiata. Doveva riferire ai propri uomini di avvertire ogni vampiro in città, ora non era importante chi avrebbe sostituito Nubi ma l’importante era che i vampiri stessero tutti insieme, infatti il mostro era ancora debole, probabilmente, non era ancora in grado di affrontare molti vampiri. Se solo avesse trovato un vampiro da solo, sarebbe stata la fine. Avrebbe acquisito nuovamente i suoi antichi poteri, anche con la metà dei suoi poteri sarebbe stato quasi inarrestabile. Un altro vampiro se ne sarebbe fregato, avrebbe mandato questo essere antico come il diluvio contro la cacciatrice ma Stakes capì, con orrore, che l’unica possibilità per sconfiggerlo era quello di allearsi con Sarah. Almeno per il momento avrebbero dovuto appianare i proprio contrasti. Doveva mettersi in contatto con i ghouls, sapeva infatti che la ragazza si trovava preso quelle abbiette creature. Sapeva anche come mettersi in contatto con loro, avrebbe usato quella poca telepatia che possedeva per entrare nella mente di Pickett, il sovrano di quegli esseri vili e spregevoli. Prima però doveva svolgere un compito gradevole, sentì infatti che l’uomo defunto qualche minuto prima si era rialzato in piedi. Voleva il suo sangue e la sua carne, infatti la progenie dell’antico essere, per cibarsi, doveva mangiare anche il corpo delle sue vittime. Nemmeno si voltò, il suo spadone a due mani volteggiò in aria con una grazia sovraumana. Il corpo del cadavere rianimato venne diviso in quadrati perfetti, come fosse una scacchiera. I pezzi di carne sanguinolenti caddero sul pavimento invaso dall’acqua. Non era stato molto divertente come invece aveva ipotizzato, pensò Stakes. Il vampiro quindi prese il suo cellulare Motorola, completamente nero, e digito velocemente un numero.
“Abbiamo un problema. Non farti domande, esegui, ti detterò, ora, un editto per tutti i vampiri della città. L’isola di Manhattan è in quarantena, nessun vampiro deve uscire o entrare, tutte le vie devono essere chiuse. Devi avvertire Monok, il leader dei licantropi, digli di controllare ogni via d’accesso e di uscita all’isola. Se un vampiro prova a entrare o a uscire, lo devono uccidere. Hanno la mia autorizzazione. Nessun vampiro deve uscire a caccia da solo, bisogna stare tutti insieme. Fallo immediatamente, non discutere. L’antico si è svegliato, dobbiamo prevenire la sua completa rinascita.” Aveva parlato così rapidamente che il suo sottoposto non era riuscito a parlare, anche perché sapeva che interrompere un discorso di Matt Stakes, poteva portare alla morte. Ora doveva fare qualcosa che veramente aborriva, congiungere la sua mente con un essere inferiore come un ghoul, ma spesso, come si dice, a mali estremi ci vogliono estremi rimedi.

Era il terzo lacchè di una nobile stirpe vampirica che pestava a sangue e ancora non aveva sentito quel che voleva sapere. Chi aveva tradito Nubi? Perché per compiere un attacco del genere, Stakes aveva avuto sicuramente bisogno di una talpa nell’organizzazione del basileus. Aveva scoperto molto poco solo che le grandi famiglie erano all’oscuro dei piani del vampiro inglese. Non era vero, non ci voleva un genio per capirlo, il nuovo signore della città aveva probabilmente corrotto molti vampiri potenti per lasciare isolato Nubi. I non morti come lui si vendevano per molto poco. Qualche privilegio in più ed era fatta. Doveva cercare alleati, qualcuno che l’aiutasse nella sua battaglia contro chi aveva, probabilmente, ucciso il suo amico. Finora aveva tenuto un basso profilo, evitando di incrociare altri vampiri, non voleva dare nell’occhio. Non voleva che si sapesse della sua venuta. Lui e Stakes non erano mai andati molto d’accordo, anzi, non erano mai andati d’accordo. La sua mente andò a molti anni prima, quasi un decennio, quando lui e Norman erano la coppia di mercenari più cercati di tutta New York. La katana e gli artigli, era questo il loro soprannome. Così avevano conosciuto il vampiro inglese patito per le armi bianche. All’inizio erano stati solo piccoli incarichi, poi incarichi sempre più importanti. Stakes disprezzava Connor e non lo nascondeva affatto, mentre invece aveva un feeling molto forte con Norman. Lo adorava, letteralmente. Connor non aveva mai capito come un vampiro così potente potesse essere interessato, ammaliato, in qualche modo, da un vampiro rozzo come era il suo amico. Stakes aveva sempre tentato invano di dividerli, di separarli, di metterli l’un l’altro. Connor, irritato da questo comportamento, aveva osato colpire con un pugno il suo datore di lavoro. Da quel momento la situazione era degenerata, fino al confronto finale nell’attico. Ripensò ancora che sarebbero morti se Lu non fosse intervenuto in loro soccorso. Stakes aveva continuato a tormentarli, anche quando si erano trasferiti a Dublino. Aveva ucciso Adriana, la compagna umana di Nubi. L’aveva vampirizzata e poi l’aveva uccisa davanti agli occhi del suo amico. Quella volta non aveva potuto fare nulla, ma ora, aveva la possibilità di vendicarsi di tutto quello che aveva fatto il vampiro inglese. Scoprì quasi per caso che Stakes aveva inviato una squadra di vampiri e un essere elementare contro una ragazza, una dampyr cacciatrice di vampiri. Dalle voci che circolavano in città, questa Sarah si trovava, in quel momento, presso Pickett, il sovrano dei ghouls. Connor O’Donnel decise quindi di fare una visita al suo vecchio amico Pickett. Si chiese se le guardie l’avrebbero riconosciuto dopo tutti questi anni. Si disse che sicuramente avrebbero riconosciuto Connor O’Donnel, l’unico vampiro amico dei ghouls.

Ora si trovava in una stanza blindata degli ultimi piani del palazzo. Immerso nell’oscurità, si era messo al centro di un pentacolo di sangue, suo. Questo per accrescere la portata della sua telepatia. Fuori, nel corridoio, c’erano venti vampiri armati assai pesantemente, per evitare che qualcuno o qualcosa, potesse disturbare il loro padrone. Prima si era concesso un attimo di sollievo, Monok aveva accettato di sorvegliare i confini dell’isola. Questo aveva reso, in qualche modo, più dolce il sangue del giovane che aveva dissanguato. Doveva iniziare in fretta il rito, prima che l’essere elementare arrivasse a Sarah. Era tragicomico che dovesse salvare la sua nemica dallo stesso mostro che le aveva mandato contro. I fumi degli incensi fecero aumentare la sua percezione del mondo circostante, espanse la sua mente fino a arrivare ai cunicoli dei ghouls. Seguì il labirinto sotterraneo, costellato dalle case costruite da un defunto clan di vampiri, fino ad arrivare in una piccola piazza. Assiso su un malmesso trono di pietra si trovava un ghouls assai grande. Quello doveva essere Pickett. Vide anche Sarah, la sterminatrice di vampiri, quella che doveva uccidere lui, Matt Stakes. Come sembrava piccola e indifesa, avrebbe potuto entrare nella sua mente e ucciderla. Sarebbe sembrato naturale. La tentazione era forte, ma grazie al suo autocontrollo riuscì ad allontanarsi dalla ragazza e a entrare, con violenza, nella mente del ghoul. I convenevoli non erano adatti alla situazione. Stakes iniziò a parlare.
“Sono Matt Stakes, saprai sicuramente, sovrano dei ghouls, chi sono. Sono entrato in contatto telepatico con te per un motivo preciso e sappi che unire le nostre menti mi disgusta in una maniera indicibile. E non provare a cercare di rispondermi, la tua mente non è così evoluta per farlo, quindi ascolta attentamente. Abbiamo un problema, serio. L’esplosione dell’attico del basileus ha liberato un essere abominevole, più di voi ghouls. Un essere che doveva rimanere rinchiuso per l’eternità. E’ colpa mia, mi assumo le mie responsabilità. Ora però dobbiamo collaborare per sconfiggere questo essere. Tutti insieme. Anche la cacciatrice, anzi quell’orrore di ragazza è assolutamente necessaria per fermare l’antico. Ti darò tutte le informazioni che ho. Eccole. Potresti non reggere una tale mole di notizie ma è l’unico modo. Capisci ora la situazione? Abbiamo anche un altro problema, ho evocato un essere elementare per uccidere Sarah. Ora, quell’essere sta venendo da voi. Io sono l’unico che può fermarlo. Quindi devo venire lì sotto, per salvarvi. Devi dire alle tue guardie di farmi passare. Altrimenti le ucciderò io stesso, non che mi importa molto di spargere del sangue di ghouls. E’ una gentilezza che ti faccio. Riferisci alla cacciatrice quello che ti ho fatto sapere. Sarò presto da voi. Stavo dimenticando, c’è anche un altro modo per sconfiggere quell’essere, è difficile, ma potreste provare comunque…”
Era molto stanco e spossato, non aveva mai usato la telepatia per così tanto tempo. Aveva bisogno di altro sangue prima di andare a salvare la cacciatrice e i ghouls dal mostro che aveva evocato.

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Vampiro Antico disegnato da Zerov

Like Red Pink

Le parti precedenti le potete trovare cliccando su “Blogracconto” qui sopra.

“Per il diluvio universale, cosa cazzo è successo?” gridò Victor quando sentì il palazzo tremare violentemente a causa di un’esplosione di cui aveva sentito solo l’agghiacciante boato. Subito dopo si mise in funzione, assordante, il sistema di allarme. Si accesero le luci di emergenza che indicarono ai numerosi dipendenti le vie di uscita più veloci. Una tempesta di gocce d’acqua iniziò ad inzuppare i folti e lunghi capelli biondo cenere del vampiro.
“Dannazione, anche questa!” grugnì esasperato il non morto alzando lo sguardo verso i bocchettoni del sistema antincendio. Probabilmente l’esplosione aveva mandato in tilt ogni apparecchiatura del palazzo e, quindi, anche il sistema antincendio, pensò Victor. Non si capacitava di aver potuto permettere che succedesse un tale disastro. Lui avrebbe dovuto evitarlo. Era l’addetto alla sicurezza del basileus Nubi, doveva pensare all’incolumità del suo padrone, che probabilmente, era morto. Aveva infatti intuito che l’esplosione era avvenuta all’ultimo piano o comunque negli ultimi piani del palazzo. Se la deflagrazione era avvenuta qualche piano sotto all’attico c’era ancora qualche possibilità che il basileus fosse vivo, forse intrappolato dall’incendio che sicuramente si era sviluppato dopo l’esplosione. Prima però di fare congetture, doveva andare a vedere con i propri occhi qual era la situazione e cercare di scoprire l’origine del disastro. La speranza che Lu, come lo chiamava confidenzialmente lui, fosse vivo, era minuscola, ma come diceva un proverbio degli umani, la speranza era anche l’ultima a morire. Raggruppò una decina di vampiri che stavano evacuando verso il piano terra dell’Oberon Building e li divise in quattro gruppi. Il primo gruppo sarebbe sceso fino al pieno terra per controllare la situazione con la polizia e i pompieri e far salire solo le “loro” squadre di vigili del fuoco, cioè dei pompieri legati alla loro organizzazione da vincoli di sangue e che quindi dovevano obbedire ciecamente ai loro ordini. Se qualche umano non indottrinato avesse scoperto, accidentalmente, la loro vera natura, sarebbe stato un affare veramente molto brutto. Il secondo gruppo si sarebbe occupato di controllare i server e il computer centrale, di mettere al sicuro tutti i dati e di evitare intrusioni di estranei. Il terzo gruppo si sarebbe appostato al quindicesimo piano e non avrebbe fatto salire nessuno che non fosse dell’organizzazione. Infine il quarto gruppo guidato dallo stesso Victor sarebbe andato verso i piani più alti. C’era voluto quasi un quarto d’ora per coordinare tutti i gruppi, si trovavano ora su un corridoio del sesto piano che era stato evacuato da pochi secondi. Stavano per separarsi quando, all’improvviso, tutte le luci si spensero. Per fortuna, pensò Victor, grazie alle loro abilità vampiriche innate, potevano vedere al buio come alla luce. Operare nell’oscurità non era un problema per loro. Quindi riuscì a vedere benissimo chi si trovava ora davanti ai suoi occhi neri come la pece. Un vampiro era come comparso dal nulla, vestito con un completo rosso carminio. Impugnava saldamente alla mano destra, uno spadone a due mani, di foggia assai antica, che teneva rivolto con la lama verso il pavimento, quasi come fosse un vecchio con il suo bastone.
“Stakes” sibilò Victor quasi sputando le parole.
“Ti ricordi di me. Sono lusingato. La vostra fine sarà breve e indolore.” disse il vampiro guardando il fisico possente, da orso, e la folta ma curata barba di Victor. Gli altri vampiri risposero a Stakes sfoderando le loro pistole mentre l’addetto alla sicurezza del basileus fece crescere i suoi lunghi e affilati artigli. Tutto ciò che successe dopo accadde in pochi secondi. Lo spadone si mosse come se avesse avuto vita propria saettando nel corridoio e decapitando con estrema facilità ogni vampiro, tranne Victor. La carne di quei non morti, che era nota per la sua robustezza in confronto alla flaccida carne degli umani, era diventata come burro fuso al contatto con l’arma di Stakes.
“Dalla tua faccia sbigottita ti starai chiedendo – come ha fatto? – Devi sapere che in questi miei anni di forzato esilio ho notevolmente migliorato le mie capacità telecinetiche. Inoltre ho appreso qualche trucchetto magico, in previsione di incontri come questo.” disse quasi ridendo il non morto che continuò dicendo:”Cosa aspetti? Un invito forse? Non userò la spada se è questo che ti preoccupa.”
Lo spadone a due mani cadde pesantemente sulla moquette ormai fradicia e imbrattata dalla polvere che rimaneva dei corpi di vampiri che erano stati appena decapitati. Con un urlo gutturale da far tremare le pareti, Victor si lanciò all’attacco contro il suo temibile avversario. Stakes chiuse gli occhi e quando sentì la presenza degli artigli dell’altro vampiro a qualche millimetro dal suo corpo, riaprì di botto le palpebre. Una forza invisibile lanciò Victor dall’altra parte del corridoio facendo andare a sbattere contro la porta di un ascensore che si deformò all’impatto. Il vampiro cercò di rialzarsi, ma la stessa forza misteriosa lo sospinse in alto bloccandolo sul soffitto. Stakes si avvicinò con passi lenti e studiati, impartendo il maggior dolore possibile alla nullità che stava combattendo. Attraverso la sua telecinesi stava facendo stritolare il corpo di Victor sapendo che questa pratica non l’avrebbe comunque ucciso ma lo avrebbe ferito gravemente. Arrivò quasi sotto al vampiro proprio quando si sentì lo scrocchio di un osso della gambe sinistra che si frantumava. Stakes lasciò andare la presa della telecinesi e il vampiro cadde sonoramente sul pavimento.
“Sono stanco di giocare con te. Lo dico a malincuore, non mi hai fatto divertire più di tanto. Sparisci, non ti voglio più rivedere, nel nuovo ordine di cose che imporrò in questa città, per quelli come te, non c’è alcun posto!” disse Stakes voltando le spalle al suo avversario. Victor cercò di alzarsi, ma cadde pesantemente in ginocchio, a causa del gamba fratturata che stava, seppur lentamente, guarendo.
“Ah, quando dicevo che non avrei usato la spada, beh mentivo!” urlò Stakes senza voltarsi, ridendo sguaiatamente.
Victor poté solo sgranare gli occhi prima che la spada a due mani gli trapassasse il collo, mettendo fine alla sua esistenza di non morto.
“Ed ora manderò qualcuno ad occuparsi di quella Sarah… quell’abominio deve essere distrutto… potrebbe minare la mia salita al potere, vero Victor?” disse Stakes girandosi verso quello che rimaneva dell’addetto alla sicurezza di Nubi. “Ah, è vero, ti ho ucciso.” disse contrariato il vampiro che raccolse la sua arma sussurrando:”Potrebbe essere molto piacevole scontrarsi con quella cacciatrice, se solo ne avessi il tempo…”. Stakes scosse il capo dolente e si avviò verso i piani superiori per ripulirli dagli altri vampiri che erano al servizio del defunto basileus. Aveva voluto sbrigare personalmente questa faccenda, così da consolidare il suo prestigio e la sua potenza in città, ma anche per un suo gusto sadico di porre fine a non-vite così inutili.

La lunga coda dei suoi capelli di un rosso quasi carminio veniva smossa dal forte vento che spirava quella notte. Sentiva le sirene accorrere sul luogo del disastro. Poteva vedere dalla sua postazione, un edificio poco lontano dall’Oberon Building, lo sfacelo che aveva causato l’esplosione, le fiamme che avevano invaso l’attico. Erano passati alcuni minuti dalla deflagrazione e dei ricordi di un passato lontano tornarono ad affollare la sua memoria, facendolo andare indietro nel tempo di più di una decade. Si ricordò di quando lui e Norman avevano affrontato Matt Stakes. Proprio in quell’attico. Quella volta il facoltoso vampiro inglese aveva fatto esplodere il suo prezioso studio all’ultimo piano pur di vincere. Quella volta se non fosse stato per il provvidenziale arrivo di Nubi, sarebbero morti. Il basileus era riuscito a contattarlo, in Canada, alcuni giorni prima, lo aveva pregato di raggiungerlo, non sapeva per cosa, non aveva voluto rivelarlo. Anche se non poteva sopportare quel vampiro così vanaglorioso e spocchioso, aveva constato che era uno dei pochi amici, forse l’ultimo, che ancora aveva. Ed ora Nubi era probabilmente morto, ucciso da un suo vecchio nemico. Aveva visto passare qualche secondo prima un elicottero, sulla cui fiancata, c’era scritto a caratteri cubitali e militareschi “M.S.A.I.”, acronimo di “Matt Stakes Army Industries”. Aveva subito capito cosa era successo e si sarebbe vendicato. Lui era Connor O’Donnel, il più famoso vampiro dell’Irlanda ma soprattutto il non morto che in tutto il Nord America, era il più abile nel maneggiare una katana. Il vento era aumentato di intensità e muoveva convulsamente il suo cappotto di pelle nera. Saltò giù dal tetto dell’edifico con un balzo felino e atterrò perfettamente in strada senza fare il minimo rumore. Era tempo di vendicarsi, la lama della sua katana si sarebbe bagnata del sangue di Stakes, se non quella notte, nella prossima. Non si uccidevano gli amici di Connor O’Donnel senza pagare il fio della vita, ma soprattutto non perdonava a Stakes di avergli impedito di sfottere personalmente Nubi per lo stupido appellativo, basileus, che si era dato.

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Connor O’Donnel disegnato da Zerov

Reflected Blood

La porta dell’ascensore si aprì silenziosamente. Un uomo entrò, con passi felpati, nell’attico di un maestoso grattacielo della Grande Mela. Ammirò con disgusto tutta l’opulenta ricchezza che quel luogo emanava, dall’immensa libreria traboccante tomi antichi e pregiati, ricoperti di polvere alla pendola interamente rivestita di oro luccicante. Dovunque posasse lo sguardo vedeva solo oggetti pacchiani e di pessimo gusto. Lo vide, era dietro la robusta scrivania di legno nero, di spalle, stava guardando, attraverso le vetrate che circondavano interamente l’attico, la città notturna brulicante di vita. Nella mano destra teneva una coppa di cristallo, probabilmente boemo o veneziano, ricolma di un liquido rosso, assai scuro.
“Passa il tempo, amico mio, ma tu sei sempre dall’altra parte della scrivania, mentre io sto sempre da questa parte.” disse l’uomo girandosi verso la persona che era appena entrata nel suo attico.
Non era cambiato molto, era solamente più pallido di dieci anni prima. I lunghi capelli corvini erano legati in una coda. La faccia era lunga e stretta con degli occhi piccoli e vivaci, di un nero tenebroso, il naso era anch’esso stretto e lungo. I canini erano bianchi, lucidi e sporgevano dalla piccola e sottile bocca del vampiro. Indossava un completo gessato bianco, di qualche stilista italiano, non indossava una camicia, ma bensì una maglia nera. Da quando l’aveva conosciuto, quasi quindici anni prima, Ludovico Nubi aveva sempre indossato quegli orribili completi.
“Qualcosa però è cambiato, Lu, quando entrai qui per la prima volta, dieci anni fa, c’era un altro dietro quella scrivania.”
“Caro Norman, sono cambiate molte cose dalla tua sparizione dopo i fattacci di Dublino…” disse Nubi scrutando scrupolosamente quel suo vecchio amico. Era basso come se lo ricordava, molto più basso di lui, ma assai più muscoloso. Un nanetto ostico. Portava ancora una barba incolta accompagnata da dei capelli altrettanto incolti. Sembrava più un ghiottone che un vampiro anche perché i suoi vestiti erano più stracci che vestiti veri e propri. Anzi, pensò Nubi, sembrava un barbone. Come sempre era sembrato. E oltretutto puzzava di fogna come sempre era puzzato.
“Hai avuto più notizie di Connor?” chiese a bruciapelo Norman cogliendo alla sprovvista l’altro vampiro.
“Lo sento a volte, è stato in Cina, in Africa a cercare chi sai tu, in Romania… in molti posti… ci siamo anche rivisti qualche volta. Tu dove sei stato Norman? Se così ti fai chiamare ora…”
“Dovunque e da nessuna parte.” chiosò alzando le spalle il non morto.
“Sempre elusivo. Non cambi mai. Io invece sono cambiato, credo che lo saprai, ora sono il nuovo basileus di questa città!” disse Nubi invitando l’ospite a sedersi su una delle belle e comode poltrone in pelle nera che si trovavano davanti alla sua scrivania.
“Basile che?” chiese Norman sedendosi davanti a Nubi.
“E’ greco, razza di idiota, vuol dire “re”. Lo preferisco a “principe”. E’ più cool.”
“Io non ho studiato il greco… ma so che tu non avevi questa posizione l’ultima volta che ci siamo visti. Anzi non eri nulla, eri una nullità, senza carattere, eri un vile, manovrato da tutti a loro piacimento. Eri un piagnucolone. Ti devo rivelare che sono rimasto sorpreso quando sono tornato in città e ho scoperto che tu eri il nuovo capo di questo buco di fogna!” disse ridendo il vampiro.
“Ti capisco, nemmeno io avrei puntato un dollaro su di me dieci anni fa, ma le cose cambiano. La morte della mia amata Adriana mi ha profondamente cambiato. Il fatto che mi abbiano tolto per mero capriccio, il mio unico amore terreno e che abbiano distrutto la mia industria di armi, mi ha fatto crescere un grande rancore dentro il mio cuore non morto. Mi hanno manovrato come un burattino nei loro sporchi giochi – disse il vampiro con voce irata e continuò – Mi sono vendicato di tutti. Finché non sono diventato così potente da essere il nuovo capo di questo buco di fogna…” concluse Nubi indicando la città fuori dalle vetrate.
“E l’organizzazione di vampiri di cui fai parte, non ha fatto nulla per fermarti?” chiese perplesso Norman grattandosi la lunga barba.
“Quale organizzazione? Non esiste più, l’ho decapitata in un sol colpo e per mia fortuna non era come un’idra!” gli rispose il vampiro facendo l’occhiolino al suo vecchio e defunto amico.
“Idra? Cosa c’entra?” disse ancora più perplesso Norman.
“Sei proprio un bastardo ignorante. L’idra è un mostro mitologico dell’antica Grecia, aveva molte teste, chi dice nove, chi tredici e aveva una proprietà particolare cioè quella di rigenerare ogni testa che le veniva tagliata. Anzi ne crescevano altre due al posto di quella morta. Dovresti leggere qualche libro, Norman, sai sono molto più utili di quei tuoi artigli di cui vai tanto fiero.” disse Nubi indicando le mani dell’altro vampiro.
“E come hai fatto ad eliminare tutti quei vampiri così potenti?” gli chiese Norman con una punta di agitazione nella voce.
“Purtroppo Norman ora non ti posso rivelare questo mio piccolo segreto, sono il signore di questa città e di molto altro, come ben potrai capire ho dei compiti da assolvere. Se passerai domani ti racconterò tutto quello che vuoi.” disse Nubi che poi si alzò dalla sedia e si avvicinò alla scrivania. Il vampiro continuò a parlare guardando negli occhi Norman. “Ma ho una cosa da restituirti, me la lasciasti dopo quello che avevi combinato a Dublino, la tua pistola preferita, la Beretta laccata in oro.”
Il vampiro aprì un cassetto della sua scrivania e prese una Beretta, interamente ricoperta d’oro e si diresse quindi verso l’amico ancora seduto sulla comoda poltrona.
“Ti ringrazio di avermi custodito questa splendida pistola, era da tempo che la volevo rivedere.” disse Norman la cui voce era sempre più nervosa e agitata.
“Era ciò che volevo sentire.” urlò Nubi con un sorriso diabolico puntando la pistola verso l’antico amico. Partì un colpo e la gamba destra di Norman si staccò di netto dal resto del corpo all’altezza del ginocchio. Un urlo che si sarebbe detto disumano riecheggiò nella stanza. Il vampiro era a terra senza più una gamba, il volto contratto dal dolore e dalla rabbia. Non era più Norman, anche se il fisico era simile ma il volto era assai diverso. Corti capelli neri e dei baffetti sormontati da un naso grande e grasso e da delle folte sopracciglia.
“Ti stai chiedendo come ti ho scoperto? Sono tanti i motivi primo fra tutti Norman non usava pistole, non mi considerava un amico e soprattutto l’ho ammazzato con le mie mani anni fa per tutto quello che mi aveva fatto, per tutte le volte che mi aveva sfruttato, umiliato… ma ora dimmi, chi ti manda? Chi vorrebbe la mia fine? Qual è la tua missione?” chiese Nubi puntando la pistola alla testa dell’altro non morto.
“Molti… ma non ti dirò chi mi ha mandato… quello che ti posso dire è che con le tue chiacchiere hai decretato la tua morte, se mi avessi ucciso subito, sapendo che non potevo essere il tuo vecchio compagno di sventure, forse saresti sopravvissuto! Per quanto riguarda la mia missione la potrai intuire anche da solo!” disse ridendo come un pazzo il vampiro che aveva impersonato Norman che si strappò la maglia che aveva addosso. Legata al torace aveva una sofisticata bomba con due cilindri pieni di due strani liquidi diversi che si stavano miscelando.
“Merda! Un fottuto kamikaze!” urlò Nubi lanciandosi verso la sua scrivania.
“Come in Die Hard!” riuscì a dire il vampiro prima che la bomba deflagrasse distruggendo completamente tutto quel piano del grattacielo. Un altro vampiro, da un altro grattacielo poco lontano, ammirò quella gigantesca esplosione che fece tremare la Grande Mela fin alle sue fondamenta. Il vampiro guardò il calice di cristallo pieno di sangue che si rispecchiava nella vetrata, lo osservò intensamente e poi lo bevve tutto di un sorso. Era tempo di festeggiare, con la caduta di Nubi le cose sarebbero cambiate in città. Tutti dovevano sapere che Matt Stakes era tornato e che era lui il nuovo basileus della città. Penso al primo ordine che avrebbe dato: sarebbe stato sicuramente quello di rimettere a nuovo il suo grattacielo che quel pezzente di Ludovico aveva usurpato. Anzi, probabilmente prima era meglio trovare un nuovo nome, basileus faceva schifo, se ne rendeva conto anche lui. Doveva pensare ad un nuovo nome per rappresentare la sua potenza in città. Decise quindi di adottare la carica di Zar ma non perché gli piacesse quella terra ricca di petrolio e di freddo ma perché gli ricordava un personaggio dei fumetti che adorava leggere. Quel personaggio era un criminale, lo Zar del crimine di New York. Così lui sarebbe stato lo Zar dei vampiri e degli umani di New York. Guardò il suo viso riflesso dalla vetrata del grattacielo e pensò a tutti quegli stupidi cliché sui vampiri, tutta roba per film o per giochi di ruolo da nerd. Guardava ancora il suo viso mentre sentiva le sirene dei mezzi di soccorso che accorrevano verso l’Oberon Building. Guardava ancora il suo viso, sbarbato e curato, mentre vedeva quella che ora era la sua città, notturna, essere sconvolta da una distruzione che portava ventate di cambiamento.

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Matt Stakes creato da Zerov

Vampiri rulez!

Sono tornato ieri… il resoconto della Cartoomics, lo troverete domani nell’altro blog. Intanto prima di un nuovo capitolo del blogracconto, ecco un nuovo disegno di Zerov, che rappresenta l’antico vampiro che si è risvegliato nello scorso racconto… rinominato da Zerov "vampiro abbruciato" ^^ A me piace molto… a voi?
Photobucket

Comunque devo ammettere che oggi sto proprio giù di morale, non so bene perché… anzi lo so fin troppo bene, sono insoddisfatto della mia vita, di una parte della mia vita, per essere precisi, di qualcosa che manca. Pene d’amore… ecco tutto… passerà, spero presto… e poi anche la malinconia del dopo fiera, è stato tutto troppo veloce, è passato tutto troppo in fretta. Vorrei stare sempre con i miei amici cosplayers… e il fatto che per vederli di nuovo dovrò aspettare mesi, mi fa diventare molto triste… Spero passi presto, odio avere questo umore.

X-Bye

Crolli & Cadute

Ecco una nuova parte del blogracconto. Scusate per il ritardo. Comunque, quando la settimana scorsa sono andato a Milano per la Cartoomics (ammazza… già una settimana fa…), Lilletta mi ha fatto gentilmente usare il suo portatile e sono entrato un attimo in questo blog. Ho notato che la scritta del titolo dei racconti, che io metti in Victorian, veniva eseguita in normale Arial. E lì mi si è accesa la lampadina in testa, è logico, per vedere quel carattere… bisogna averlo nel pc e non tutti hanno il Victorian… quindi… cliccate qui per scaricare il Victorian, merita veramente, è un carattere adatto per i titoli… Ed ecco il blogracconto… come al solito, cliccando qui trovate le parti precedenti, scritte da me e qui e qui quelle scritte da Val.

Crolli & Cadute

Non gli piaceva molto andare in moto, lo considerava un mezzo per i plebei, ma date le circostanze, gli serviva qualcosa di veloce in grado di attraversare facilmente e velocemente le fogne della città verso il regno dei disgustosi ghouls. Il suo casco era un prodigio della tecnica, collegato direttamente ai satelliti della sua compagnia e al computer centrale dell’Oberon Building, che aveva fatto riattivare poco prima uscire per andare a salvare la cacciatrice. Ora poteva, quindi, ricevere ogni genere di informazione dell’ambiente circostante. Fu solo grazie a quell’apparecchio e ai suoi sensi ipersviluppati di vampiro che sentì arrivare l’onda d’urto dell’esplosione. Il pavimento delle fogne si sgretolò per poi crollare in una gigantesca voragine senza fine. Stakes era stato velocissimo e appena il suolo si era disintegrato, aveva abbandonato la motocicletta e aveva usato la sua telecinesi per planare nel mezzo della voragine. Anche senza le informazioni che vedeva davanti ai suoi occhi, aveva capito che in quel punto c’era stata un’esplosione di una potenza inaudita. Doveva essere stata quella Sarah, per cercare di uccidere il Golem. Eppure aveva spiegato a Pickett che bastava cambiare le lettere del nome del mostro per farlo tornare ad essere un ammasso di argilla informe. Perché quell’idiota di ghoul non l’aveva fatto? Perché cazzo aveva complicato tutto? Sentiva che il golem non era morto, sentiva che quel dannato essere elementare che aveva evocato era ancora vivo. Si doveva ricomporre e dopo quell’esplosione, ci avrebbe messo molto tempo. Doveva trovare quella cacciatrice prima che lo facesse il gholem e prima che quell’idiota di dampyr nuclearizzasse il resto della città per eliminare il suo mortale nemico.

Gli era crollato tutto addosso. Letteralmente. Il soffitto era crollato e lo avevo travolto. Era riuscito a rifugiarsi in una nicchia del muro delle fogne e miracolosamente era sopravvissuto. Infatti, anche un vampiro come lui, poteva morire se rimaneva intrappolato sotto quei pesanti macigni. Quel che rimaneva della volta del cunicolo che stava percorrendo poco prima ora lo intrappolava dentro quella rientranza del muro che l’aveva salvato dal crollo. Provò a spostare uno dei macigni ma era tutto inutile. Il masso non si mosse di un millimetro e rimase nella sua posizione. Doveva escogitare un piano prima che il suo corpo finisse le scorte di sangue. Si ricordò di una delle tecniche imparate dal suo amico Dracula, in Romania. Espandere la mente, era la prima cosa da fare. Poi pensare al proprio corpo come qualcosa di volatile, come ad un gas che potesse passare tra le minuscole fessure della roccia. Doveva pensare di essere in superficie, sotto i raggi argentei della luna. Aprì gli occhi. Era fuori. Il vento gli accarezzava la pelle fredda e gli scompigliava i capelli rossi. Sentì una voce nella sua testa. Morrigan. La sua amata Morrigan. La donna, umana, che aveva stregato il suo cuore non morto.
Qualcosa di antico si è ridestato. Lo sento. Deve essere fermato. Il nostro ordine ti darà tutto l’aiuto possibile. Le mie consorelle di New York ti aspettano. Sai dove trovarle. Che la Madrea Oscura, la divina Hekate Aidonaia, vegli su di te e su tutte noi.”

Era riuscito a salvarsi, miracolosamente. Per fortuna aveva progettato il suo studio in maniera perfetta. Una scappatoia di emergenza proprio accanto alla scrivania. E si era ritrovato nella merda, sia metaforicamente che letteralmente. Era atterrato sugli escrementi di un cane ma soprattutto aveva perso il controllo della sua città. Il suo attico era andato distrutto. L’unica cosa buona era che lo credevano morto. Tutti. Era un bene. Aveva bisogno di sangue, urgentemente. Per quanto si fosse salvato, l’esplosione aveva lambito la sua pelle e bruciato parte dei suoi vestiti. Aveva consumato molto sangue per guarire dalle ustioni. Non doveva farsi vedere, non doveva far supporre a nessuno che era ancora vivo. La fortuna era dalla sua parte, un barbone dormiva nel vicolo. L’uomo si era svegliato quando lo aveva sentito atterrare qualche secondo prima. Lo guardava in maniera strana. Non era così usuale vedere qualcuno, vestito in giacca e cravatta, con gli abiti consumati dal fuoco, atterrare in un vicolo, illeso. Nubi si avventò sull’uomo con una velocità fulminea. Il barbone non ebbe nemmeno il tempo di gridare che il vampiro gli ruppe il collo. Gli rubò i vestiti e buttò, con riluttanza, i suoi costosissimi abiti dentro un cassonetto. Lasciò il cadavere dell’uomo lì per la strada, senza succhiargli il sangue. Lui era Ludovico Nubi, non poteva bere il sangue di un pezzente. Ora doveva andare dove sapeva lui. In un posto dove avrebbe trovato un buon computer e scorte di sangue illimitate. Doveva andare dalla sua creatura. Dal miglior sistema informatico che avesse mai creato. E se qualcuno avesse fatto storie, c’era sempre la sua Beretta laccata in oro che avrebbe risolto la situazione.

ludovico nubi

Ludovico Nubi disegnato da Zerov