Entrò nel locale sporco e polveroso, una ventata di fumo e di olezzo puzzolente lo investì. Non ci fece caso. Squadrò la lurida taverna, il pavimento era così incrostato di vomito, escrementi, sporcizia che non si vedeva il suo colore originale, era tutto un miscuglio schifoso di marrone e giallo vivo. Pochi tavoli in legno, invasi dalle termiti, su cui erano stravaccati alcuni ubriachi. Si avviò verso il bancone, lercio come il grembiule dell’oste, un orco dalla faccia butterata dal vaiolo che tossiva e sputava quasi ogni minuto.
“Cosa vuoi?”
“Il meglio che ha la tua casa oste!” rispose l’uomo con la sua voce gutturale.
“Basta che paghi…”
Sul bancone apparvero magicamente alcune monete d’oro che l’oste fu veloce a far sparire dentro una tasca dei suoi pantaloni rattoppati alla meglio. Sputò quindi in un boccale, lo ripulì con uno straccio più nero della pece e ci verso dentro del liquido scuro e giallognolo che servì al viandante che lo ingollò tutto in sol sorso. Fece cenno di versagliene altro.
“Vuoi anche qualcosa da mangiare?” chiese l’oste riempiendo nuovamente il bicchiere.
“No. Sei tutto vaiolato di vaiolo, non saresti di mio gradimento!”
L’uomo non riuscì a comprendere la strana frase che aveva formulato lo straniero che ad una seconda e più penetrante occhiata gli appariva molto particolare. Indossava un pastrano nero di una strana pelle che non aveva mai visto in vita sua, lungo fino ai piedi, le brache erano della stessa fattura mentre la maglia che indossava era di un tessuto che si sarebbe detto lino, sempre del colore della pece, con strani e piccoli bottoni bianchi. Infine in testa portava un cappello molto strano con una falda molto larga, scuro come solo una notte senza luna poteva essere. Aveva poi un cinturone su cui si potevano vedere due pistole, interamente di acciaio e una sciabola nel suo bel fodero di avorio. All’improvviso, nell’osteria, irruppe una ragazza, i capelli rossicci inzuppati di sudore, la sottana sporca di sterco di cavallo. Piangeva e si stava avventando sulle scale che conducevano alle stanze nel piano superiore. Si fermò però di colpo quando qualcun altro entrò nel locale. Un prete, vestito con una tunica bianca linda e pinta, seguito da due armigeri armati di picche. Lo straniero si alzò dallo sgabello e andò lentamente verso i nuovi arrivati mentre i due uomini armati si avvicinavano velocemente verso la ragazza impaurita che cercava di scappare per le scale.
“Cosa ha fatto quella ragazza?” chiese con la sua voce gutturale.
“E’ accusata di aver fornicato con il demonio in persona! L’accusa è stata formulata dal vescovo, Magister Inquisitionis di Stuttgart! Dio vuole che questa ragazza venga bruciata al rogo!” esclamò il prete con fervore.
“Vi sbagliate. Non ha fornicato con me.” disse lo straniero la cui voce si fece ancora più gutturale e profonda.
Il prete guardò per la prima volta in faccia quello zotico. Capelli lunghi neri, barba incolta, un viso lungo e sottile, naso dritto e stretto. Quel che faceva spavento erano i suoi occhi. Rossi. Come braci ardenti in una notte senza luna piena. Vide inoltre che i canini di quello straniero si stavano allungando a dismisura. Gridò. Il demonio era davanti a lui! Gli armigeri accorsero per fronteggiare quel vagabondo che attentava alla vita del prete. Il quale, intanto, se l’era fatta sotto, sporcando la sua bella veste.
“Ah… Carne fresca finalmente. Spero non abbiate avuto il vaiolo.”
La sua voce era ancora più orrenda, più demoniaca di prima, al prete ricordò l’esplosione di molteplici cariche di cannone. Le picche andarono a segno, ma si infransero in mille pezzi, suscitando l’ilarità di quel demonio che non attese oltre. Afferrò il primo degli armigeri, un uomo corpulento con folti baffi marroni e gli staccò di netto la carotide inghiottendola con le sue zanne acuminate. Poi mentre la vita abbandonava la sua prima vittima, si scagliò contro l’altro soldato che cercò di sparare con la sua pistola. Tutto inutile. L’essere prese il braccio che impugnava l’arma e lo stacco dal corpo del malcapitato, spandendo sangue tutto intorno. L’uomo cadde a terra agonizzante mentre gli avventori della taverna scappavano veloci come il vento che spirava dal grande nord. Nella locanda ora si poteva sentire solo il salmodiare continuo del prete, che inginocchiatosi a terra, stava recitando il Pater Noster e ancora più sommesso il pianto e i singhiozzi di una giovane spaventata a morte.
“Puoi invocare tutti i santi del Paradiso, con tutta la gente che hai mandato al rogo, visiterai direttamente il mio amico ‘cyfer.”
“Vade retro satana!” urlò il prete sfoderando da sotto la tunica un crocefisso d’oro.
“Credi davvero che quel simbolo così possa farmi soggezione? Se tu avessi una fede pura forse sarebbe possibile, ma per tua sfortuna, così non è. Vaiolato di un prete, ora ti mangerò la tua testolina che credi santa in un sol boccone!”
“Demonio parli in maniera incomprensibile!” urlò il prete
“No parlo come scrive Alan D. Altieri!” disse l’essere demoniaco prima di abbassarsi e staccare con un morso netto la testa al religioso. Fiotti di sangue uscirono dal collo reciso per qualche secondo, poi il cadavere si accasciò a terra. La testa del prete esplose masticata dai denti aguzzi del demone come fosse un melone maturo. Si lecco voluttuosamente il sangue e la materia cerebrale che gli colava sul mento, poi si voltò verso la ragazza che si era rannicchiata in un angolo. Una vistosa chiazza di urina giallognola la circondava.
“Te la sei fatta addosso. Che schifo.” commentò il mostro sarcastico.
“Mangerai anche me?” chiese con un filo di voce la ragazza cercando di farsi forza.
“Te? Non potrei mai ucciderti, tu sei la figlia di Mad Dog, il demone ribelle, tu sei mia figlia… una delle tante!”